Itinerari non convenzionali e un'esperienza di viaggio attenta e consapevole: due nuovi volumi della collana Piccolo atlante edonista, Londra e New York





Piccolo atlante edonista. Londra
testi di Valentine Benoist 
fotografie di Laura Jalbert

L'Ippocampo, maggio 2025

pp. 256
€ 25

Piccolo atlante edonista. New York
testi di Muriel Françoise
fotografie di Sylvie Li

L'Ippocampo, novembre 2025

pp. 256
€ 25


Come si argina l’ansia da rientro alla quotidianità dopo le vacanze di Natale? Un metodo infallibile, almeno per me, è pensare a un viaggio: che poi si concretizzi e proprio quella meta oppure finisca nel nostro archivio personale, se ne scelga un’altra, vale molto anche solo il benessere della fase di ricerca e studio. Il modo in cui viaggiamo è cambiato radicalmente negli ultimi decenni, sotto vari aspetti: dalla scelta delle mete a fenomeni preoccupanti come l’overtourism, dai viaggi da consumare per essere documentati sui social, passando per le modalità di scelta delle mete di destinazione, i mezzi di trasporto per raggiungerle, la questione degli alloggi nelle città d’arte, i luoghi di interesse e la fruizione di spazi e musei, la risposta dei luoghi alle richieste del turista e altro ancora. Lungi da me voler scrivere un trattato sul perfetto viaggiatore, parto come sempre dai libri e nello specifico da due volumi targati L’Ippocampo della collana Piccolo Atlante Edonista, per provare a ragionare su un argomento complesso che coinvolge ognuno di noi, che siamo viaggiatori o abitanti di luoghi scelti dal turista.

I due volumi più recenti che ho letto di questa bella collana sono dedicati a due città iconiche, Londra (curato da Valentine Benoist e con le fotografie di Laura Jalbert) e New York (testi di Muriel Françoise e foto di Sylvie Li), ma vi consiglio di dare un’occhiata a tutti i titoli presenti perché ci sono diversi luoghi interessanti. Non sono esattamente guide di viaggio, non nel senso di agili volumi da portare con sé e consultare in loco: sono volumi ibridi, di grande formato, in qualche modo affini a certi cataloghi d’arte per la ricercatezza e la cura editoriale e la selezione di immagini, ma allo stesso tempo non solo oggetti da esposizione sul coffee table ma strumenti utili di approfondimento, progettazione, studio. Dicevo all’inizio di quanto sia piacevole “pensare” un viaggio ed è qualcosa che la frenesia del nostro tempo ha profondamente mutato: il viaggio è diventato un consumo veloce, ingordi di mete da spuntare su google maps, caroselli tutti uguali da pubblicare sui social. La scelta stessa della meta è troppo spesso profondamente legata a dinamiche e fattori che poco o nulla hanno a che fare con interessi personali, disponibilità economiche perfino, curiosità, ma più incline ad assecondare le mode del momento, “l’instagrammabilità” di un dato luogo, sentirsi parte di un gruppo globale di viaggiatori.

Pensandoci bene lo stesso desiderio di viaggiare è radicalmente mutato nel tempo: se oggi si viaggia molto di più e di frequente non credo sia soltanto per la maggior facilità di spostamento da un luogo all’altro ma anche per il fatto che si “deve” viaggiare, a costo di indebitarsi, e non è concesso rinunciare, preferire trascorrere a casa le vacanze. Un fattore questo che mi pare particolarmente interessante e non abbastanza indagato, le cui implicazioni sono molteplici e vanno dall’omologazione, la scelta delle mete di viaggio, alla superficialità della permanenza in un luogo a dinamiche più private e famigliari. Dobbiamo tutti essere viaggiatori, dunque, per non restare tagliati fuori, far credere al mondo che possiamo permetterci quattro importanti viaggi all’anno, che la nostra coppia o gruppo di amici siano perfettamente affiatati e, appunto, ogni giornata, ogni tappa, diventi instagrammabile. Ecco, dunque, che è cambiato anche il modo di progettare il viaggio, i punti di riferimento, il tempo che dedichiamo alle ricerche, la preparazione di un’esperienza che sia davvero su misura per noi.

In questo senso la collana de L’Ippocampo è una bella controtendenza e anche quando riguarda mete particolarmente note come i due volumi in questione mi pare si fondi su un’idea di viaggio diversa, attenta, rispettosa. Dicevo all’inizio che anche solo pensare – poi progettare – il viaggio è esperienza e arricchimento, è piacere e un aspetto che non dovremmo trascurare ma anzi riappropriarci di quel tempo per lo studio e per immaginare la nostra esperienza nel luogo scelto, così come, per me, un momento irrinunciabile è la scrittura di un travel journal nel momento stesso del viaggio, per tenere traccia di sentimenti, impressioni, luoghi, persone, libri. Ecco, i libri e gli autori, sono sempre la cosa che mi manca in questa collana L'Ippocampo, perché i luoghi reali sono anche luoghi letterari e troppo rari a mio avviso i riferimenti in questo campo.

In due città come Londra e New York, così profondamente radicate nell’immaginario collettivo anche per chi fisicamente non ci sia mai stato, è difficile forse discostarsi dalle grandi attrazioni turistiche, nel timore di non vivere pienamente l’esperienza, non poterla documentare ad amici e follower nei luoghi che ci si aspetta andremo a vedere: eppure proprio due città come queste aprono a molteplici possibilità fuori dai consueti percorsi e anche laddove si scelga di seguire un itinerario più turistico diciamo così – e non è mia intenzione farne una colpa – è possibile anzi doveroso farsi osservatori attenti, consapevoli di dove siamo e che cosa quel dato luogo rappresenta, qual è la sua storia. Ecco, le storie appunto: uno degli aspetti più interessanti di volumi di questo tipo, non tipicamente guide di viaggio, è dato proprio dalle storie che contengono, le persone di cui raccontano che hanno un impatto piccolo o grande nel valore della città e che diventano un percorso alternativo nella nostra esplorazione del luogo fuori dalle solite rotte. Le persone sono i luoghi, sempre, e il modo per comprendere davvero la realtà.

Tra le pagine del volume su Londra, per esempio, ho scoperto la storia del giornalista Benny Gray, che nel 1976 trasformò un ex grande magazzino di tessuti in disuso in un mercato antiquario dedicato al padre, Alfie, con il quale fin da bambino amava gironzolare per mercatini vintage. È la storia di un luogo ma soprattutto delle persone che lo rendono vivo e una tappa ideale per gli amanti del vintage lontano dalle zone ormai prese d’assalto dai turisti. O, ancora a Londra, scoprire la storia di Daisy Knatchbull fondatrice di una boutique su Savile Row che ha riscritto le regole della moda sartoriale metttendo al centro il corpo femminile. E che dire di Bellerby & Co., sempre nella capitale inglese, un atelier dove dal 2012 si producono mappamondi che sono veri e propri pezzi d’arte, unici, progettati e prodotti da sapienti cartografi, pittori e illustratori? È un privilegio vederli al lavoro, muoversi tra quelle stanze che già di per sé meriterebbero una visita. L’artigianalità, un bene particolarmente prezioso e da preservare in questi nostri tempi, trova spazio anche sull’altra sponda dell’Atlantico, a New York, e la curatrice del volume dedicato, Muriel Françoise, guida il lettore alla scoperta delle creazioni della designer Sophie Lou Jacobson, creatrice di oggetti in vetro e metallo bellissimi e dai molteplici usi. E quando si è sopraffatti dalla frenesia e dagli stimoli di una metropoli come New York ecco trovare, inaspettatamente, uno spazio «pervaso di tranquillità», il museo-giardino dell’artista di origine giapponese Isamu Noguchi, nel Queens, 2200 metri quadri di pace dove ammirare le sue sculture astratte.

La progettazione del nostro viaggio – o appunto anche il solo pensarlo – passa dunque anche da qui, dalle storie che non conosciamo, da itinerari sorprendenti, dall’attenzione a quello che ci circonda e al tempo che gli dedichiamo. E dal cibo, naturalmente, che è forse il modo più vero per comprendere una cultura. Città come Londra e New York, profondamente cosmopolite e multiculturali, offrono una varietà di gusti e tradizioni che da soli fungerebbero da base per la nostra personale mappa alla scoperta del luogo. Tanto nel volume di Benoist che in quello di Françoise non mancano dunque spunti per un ideale itinerario gastronomico, perché la scoperta di una cultura – tante culture in questi casi – passa esattamente da qui, dalla cucina, e racconta ancora una volta una storia: di immigrazione, di tradizioni, di lotta e sopravvivenza, di un mondo in perenne mutamento.

È questo, dunque il mio augurio per il nuovo anno e per i viaggi che faremo: mi auguro di progettarli sempre con cura, di costruirli su misura per me e non per assecondare mode del momento e scatti a favore di social, di viverli con curiosità, apertura mentale. Ecco, una parentesi, ancora, sulle immagini: la parte forse più pregevole di questa collana sono le fotografie meravigliose, veri e propri scatti d’artista che sanno raccontare i luoghi al pari o forse anche più delle parole. Non sono semplice corollario al testo scritto ma raccontano a loro volta una storia e chi scrive o si interessa di scrittura – specie di racconti – sa bene quanto i due mezzi espressivi siano legati e quanto in qualche modo sia importante allenare lo sguardo. Auguro a me a voi, dunque, di essere un po’ più viaggiatori e meno turisti.

Debora Lambruschini