«I am dead, Thou livest». Io muoio, tu vivi. Sono le parole, immortali, di Hamlet, forse la più enigmatica, potente, delle figure shakespeariane. Io muoio, tu vivi, sono anche le parole che risuonano lungo tutto il corso della lettura di Nel nome del figlio. Hamnet, il romanzo di Maggie O’Farrell, assumendo un significato polivalente. Pubblicato per la prima volta in italiano da Guanda nel 2021, a un anno dalla sua uscita nel Regno Unito, il romanzo di O’Farrell torna ora in libreria in una nuova veste grafica e nella traduzione di Stefano De Franco, anticipando di qualche settimana l’uscita nelle sale dell’omonimo film che ne è stato tratto per la regia di Chloé Zhao, acclamato agli ultimi Bafta Awards, protagonisti Paul Mescal e Jessie Buckley. Risuonano, quelle parole, fino alla battuta finale del romanzo: «Ricordati di me» (p. 347) e da quella fine in qualche modo scaturiscono e danno origine al tutto. Nel nome del figlio è il tentativo di dare voce e corpo ai fantasmi, riportare fuori dall’ombra due esistenze – cui se ne intrecciano molte altre – fondamentali nella vicenda umana del più grande drammaturgo della storia, William Shakespeare. Maggie O’Farrell mette al centro della scena coloro rimasti sempre nell’ombra, innescando l’invenzione letteraria – e ricordiamoci, caro lettore, che praticamente tutto quello che troviamo in queste quasi quattrocento pagine lo è – su quegli esigui elementi conosciuti: qualche nome (nelle sue varianti), i registri di nascite e morti, alcune informazioni disseminate qui e là, gli echi che di loro scegliamo di leggere nelle opere del drammaturgo. Questi fantasmi che rivendicano la scena, si fanno carne, sangue, parole, sono Agnes – o Anne – Hathaway, la moglie del drammaturgo, l’unico figlio maschio, Hamnet, morto appena undicenne, forse a causa della peste.
È già questo, a mio avviso, un punto fondamentale nel romanzo dell’autrice originaria dell’Irlanda del Nord e cresciuta tra Galles e Scozia: portare al centro della scena Agnes e Hamnet con lei, spogliare il marito perfino del suo nome, raccontarlo come un’assenza, sempre più estraneo e distante, a Londra, impegnato a creare la vita sul palcoscenico, imprimere la sua impronta nel mondo, il suo nome immortale. Quel nome qui non è mai direttamente pronunciato: è il figlio maggiore del guantaio di Stratford upon-Avon, un padre violento e oppressivo che fa il buono e il cattivo tempo nella casa che comanda e nella vita di quel figlio buono a nulla; un padre caduto in disgrazia, rimasto vittima dei suoi stessi raggiri e che per saldare un debito baratta il tempo del figlio mandandolo come precettore di latino presso la casa di un signorotto della zona, non immaginando gli ingranaggi che avrebbe messo in moto.
C’è dunque un debito o una sanzione che suo padre non può – o non vuole – pagare, e a cui la vedova e il figlio del signorotto non intendono rinunciare, e quindi il pagamento sembra essere lui. Il suo tempo, la sua conoscenza della grammatica latina, il suo cervello. Due volte alla settimana, gli ha detto John, deve percorrere la strada che costeggia il fiume per circa un miglio, fino alla casa colonica circondata dalle pecore, e dare lezioni ai bambini più piccoli. (p. 39)
Un nome non pronunciato, poche battute dirette, via via sempre più esigue, a sottolineare l’assenza. Al centro della scena invece c’è Agnes, la moglie tanto malamente raccontata nelle storie che si tramandano, lei fantasma nella vita del celebre drammaturgo che è fuggito a Londra per sottrarsi al tedio della vita coniugale con una donna priva di istruzione ed ambizioni. O’Farrell immagina e racconta un’altra Agnes, selvatica, indomabile, che muove i fili del suo destino e di quello del marito. Accanto a lei quel bambino dimenticato dalla storia e il cui nome nelle mani del padre si è trasfigurato per diventare immortale. Hamnet, Hamlet, il gemello più forte, protettivo e coraggioso. Si apre con lui e, in un certo senso, si chiude con lui questa storia che racconta gli abissi del dolore indicibile, ma anche la vita, l’amore, la speranza, il desiderio, l’ambizione. Con lui, che implora di non essere dimenticato. Io muoio, tu vivi, non dimenticarmi, ricordati di me. Come altri testi di questa natura teniamo bene a mente di che cosa si tratta lungo tutto il corso della lettura: un romanzo, lo puntualizzo ancora per evitarci fraintendimenti, che parla di persone che sono realmente esistite ma inserite nella finzione letteraria, e allora come tale si deve procedere alla lettura, formulare un giudizio critico; non facciamo l’errore di andare a caccia della realtà, questa storia vi è quasi del tutto estranea ed è proprio qui la sua identità e la sua forza, la sua debolezza perfino, ma per ragioni diverse dalle ricerche filologiche.
Un romanzo non privo di difetti, che a mio avviso risiedono principalmente laddove indugia su certi meccanismi narrativi – il ripetersi di anticipazioni, il montaggio di tempi tra analessi e prolessi – o nella rappresentazione del dolore che facilmente scivola nel pietismo. Altri critici vi hanno notato alcune incongruenze nella sensibilità verso la natura e gli animali in personaggi che vivono nella seconda metà del Cinquecento. Se questa critica è ragionevole – difficile dirlo con assoluta certezza, fino a che punto possiamo negare siano esistiti sentimenti simili a quelli di Agnes, cresciuta in una famiglia di campagna e la sua costernazione alla scoperta della violenza? – credo sia importante ancora non dimenticare l’accorta rappresentazione del mondo in cui la storia è immersa, le conoscenze delle erbe e delle piante di Agnes, la rievocazione dei luoghi, dei mestieri, gli odori, i paesaggi e i gesti che danno forma alla realtà sulla pagina. A lasciarmi perplessa, casomai, è un elemento fondante di questo romanzo, che non ho nemmeno adesso deciso come accogliere, come giudicare dal punto di vista critico, ed è l’elemento magico: Agnes possiede un dono, ereditato dalla madre, una sensibilità che le fa percepire piuttosto chiaramente le varie forme del reale, i destini delle persone, il mondo intimo che racchiudono, i confini labili tra mondo dei vivi e aldilà.
Il velo che separa il mondo dei morti dal loro è fragilissimo. I due mondi, anzi, sono indistinti, si sfiorano e permettono il passaggio dall’uno all’altro. (p. 130)
Un dono, dunque, una maledizione, che forse poteva essere evitato per un personaggio che sarebbe comunque stato abbastanza e in una storia in cui esistevano altri modi per far cadere il velo dell’aldilà, dare forma a un mondo dove tangibile e intangibile si incontrano e le ombre – o fantasmi, se così li vogliamo chiamare – sono altrettanto protagoniste. Penso a quel romanzo immaginifico, strano, perturbante e sperimentale che era stato Lincoln nel Bardo, di George Saunders – pure quello molto shakespeariano, in altro modo – e mi pare sia stata fatta una scelta narrativa assai efficace per tentare di raccontare il mistero, il dolore atroce per la perdita di un figlio, innescare l’invenzione letteraria intorno a personaggi realmente esistiti, condurre fuori dall’ombra la vita breve di un bambino di cui la Storia ha perso le tracce. Per Saunders l’elemento fantastico si traduceva nel velo che separa due mondi, reale e sovrannaturale, muovendosi in quel limbo dove restano i defunti che non sono ancora pronti ad andarsene davvero, come il figlioletto di Lincoln; era la lingua a farsi immaginifica e polifonica, in un contrasto ideale tra realtà e sovrannaturale che nel romanzo di O’Farrell invece viene meno, con quel dono-condanna a caratterizzare un personaggio, Agnes, che poteva essere magnifico fino in fondo e che invece ha in quell’elemento magico, negli esasperati continui rimandi alle premonizioni, un’incrinatura che si fatica a ignorare. Bastava meno, bastava suggerire anziché rendere così esplicito e frequente e Agnes avrebbe assunto una dimensione diversa. Ecco, sono caduta nel gioco dell’autrice, che più volte ferma la sua Agnes per farle domandare come sarebbero andate le cose se:
Più tardi, e per il resto dei suoi giorni, penserà che se fosse andata via subito, se avesse radunato borse, piante e miele per imboccare la via di casa, se avesse prestato ascolto al senso di disagio improvviso e misterioso, forse avrebbe cambiato il corso degli eventi. Se invece di convincere le api a tornare negli alveari le avesse lasciate al loro destino, forse avrebbe potuto scongiurare quanto stava per succedere. (p. 27)
È da qui che parte la narrazione, in un presente che è l’estate del 1596, a Stratford upon-Avon, quando una bambina è sola nel suo letto, tormentata dalla febbre sempre più alta, e il gemello, Hamnet, si precipita a cercare aiuto e per molto tempo non trova nessuno, non la madre Agnes, non la sorella maggiore Susanna, di certo non il padre, lontano, a Londra. La narrazione si concentra su di lui, sul bambino, le strade che attraversa, i pensieri, la preoccupazione, la confusione per quanto sta accadendo; O’Farrell sceglie il presente per raccontarci questo pezzo della storia, ma diluita, frammentata dentro una storia più grande che si sposta su diversi piani temporali e segue il punto di vista di altri personaggi, per tornare poi sempre lì, ad Agnes e, a suo modo, al bambino. Chi è Agnes, la donna che ha sposato il figlio del guantaio? Molte voci circolano da sempre su di lei, sulle sue stranezze: vive ai margini del bosco, selvatica e strana, rimasta con la matrigna dopo la scomparsa del padre, con il fratello Bartholomew, la loro madre morta mettendolo al mondo, i fratellastri e le sorellastre. Conosce le piante, come usarle per curare ogni male, non sa praticamente né leggere né scrivere. Una creatura del bosco ed è al bosco, infatti, che tornerà o tenterà di farlo in molti momenti cruciali della sua storia.
L’incontro con quel giovane precettore sarà fondamentale – fatale? – e cambia il destino di entrambi. «[…] dentro hai più tesori nascosti di qualunque persona abbia mai incontrato» (p. 161), dirà a quel ragazzo, presagendone l’immensità, la stessa che sarà la loro rovina, il loro dolore. Resta incinta, l’ira della matrigna si scaglia su di lei con violenza; inaspettatamente lei, il bambino che porta in grembo, il giovane cui si è promessa, sono accolti dalla famiglia di lui, da quel padre padrone che coglie un’opportunità. È un’altra catena con cui John lo tiene in pugno, lo controlla, fa di lui quello che vuole. La violenza fisica, ora che il figlio è più forte di lui e sa reagire, si inventa altre forme per dominarlo. Non riesce a capacitarsene.
Senza volerlo, lui e Agnes hanno fatto il suo gioco. Gli torna l’impulso di fuggire. Senza volerlo, ciò che è accaduto fra loro a Hewlands Farm, nella foresta, mentre il gheppio scendeva in picchiata come un ago nella trama di foglie, si muta nella fune con cui il padre lo terrà legato ancora più stretto a questa casa, a questo posto. È un pensiero insopportabile, intollerabile. Riuscirà mai ad andarsene? Si libererà mai di lui, della casa, dell’attività? (p. 103)
Un’altra chiave di lettura quella che O’Farrell offre attraverso il rapporto tra l’uomo senza nome e il padre violento, che apre a molteplici spunti e considerazioni: ci sono la violenza e gli abusi, tanto fisici quanto psicologici, ci sono i desideri del figlio che desidera essere libero, affrancarsi da quel padre, da quella casa, da quella stessa vita che ha contribuito a costruire. C’è la tensione tra dovere, ambizione, amore, solitudine, famiglia, gloria. C’è una donna che a un certo punto vede chiaramente tutto questo e sceglie di farsi da parte, fino a quando tutto crolla nel dolore più profondo.
Spogliati dei loro nomi, dell’eco fortissima che portano con sé, Nel nome del figlio è la storia di un padre e una madre immersi nel dolore per la perdita di un figlio, la disperazione vivisezionata mediante una narrazione che ha bisogno di farsi frammentaria, fermarsi, cambiare scena. Ma è anche la storia di un matrimonio, dell’amore che lega due persone e che da solo non basta, delle cose che scegliamo di tacere, degli abissi che abbiamo dentro. Una storia che riflette se sia possibile sopravvivere al dolore, ai modi che scegliamo per affrontarlo. Una storia di fantasmi che dicono a gran voce, «ricordati di me».
Debora Lambruschini
