La conoscenza delle piante medicamentose si è persa nel tempo. Oggi la gente mi considera alla pari di uno sciamano o di uno strano alchimista, nei casi più favorevoli; come un ingenuo, un credulone o addirittura un truffatore, nei casi meno lusinghieri. Forse hanno ragione, i primi intendo. Forse sono strano, eppure a me sembra più assurdo non spendere un momento del proprio tempo, magari invece di guardare la televisione o di spegnere il cervello davanti a una partita di calcio, per studiare le conoscenze che i nostri avi hanno cercato di tramandarci. Perché uscire di casa per comprare medicine artificiali e costose quando potremmo avere tutto il necessario nel nostro piccolo giardino? (p. 45)
Ma quanto siamo davvero consapevoli del patrimonio che la natura ci ha donato? Abbiamo ancora la capacità di ascoltare e interpretare i segnali che il mondo naturale ci offre o preferiamo ormai soluzioni rapide e artificiali? È possibile che nella frenesia della vita moderna abbiamo dimenticato che molte risposte, forse le più autentiche e profonde, sono a portata di mano, nel nostro giardino o nel bosco?
Ferruccio Valentini, per gli amici Fèro, è conosciuto anche come l’om dal bósch, per la sua filosofia di vita a contatto viscerale con la natura: conosce tecniche di raccolta di erbe spontanee e sapienze tradizionali di montagna, ha svolto molti mestieri legati alla vita dei boschi e delle montagne Alchimista dei boschi è il suo primo libro, un libro che racconta e insegna. È il racconto di un uomo che sente un legame viscerale con la sua terra, le Dolomiti del Brenta; un uomo che osserva, raccoglie erbe e piante officinali, ne conosce le proprietà e i benefici per la salute e che custodisce ricette uniche e gustose. Ma è anche la storia delle sue battaglie contro enti locali che, nel nome del profitto e dello sfruttamento, non ascoltano la natura e non la conoscono. È un libro che insegna, sì, e non smette di stupire. Tra le sue pagine si susseguono lezioni sulla preziosità dei doni della natura, che portano a provare una profonda gratitudine per questa ricchezza spontanea. Forse però non è più tutto così a portata di mano come un tempo. Con il cambiamento climatico, nota l’autore, molte specie che prima crescevano alle pendici dei monti stanno salendo sempre più in alto; alcune si possono ormai raccogliere solo in vetta, come il radicchio dell’orso:
Se non è cambiamento climatico questo. Io le prove ce le ho sotto il naso, tutti i giorni. Piante che potevo raccogliere a 1500 metri ora si sono spostate. Il radicchio adesso lo trovo solo a 1800 metri e solo sulla facciata nord della montagna. (p. 20)
Nel libro scopriamo anche quanto sia fondamentale rispettare i tempi della natura. In un mondo che vuole tutto e subito, che forza artificialmente le coltivazioni e la crescita delle piante con sostanze chimiche dannose. Chi vive a contatto con la terra sa che è necessaria pazienza: bisogna concedere il tempo alle piante di rigenerarsi, rifare rami e fiori; è essenziale raccogliere alcune specie nel momento giusto, senza anticipare né ritardare, per poterle poi trasformare in rimedi naturali o in cibi e bevande di qualità. Eppure noi siamo abituati alla bellezza della perfezione. Pensiamo alle mele del supermercato. Fèro Valentini sostiene che non abbiamo nemmeno idea di come sia una vera mela della Val di Non, quella donata dalla natura senza “aiutini” chimici:
Gli stessi veleni che assorbono le piante, entrano nel nostro sistema e infestano la nostra vita. Di biologico non hanno più niente. Una mela vera, naturale al cento per cento, forse non l’avete mai neanche vista. (p. 66)
All’industria non piacciono le vere mele, perché «non hanno quell’aspetto di artificiale perfezione che le fa vendere bene» (p. 68): una mela della Val di Non, storta, dalla buccia poco attraente, racconta la sua terra a suo modo, nessuna è uguale all’altra, ma ognuna ha il suo carattere, indice di bontà e di autenticità.
Accanto alla riflessione sul rapporto tra uomo e natura, il libro è attraversato anche da aneddoti e incontri che ne arricchiscono il tessuto umano: Alchimista dei boschi è infatti popolato da storie di amicizia, collaborazione e riconoscimento reciproco. Valentini manifesta più volte stima e gratitudine verso uomini e donne che ha sentito affini per curiosità, sensibilità e amore per il mondo naturale, figure che condividono con lui non solo saperi e pratiche, ma anche un modo simile di guardare la vita. Emblematiche sono le presenze di Silvana (p. 100) e Noris (p. 101), legate all’autore da un rapporto fatto di ascolto, scambio e passione comune per la cucina, intesa non come semplice preparazione del cibo, ma come gesto di cura, conoscenza e continuità con la terra.
Volenti o nolenti, il cibo occupa gran parte della nostra vita e della nostra giornata. È un elemento fondamentale dell’esperienza umana e tra quelli che più ci avvicinano alla nostra parte primitiva. Alla fine, per quanto evoluti, figli del progresso e delle scienze, rimaniamo pur sempre animali. E la prima preoccupazione di ogni animale resta: come mi nutrirò oggi? (p. 100)
Questi racconti, mai accessori, restituiscono una dimensione corale al libro e mostrano come il sapere naturale non sia un esercizio solitario, ma nasca e si mantenga vivo grazie alle relazioni, alla condivisione e a una comunità fondata sul rispetto reciproco e sull’attenzione per ciò che cresce, spontaneamente, intorno a noi. Alchimista dei boschi non è solo il racconto di una vita fuori dagli schemi, ma una presa di posizione netta: contro l’omologazione, contro la superficialità dello sguardo, contro l’idea che la natura sia una risorsa da sfruttare o un fondale da attraversare distrattamente. Valentini ci ricorda che osservare davvero richiede tempo, attenzione e umiltà, qualità rare nel nostro rapporto con il mondo naturale. Questo libro non offre soluzioni facili né nostalgie romantiche, ma pone domande scomode, invitandoci a rallentare, a riapprendere il valore dell’imperfezione e a riconoscere che la vera ricchezza non sta nel possesso, ma nel rispetto verso la natura. E noi stessi siamo natura.
Che poi, in fin dei conti, non sono mai solo, non davvero. Nella natura c’è spazio per tutto, ma non per la solitudine. Si è sempre pieni, pieni di alberi, di piante, di aria e di tramonti. La natura è un’amica che non ti abbandona mai, né si intromette. Se ne sta semplicemente lì, a farti godere della sua compagnia, senza chiedere nulla in cambio. Se non il rispetto. (p. 114)
Marianna Inserra
