Alla ricerca del proprio essere autentico: "L'immoralista" di André Gide.

 


L'immoralista
di André Gide
Alter Ego, 2022

Traduzione di Simona Zacchini

pp. 119
€ 7,90 (cartaceo)

Pubblicato per la prima volta nel 1902 in Francia e nel 1945 in Italia, ritorna nella traduzione di Simona Zanchini per Alter Ego, L'immoralista di André Gide, uno dei romanzi più significativi per addentrarsi nella poetica dell'autore francese.

Chi è l'immoralista? Presentiamolo con le parole di Gide:

Nulla di più tragico, per chi ha creduto di morire, di una lunga convalescenza. Dopo il tocco dell'ala della morte, quello che sembrava importante non lo è più, lo sono altre cose che non sembravano tali, o che nemmeno si sapeva che esistessero. L'accumulo sul nostro spirito di tutte le conoscenze acquisite si squama come un cerone e in certi punti lascia vedere, a nudo, la carne stessa, l'essere autentico che si nascondeva. (p. 48)

È il tema - caro a Friedrich Nietzsche e a Thomas Mann - della malattia fisica, che svela una più profonda malattia dello spirito, e che rivela soprattutto che la malattia morale da cui si sente afflitto il singolo è in effetti una malattia sociale o, peggio ancora, dell'epoca.  

Michel, L'immoralista, è un professore parigino, un letterato, che in viaggio di nozze a Tunisi si ammala di tubercolosi. La lunga degenza, la pausa forzata dalle sue attività consuetudinarie, insieme alla possibilità di conoscere meglio la moglie per cui non provava inizialmente una grande passione, gli dona anche il tempo di scoprire un nuovo se stesso. La ricerca dell'essere autentico che libri, regole, genitori e maestri avevano cercato di sopprimere, conduce il vecchio uomo a mettere in crisi le sovrastrutture che l'istruzione ha creato, liberando pian piano quell'essere primario, schiacciato dall'essere secondario, fittizio, imposto dalla società.

Allo stesso tempo, il lato selvaggio viene scoperto  nel contatto con una cultura differente, quale quella nordafricana prima e siciliana e dell'Italia meridionale, poi. Abbiamo innanzitutto una riscoperta del fisico, del sole sulla pelle, delle lunghe passeggiate; la malattia è una riscoperta dell'imprescindibile nostra corporeità e Michel durante la convalescenza riscopre questo suo essere primario, taglia la barba, che lo rendeva così simile al cliché dell'intellettuale del tempo, al paleografo che era sempre stato, e simbolicamente questo gettare via la maschera lo rende un uomo nuovo anche agli occhi di Marceline, la moglie. A lei nasconde la sua nuova identità, come la nasconde ai colleghi, quando torna a Parigi. Ben presto annoiato dalla vita della capitale, si trasferisce in una fattoria in Normandia, dove scopre la felicità di una vita semplice, a contatto con le piante e con gli animali, e dove trascorre le giornate insieme a Charles, il figlio del vecchio amministratore delle sue proprietà.
Charles rappresenta la vita semplice e non mediata dalla cultura, la sintonia con gli elementi, come quando doma un puledro selvatico:
Charles, al centro del cerchio, evitando la corda a ogni giro con un rapido salto, l'eccitava o lo calmava con la voce; teneva in mano una grossa frusta, ma non lo vidi mai servirsene. Tutto, nel suo aspetto e nei suoi gesti, grazie alla sua giovinezza e alla sua allegria, dava a quel lavoro il bell'aspetto fervente del piacere. All'improvviso, non so come, saltò in groppa all'animale, questo aveva rallentato l'andatura, poi si era fermato; lui l'aveva accarezzato un po', poi di colpo lo vidi a cavallo, sicuro di sé, reggendosi appena alla criniera, ridendo, chino, seguitava ad accarezzarlo. Il puledro aveva recalcitrato solo per un attimo, poi aveva ripreso il suo trotto regolare, così bello e agile che invidiai Charles e glielo dissi. (p. 67).

Il cavallo da domare, simbolo della vitalità  fuori controllo e recalcitrante ad ogni guinzaglio morale, sfugge al controllo di Michel, che riesce a cavalcarlo solo con l'intermediazione del giovane e semplice Charles, che non ha mai smarrito il contatto con il proprio essere autentico. In controluce, in filigrana, le pulsioni omosessuali del protagonista, che ammira il fisico e i modi dei giovani normanni prima e di Ménalque, dopo. Quest'ultimo - un collega allontanato dai suoi pari in società a causa dei suoi comportamenti oltraggiosi alla morale - si rivela lo speccho (il vero alter ego) su cui Michel vede il riflesso dei propri tormenti interiori.  Ménalque è un dandy, è brillante e  affabulatore, ha il fascino inquietante del pericolo ed ha le battute ironiche che ricordano Oscar Wilde (di cui Gide fu amico). A lui viene dato il compito di tirare e somme e di lanciare i dadi di questa scommessa "immorale":

Ognuno cerca di somigliare il meno possibile a se stesso. Ognuno si propone un modello, poi lo imita; anzi, non sceglie nemmeno il modello che imita, accetta un modello convenzionale. Ci sono comunque, credo, altre cose da leggere, nell'uomo. Non si osa. Non si osa girare pagina. Le leggi dell'imitazioni, io le chiamo leggi della paura. Si ha paura di rimanere soli; e non ci si trova affatto. Questa agorafobia morale mi è odiosa; è la peggiore delle viltà. Eppure è sempre da soli che si inventa. (p. 80)

Il moralista arriva infine ad ammettere di detestare tutte le persone con i principi, perché da loro non ci si può aspettare alcuna forma di sincerità. 

Un romanzo breve, che sembra nutrirsi più di ellissi e silenzi, che di cose dette. Intravediamo il cambiamento di Michel ma sembra che Gide stesso non riesca a mostrare se esso rappresenti una evoluzione o una caduta. Un romanzo scritto magnificamente, in cui la brevità mostra la capacità di condensare eventi e riflessioni; tuttavia, in temi così epocali per il Novecento, ho avvertito a tratti la mancanza della radicalità di Thomas Mann o della profonda superficialità di Oscar Wilde. Ma che per muovere una piccola critica a Gide, mi sia venuto in mente di scomodare questi due nomi, già è sintomo dell'importanza della sua scrittura. 

 Deborah Donato