Nel nome del padre: «Abbà padre», il graphic novel di Roberto Battestini

 


Abbà padre

di Roberto Battestini

Neo edizioni, 2022

 

pp. 238

€ 24 (cartaceo)

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Abbà” è il termine in giudaico antico per rivolgersi in maniera informale al padre. Già la scelta di inserire nel titolo questo termine è indicativa del tipo di graphic novel che si andrà a leggere. Il rapporto col padre infatti è da sempre un rapporto complicato, soprattutto nella cultura giudaico-cristiana e in quella ebraica. La figura del padre è importante, a volte ingombrante, sicuramente invadente. Non è un caso – compiendo un salto di duemila e passa anni – se nella filosofia di Freud tanto spazio trova il momento della “uccisione” del padre: la morte psicologica del padre è un momento fondamentale di crescita, di assunzione delle responsabilità. È quel momento che consente di prendere sulle proprie spalle il proprio destino nel percorso che verrà.

Roberto Battestini in questa storia racconta sia del rapporto col padre che con i fratelli, Rolando e Pasquale, membri della Banda Battestini, gruppo criminale che imperversò in centro Italia tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del secolo scorso. Si comprende sin dalle prime tavole come la famiglia Battestini sia stata una famiglia difficile, sia per il trascorso di cui s’è detto – due fratelli carcerati, morti giovani – sia per il doversi relazionare con un padre spesso intrattabile, che più invecchiava più si faceva burbero (per usare un eufemismo).

Abbà padre è infatti il luogo delle confessioni e dei ricordi, ma è anche il luogo del perdono: le confessioni riguardano quelle cose che l’autore avrebbe voluto dire al proprio padre prima che fosse troppo tardi e che, di fatto, non è riuscito a comunicare in tempo. Le tavole sono infatti pervase da un senso di nostalgico rimpianto per ciò che avrebbe potuto andare diversamente ma che, presi entrambi – padre e figlio – dalle cose della vita, sono state fatte scivolare nei giorni ritenuti senza importanza: cose fondamentali, confessioni necessarie, che si sono perse nelle liti e nel nulla.

A questo elemento sono legati i ricordi, riportati in vita tramite i salti temporali continui fra passato e presente che rendono la lettura non sempre comprensibile. Ma d’altronde i ricordi sono così: incomprensibili – o quasi – a chi non li ha vissuti in prima persona. E tramite questi flashback conosciamo la storia del piccolo Roberto, veniamo a sapere i retroscena dei crimini di Rolando e Pasquale, ma sappiamo qualcosa anche della madre e della sorella, figure evanescenti fragili. È un invito quello che Roberto Battestini compie: un invito a entrare a casa sua e a prendere qualcosa da bere mentre ci racconta di sé cose che forse sono state ingabbiate per anni.

Infine, il perdono. Il perdono per il padre e per i fratelli, sì, ma anche per se stesso: per non essere riuscito a comunicare ciò che avrebbe voluto, appunto, per aver vissuto in modo conflittuale ciò che poteva essere invece il tempo della dolcezza. Il perdono l’autore lo chiede al padre defunto e lo chiede anche a quel Padre che sempre osserva i credenti, il Dio immobile che giudica, riflette e sentenzia. Non a caso l’autore ripercorre, narrando le gesta familiari, anche alcuni passaggi fondamentali dell’Antico testamento: la Genesi, l’Esodo, i Profeti, l’Apocalisse sono le quattro parti in cui viene diviso il testo, a cui si aggiunge una quinta chiamata Kol Nidrei, il quale è «un canto ebraico che si fa prima di una grande festa, lo Yom Kippur» e serve «ad annullare tutte le promesse fatte davanti a Dio», e questo perché, in fin dei conti, «davanti a Dio siamo tutti santi e giusti, ma anche trasgressori, e [vuol dire] che Dio ama tutti, anche i cattivi». Se persino il Dio vendicativo e solenne dell’Antico testamento può perdonare, come può non farlo un semplice uomo come è Roberto Battestini?

Tutto questo percorso di redenzione viene narrato alla perfezione grazie all’uso che Battestini fa dei colori, sfruttando pienamente un tratto al contempo confuso e impressionista. Immergersi nelle tavole a volte caotiche di Abbà padre è immergersi nel proprio io e nei ricordi dell’autore, osservarne i colori esplosivi è vivere il suo dolore e la sua gioia. L’arte di comunicare il proprio vissuto passa, per Roberto Battestini, attraverso l’arte di disegnare sfruttando la piena potenza espressiva del fumetto che, rispetto alla scrittura, ha l’indubbio vantaggio dell’immagine come fedele alleata.

Abbà padre è dunque un volume interessante, in grado di far riflettere e sorridere, ma soprattutto è un viaggio in un universo personale in cui è necessario entrare in punta di piedi.

David Valentini