«Non lasciare che questo libro sia un rinforzo alla visione del mondo che già hai»: di scrittura femminile, ostacoli e pensiero libero. "Vietato scrivere", di Joanna Russ



Vietato scrivere
di Joanna Russ
Enciclopedia delle donne, 2021

Traduzione di Dafne Calgaro e Chiara Reali

pp. 206
€ 16 (cartaceo)
€ 5,99 (ebook)


Vietato scrivere, saggio dall’emblematico sottotitolo “Come soffocare la scrittura delle donne”, di Joanna Russ, è stato pubblicato in Italia lo scorso anno dalla casa editrice femminista Enciclopedia delle donne; io lo leggo un anno dopo – perché nel frattempo si era perso nei meandri di Poste Italiane – ma potrebbero passare ben più anni e le riflessioni qui contenute temo risulterebbero ancora assurdamente attuali. La prima edizione americana risale al 1983, ne sono seguite ristampe arricchite di prefazioni e postfazioni, ma la sostanza ancora non cambia: la scrittura delle donne continua a essere ostacolata, scoraggiata, fuorviata nel tentativo di emarginarla. Nel tentativo ancora una volta di farci sentire inadeguate.
Private di una tradizione, accusate di essere inappropriate, ridicole, anomale e chissà cos’altro, condannate alla solitudine, all’infelicità, alla follia e (di recente) al suicidio, criticate se sono femminili e se non lo sono, accusate di usare il materiale sbagliato se scrivono di temi che sono riconoscibilmente femminili, di essere imitative se scrivono di temi che non lo sono, destinate in ogni caso all’inferiorità o (nel migliore dei casi) all’anomalia, le donne continuano a scrivere.
Ma come fanno? Come ci riescono? (p. 167)
Già, come lo fanno, come ci riescono? Gli ostacoli sulla via della scrittura femminile sono moltissimi e insidiosi e ciò che fa Russ è appunto riflettere sulle tecniche, quasi sempre subdole, e i meccanismi messi in atto per ostacolare le scrittrici e, più in generale, le artiste. Perché se è vero che non sono mai esistiti nel mondo occidentale divieti formali alla scrittura delle donne, è innegabile che la storia sociale e letteraria sia disseminata di tecniche di scoraggiamento quando non repressione della produzione artistica femminile. Con consapevolezza e lucidità, Russ scandaglia l’ambiente culturale anglosassone per riflettere su quei meccanismi distorti, sul patriarcato, gli ostacoli che ogni artista incontra sul proprio percorso, taluni evidenti altri meno: il risultato è un saggio molto agile e dalle considerazioni mai banali, retto dal principio cardine di fornirci gli strumenti per costruire da noi la nostra critica sociale e culturale, la nostra personale riflessione sullo stato delle cose.

Un principio che dovrebbe essere alla base appunto di ogni testo critico non didascalico, ma che stimoli nel lettore il pensiero autonomo. Partendo dal concetto fondamentale – e a mio avviso da tenere ben a mente – che la letteratura non deve essere specchio di noi stessi:
È un luogo comune dire che la letteratura produce empatia. Può contribuire a farlo, ma solo se si combatte con forza l’impulso di trattarla come uno specchio. Il primo passo è prenderne consapevolezza. (p. 17) 
Diviene sempre più fondamentale prendere consapevolezza della varietà di visioni e di voci, uscire da una visione univoca del mondo e da una letteratura che per troppo tempo ha ruotato intorno al maschio, bianco, della middle class; similmente a quanto si diceva in merito alle minoranza e ai vuoti letterari da colmare partendo dalle riflessioni intorno a quel bellissimo romanzo che è Paese infinito di Patricia Engel, la spinta ad aprire il nostro sguardo si va delineando a mio avviso sempre più come una necessità, per prendere consapevolezza della molteplicità di cui è fatta la società contemporanea e, a ritroso, delle voci spesso sommerse perché non corrispondenti, non idonee in qualche modo.

È la stessa Russ – che per altro non manca mai nemmeno di autocritica – a sottolineare fin da principio quanto la repressione, la marginalizzazione letteraria, sia un problema che ha coinvolto non solo la scrittura femminile ma anche le minoranze e che ha ancora spesso contorni razzisti e xenofobi.
Non leggiamo quindi per riconoscerci in quelle pagine, in quelle storie e protagonisti, non soltanto almeno, ma anche per ampliare il nostro sguardo sul mondo e le persone. Non lasciare che questo libro sia un rinforzo alla visione del mondo che già hai. (p. 17)
Parte da questi presupposti per poi focalizzare l’attenzione su come la scrittura delle donne continui a essere ostacolata, fraintesa, scoraggiata, repressa, in modi e misure diverse ma tutti pericolosi. Se alcuni di questi sono facilmente riconoscibili, immediati, specie per chi si sia misurato con la storia letteraria, molte altre considerazioni proiettano una luce nuova sulla questione e permettono di ampliare la riflessione su patriarcato, discriminazione. Non un divieto esplicito vero e proprio dunque, ma una serie di ostacoli e tecniche volte quantomeno a scoraggiare nelle donne la pratica della scrittura, già determinata da difficoltà date dalla povertà, la mancanza di tempo libero, il negato accesso a formazione e materiali; elementi che facilmente associamo alle scrittrici tra Sette e Ottocento, all’epoca vittoriana e alle sue contraddizioni, ma che in forme leggermente diverse influenzano anche oggi le scelte delle donne. Abbiamo accesso all’istruzione, ma è innegabile quanto pesino ancora le discriminazioni, quanto sacrificio sia necessario fare per dimostrare il proprio valore, per non sentirsi inappropriate; combattiamo con il tempo e il carico troppo spesso gravoso degli impegni domestici e familiari quasi mai equamente distribuito; abbiamo accesso a materiali e formazione, almeno sulla carta, ma è oneroso e il mondo culturale sempre più elitario.

Russ pone quindi l’accento su una serie di criticità che diventano anche fondamentali spunti di riflessione per ripensare l’ambiente culturale e il nostro approccio stesso alla lettura, individuando alcuni elementi costanti nella repressione della scrittura femminile: negare che sia opera di una donna, considerarla indecorosa/immorale, assegnarla a categorie sbagliate spesso denigrandola, privare le artiste di modelli di riferimento, rafforzare gli stereotipi esistenti.
L’ha scritto lei, ma non avrebbe dovuto.
L’ha scritto lei, ma guarda di che cosa ha scritto.
L’ha scritto lei, ma “lei” non è davvero un’artista, e l’”oggetto” non è davvero serio, o del genere giusto; insomma, non è davvero arte.
L’ha scritto lei, ma ne ha scritto soltanto uno.
L’ha scritto lei, ma è interessante/inserito nel canone per un motivo unico e limitato.
L’ha scritto lei, ma quelle come lei sono rare. (p. 134)
Disseminato di citazioni e rimandi a testi e autrici che sulla questione si sono a lungo interrogate, di riflessioni intrise di autocritica e profondamente lucide, Vietato scrivere è un tassello fondamentale nella costruzione di un canone nuovo, inclusivo, un saggio necessario per prendere consapevolezza di una mancanza e degli inciampi che talvolta compiamo.
È, come si diceva in apertura, lo stimolo a rifuggire una visione univoca delle cose, del mondo culturale, ad articolare pensieri propri, autonomi. Rappresenta un percorso da fare insieme, non ancora concluso: «Finiscilo tu» sono le parole con cui si “chiude”. Continuiamolo noi, senza dubbio.

Di Debora Lambruschini