La forza della voce femminile in “Eretiche” di Adriana Valerio



Eretiche. Donne che riflettono, osano e resistono
di Adriana Valerio
Il Mulino, aprile 2022

pp. 154
€ 14 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

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Il ruolo della donna è stato per lungo tempo relegato ai singoli compiti domestici e quando alcune provarono a uscire da questo copione imposto, non fu cosa gradita ai potenti. La considerazione d’inferiorità del genere femminile fu comunemente presente in tutti i secoli, ma, come questo fu presente, altrettanto presenti, furono le donne che provarono ad alzare la testa, a predicare il Verbo cristiano o, semplicemente, a proferire una parola diversa da quella che ci si doveva aspettare, e, dunque, la prima e unica accusa mossa fu quella di eresia.

Adriana Valerio, in “Eretiche”, ci trasporta attraverso due millenni di storia per scoprire come l’eresia sia stata soprattutto, se non unicamente, uno strumento politico di repressione: uno strumento che i potenti delle diverse epoche utilizzarono per far tacere o, semplicemente, screditare tutte quelle donne che rompevano i tanti oliati ingranaggi sociali. Profetesse, mistiche, religiose, false sante, streghe e riformatrici furono le vittime predilette di questo gioco che si svolgeva fra falsi processi e crudeli condanne.

Prima, però, di iniziare questo viaggio, è necessario, almeno provare, a chiarire un interrogativo basilare quanto complesso: che cosa è l’eresia? Chi decide cosa è eretico e cosa non lo è?

Sono queste alcune delle protagoniste di questo libro: donne audaci che hanno stato fronteggiare i tribunali ecclesiastici, che sono state giudicate non in linea con le direttive dell’ortodossia cattolica e per questo considerate «eretiche». Ma loro non si ritenevano «eretiche»: chi stabilisce, infatti, i criteri dell’ortodossia, chi giudica l’altro «eretico» e cos’è, in fondo, l’eresia? (p.7)

È da questo enorme punto di domanda che prende avvio questo lungo e inestricabile viaggio. L’eresia è «un concetto relativo» (p. 10), poiché cambia e si trasforma in base sia alle conoscenze culturali di quel particolare periodo storico sia alla concezione morale ed etica di quel momento perché non ci sono dei canoni rigidi e immutabili nell’eresia: quello che era condannato nel Trecento, non era lo stesso del Seicento oppure quello che i primi cristiani criticarono non è, per ragion di forza, quello criticato nel XIX secolo. C’è sempre, però, una costante: la devianza dalla norma accettata. Chi trasgredisce, è considerato eretico. L’accusa, perciò, si scatena quando le azioni oltrepassano i ruoli imposti.

L’insofferenza per il prestigio culturale di una donna che insegnava in luoghi pubblici –davanti ai templi pagani demoliti dalla nuova religione-, per la sua libertà di pensiero e per quella sapienza femminile non disposta a sottomettersi al potere istituzionale maschile. I secoli che verranno vedranno definire con più rigore i ruoli, le prerogative e gli ambiti di competenza che assegnarono alla donna lo spazio privato e all’uomo quello pubblico (p. 62).

Relegate, emarginate, sottostimate e sottovalutate, frequentemente le donne si sono impegnate per cercare ruoli che andassero oltre quelli dovuti, come Massimilla, Priscilla e Quintilla, profetesse nelle prime comunità cristiane che, secondo il loro personale punto di vista, diffondevano la parola di Cristo nei primi secoli del Cristianesimo, non pretendendo di avere seguaci, ma di avere solo qualcuno ad ascoltare la loro voce. In questo caso, però, non furono accusate di blasfemia o di infangare la verità cristiana, bensì di “abbandonare i loro mariti” e, dunque, di eccessiva indipendenza. Esse, in qualche modo, dimostrarono l’autonomia della donna nei confronti dell’uomo e questo non era accettabile, giacché la classe dirigente, allora come poi per lunghi secoli, era maschile: «in ogni modo, se la profezia femminile era accettata in quanto esperienza estatica, attestata sia in ambito giudaico che pagano, non lo era la parola pubblica» (p. 50).

Le tre profetesse presero, dunque, distanza dagli obblighi familiari e, di conseguenza, da quelli sociali: la donna doveva essere madre e moglie e non erano accettate altre funzioni, men che meno quelle religiose. Per di più, con le loro parole, minarono l’autorità ecclesiastica, dimostrando anche come le donne potessero discutere di religione o porre quesiti teologici che, spesso, mal s’incarnavano con la volontà terrena e materiale della Chiesa, come le mulierculae, letteralmente “donnette”, passate alla Storia come “beghine”, fenomeno religioso che abbracciò un lunghissimo periodo, dal XII al XV secolo, e un’ampia area geografica. Queste donne, spesso nubili o vedove, “osavano” commentare la Bibbia in pubblico, interrogandosi sui fondamentali quesiti teologici, ad esempio com’era possibile l’unione, almeno in via teorica, tra la povertà descritta nelle Sacre Scritture e l’opulenza di alcuni vertici ecclesiastici. A muovere l’accusa fu, ancora una volta, l’indipendenza: furono, infatti, perseguitate quando iniziarono a creare comunità indipendenti e autosufficienti, insomma quando dimostrarono di poter vivere senza il sostegno di una figura maschile.

L’eresia nei confronti delle donne non è in funzione di quello che dicevano, ma perché, banalmente, osavano dirlo e, quindi, dimostravano un’indipendenza intellettuale che non le era permessa. Non è, qui, sotto esame la veridicità delle loro parole o credenze, ma il meccanismo sociale di repressione fisica ed etica della libertà femminile. Da una parte, dunque, il controllo della parola e della libertà di pensiero e dall’altra lo screditamento del genere femminile: due meccanismi che ben avvilivano e, in tanti casi, annientavano l’imputata. Una subentrava all’altra quando non era raggiunto lo scopo, come in un gioco tra le parti che metteva al centro la figura della donna.

Lo screditamento accadeva attraverso ingiurie o la denigrazione dell’intelletto femminile. Secondo i manuali inquisitori, tra i più noti il Malleus Maleficarum, la donna sarebbe stata, infatti, più sensibile alle lusinghe del Diavolo. La facilità, con cui esse sarebbero state più portate a farsi influenzare dal Diavolo, è un’evidente, e poco sottile, indicazione di come il genere femminile non sarebbe stato in grado di riconoscere il bene dal male per le scarsa e indubbia moralità e, in qualche modo, anche per l’intelletto inferiore.

Le donne diventarono il capro espiatorio di paure e frustrazioni determinando una vera e propria «notte dell’anima» e «oscuramento della ragione». La religione di Gesù Cristo fu rovesciata e sostituita dalla religione di Satana (p. 101).

Quello di Adriana Valerio è un saggio che ha il merito, non solo di raccontarci le vicende delle “eretiche”, ma anche quello di porsi davanti ai rigidi schemi sociali e di riuscire a scomporre, secolo dopo secolo, questi meccanismi tanto comunemente messi in atto. È il racconto di accuse, processi, condanne, ma anche della paura che tanto attanagliò gli uomini per lungo tempo.

Giada Marzocchi