Bruciare per non spegnersi mai: "Salvare il fuoco", l'ultimo romanzo di Guillermo Arriaga

Gugliermo Arriaga, copertina di Salvare il fuoco

Salvare il fuoco
di Guillermo Arriaga
Bompiani, 2021

Traduzione di Bruno Arpaia
 
pp. 848
€ 24 (cartaceo)
€ 15,99 (ebook)

 


 

Noi viviamo con rabbia.
Non possediamo nulla.
Le nostre figlie nascono violentate.
I nostri figli, sequestrati.
Nasciamo senza vita, senza futuro, senza niente.
Però siamo liberi perché non abbiamo paura. (p. 9)
In oltre ottocento pagine si possono raccontare tante cose: la storia di un’epoca, una saga familiare, la vita di una persona. Con una tale mole di pagine a disposizione si può anche decidere di raccontare diverse storie a loro volta attraversate da molteplici fil rouge: questa è la strada che Arriaga percorre nel suo ultimo romanzo.
Salvare il fuoco è infatti la storia di Marina Longines, ballerina e coreografa con una esistenza borghese e  come nel più classico dei cliché  profondamente noiosa, la cui vita viene stravolta quando incontra il detenuto, colpevole di parricidio e successivamente duplice omicidio, José Cuauhtémoc. Ma Salvare il fuoco è anche la storia di José Cuauhtémoc e del suo tentativo di sfuggire alla vendetta del suo ex amico e componente del cartello messicano “Il Macchina”. Se la prima narrazione sembra avvicinarsi alla tragedia shakespeariana Romeo e Giulietta, questa seconda assume i contorni di un (ancor più) sanguinoso Otello. Il romanzo di Arriaga è però anche la storia  più celata  del fratello di José Cuauhtémoc, il quale in un dialogo fittizio col defunto padre Ceferino tira fuori dal dimenticatoio una vicenda familiare non proprio felice. Infine, Salvare il fuoco è la storia del Messico attuale, diviso fra cartelli eternamente in lotta fra loro, un governo federale corrotto, la violenza delle carceri e l’immancabile divario fra ricchezza e povertà.

Come si può intuire da queste poche parole, non è un romanzo che vibra per originalità: il tema della condotta borghese benestante ma algida e inautentica contrapposta al calore della vita da bassifondi, sempre in bilico fra violenza e morte, è vecchio almeno quanto il Novecento. Allo stesso modo, l’amore che travolge un’esistenza piatta e la rende piena di pathos o la vendetta che distrugge un’amicizia sono topoi letterari classici. Lo stesso si può dire delle tematiche legate alla corruzione dello Stato nei paesi a sud degli Stati Uniti. Insomma, questo testo affronta temi classici dato il background dell’autore, e lo fa nel modo più irruente possibile. Certo, sarebbe come dire che sia normale ritrovare situazioni paradossali nei testi di Kafka oppure un’introspezione psicologica nei romanzi di Virginia Woolf; tuttavia, in questo caso la percezione di star leggendo un testo spiccatamente “canonico” portato avanti con uno stile forzatamente feroce è persistente e a tratti scoraggiante, sebbene il risultato finale sia una lettura in ogni caso godibile nonostante la mole, un romanzo che alla fine non lascia indifferenti.

Tralasciando la trama, tre sono gli elementi che rendono questo testo peculiare: la prospettiva multipla, lo scarto temporale dei personaggi e l’utilizzo del linguaggio. L’idea di utilizzare tre narratori, infatti, consente di comprendere il plot narrativo in un modo più complesso e strutturato, sebbene inizialmente sussista il rischio di perdersi nei meandri delle diverse narrazioni, anche considerando che i tre protagonisti si raccontano attraverso tre linee temporali non allineate e usano registri linguistici diversi. Ci vuole un po’ a entrare nell’ottica del romanzo perché ciò che accade nelle tre storyline non avviene in ordine cronologico: solo nel finale troviamo una sincronia degli eventi, quando l’azione si fa frenetica e il tutto esplode in maniera rapida. Vivere le vicende dei tre protagonisti in questo modo consente di completare le informazioni mancanti e di comprendere a fondo le motivazioni che spingono i personaggi all’azione.

Per quanto concerne il linguaggio, invece, se due delle tre narrazioni vedono un uso normale della lingua, la terza, quella di José Cuauhtémoc, risulta altamente variegata. Il registro quotidiano si mescola a quello criminale, allo slang della malavita organizzata, e non rari sono i neologismi che hanno probabilmente dato del filo da torcere al traduttore Bruno Arpaia, il quale è talvolta dovuto ricorrere – non sempre felicemente, c’è da dire  all’utilizzo di termini dialettali quali il siciliano “cabasisi”, non facilmente esportabile per raccontare vicende ambientate in Messico, o in alcuni casi a veri e propri neologismi. Insomma, l’inventiva di Arpaia, che fa da contraltare a quella di Arriaga, da un lato ha dato un tocco di colore e vivacità alla lettura, dall’altro non ha reso le cose più semplici al lettore.

Salvare il fuoco è un romanzo crudo e crudele, ferale, nero, in grado di divorare ogni emozione positiva. Non sembra esserci speranza fra le sue pagine, neanche quando le cose finiscono bene. D’altronde, questo è proprio ciò a cui ci ha abituati un autore come Arriaga, in qualche modo la sua cifra narrativa. In definitiva, in ogni caso, non il suo testo migliore, ma comunque una bella lettura.

David Valentini