Wendy Delorme, "Il corpo è una chimera": una storia di sette chimere

Il corpo è una chimera
di Wendy Delorme 
Fandango, luglio 2020

Traduzione di Anita Bartolini

pp. 220
€ 18,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



Nel parlare di questo strano romanzo, mi piacerebbe partire dal titolo. Il corpo è una chimera. Un’affermazione, più che un titolo; un fatto, una dichiarazione di intenti, che non anticipa assolutamente nulla della storia, che ci impedisce di crearci delle aspettative. Il romanzo, infatti, si apre con un funerale: la negazione estrema e finale del corpo vivo. Qui conosciamo Philippe e la sua ex moglie Isabelle, deceduta; la loro figlia Marion, la sua compagna Elise e i loro tre figli; Ashanta e Camille, un’altra coppia che si presenta al funerale; conosceremo poi nei capitoli successivi, apparentemente scollegate al set iniziale di personaggi, Maya e Jo. Dopodiché il romanzo torna indietro, fa esplodere questo gruppo, scioglie l’ordito del tessuto, e in ogni capitolo ci conduce nelle singole trame, nelle storie dei singoli personaggi, operando continui salti temporali, lasciandoci intuire i rapporti che si andranno a creare da piccoli dettagli ricorrenti: costituzioni fisiche, tagli di capelli, segni di sofferenze incisi sul corpo. 



E anche qui, dunque, il titolo non ci aiuta. Se il corpo è una chimera, come è possibile che il corpo sia l’alfa e l’omega di tutto ciò che i personaggi fanno, provano, vivono? Che ogni aspetto del loro vissuto sia legato a doppio filo al corpo in cui sono nati, e soprattutto all’uso che ne fanno gli altri, al modo in cui i corpi si relazionano fino al punto in cui è impossibile discernere una dimensione pubblica da una privata? Torniamo alla scena iniziale, del funerale: il corpo di Isabelle non c’è più, giace senza vita. Ma c’è il corpo di Philippe, spaccato in due dal dolore. C’è il corpo di Marion, sformato dai figli e dall’iter medico e burocratico che ha dovuto attraversare per poter raggiungere il sogno dell’omogenitorialità. C’è il corpo di Camille, che reca i segni del suo tentativo attivo di migliorare le condizioni di chi vive nel campo profughi di Calais, arrivando a prendersi pidocchi e scabbia pur di condividere il loro dolore. 

I corpi hanno i loro desideri, sono imperiosi, pretendono soddisfazioni, e fanno anche scelte proprie, se non li ascoltiamo: ne è un esempio la rottura del rapporto di Isabelle e Philippe. Eppure i corpi non ci appartengono: nessun corpo nel romanzo è davvero proprietà esclusiva del suo padrone, tutti i corpi sono esposti a giurisdizioni altrui. I traumi giovanili di Isabelle. Marion ed Elise, che in casa vedono nei loro tre figli l’amore più puro scaturito dai loro corpi, e fuori casa devono fare i conti con le manifestazioni per la famiglia tradizionale. Il paradosso del corpo è proprio questo: nel segnare il limite tra pubblico e privato, tra esterno e interno, ci nasconde, ci protegge, ma nel farlo è esposto agli altri, agli sguardi, alle mani, alle decisioni. 

Eppure, non è così facile tracciare una linea tra fuori e dentro. Perché se questo romanzo ci vuole mostrare qualcosa, è che noi siamo il nostro corpo. Siamo la lotta che dobbiamo intraprendere affinché i corpi abbiano le loro ragioni, affinché i corpi si possano incontrare, amare e generare amore liberamente, senza più violenze di alcun tipo. Mi piace pensare che la chimera di cui parla il titolo non si riferisca al significato connotativo di cosa irraggiungibile e impossibile da stringere nella mano, ma che sia piuttosto riferito alla creatura della mitologia greca, dal corpo fatto di tre animali diversi. Come dice Marion nell’orazione al funerale di sua madre, “Il corpo è una chimera. Una bolla di sapone, un involucro di carne.”(p. 205). Eppure in quell’involucro inizia e finisce tutto, lì si trovano le ragioni di ogni cosa; lei stessa, in occasione della nascita di sua figlia, aveva scoperto che “quando una donna partorisce, delle cellule del bambino rimangono nel corpo della madre” (p. 15); i corpi sono aggregati delle persone che ci hanno amato e ci hanno fatto del male, chimere create da pezzi di corpi altrui, le cui cellule sono invischiate alle nostre in modo tale che è impossibile distinguerle

È questa, dunque la lezione finale che ci lascia questo romanzo corale fatto di storie che si intrecciano progressivamente per riportarci al punto di partenza. Un romanzo necessario, che lega pubblico e privato, singoli e collettività, cittadini e politica. Un romanzo ben costruito, di una scrittrice arrivata ormai al suo quarto romanzo, che riesce a inserire il suo vissuto in forma poetica in modo magistrale, dando grande credibilità ai suoi personaggi. Quasi fino alla fine, al finale che, secondo me, non rende giustizia alla poeticità e insieme alla profondità delle istanze sociali accennate fin lì. Ma che comunque trova un suo senso nell’economia del testo e che ci consente, ancora una volta, di fare quel salto da una visione filosofica del corpo privato a una visione politica del corpo irrimediabilmente pubblico, irrimediabilmente chimerizzato e plurisfaccettato, che il romanzo ci vuole insegnare ad accettare in tutte le sue complessità.

Marta Olivi




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Un titolo che è una dichiarazione d'intenti: crea aspettative e allo stesso tempo le distrugge. Perché se il corpo è una chimera, cosa siamo noi? Che in questo corpo ci viviamo, ci spostiamo, ci amiamo e ci facciamo del male? Che in questo corpo ci sentiamo stretti, larghi, padroni o schiavi? Arrivata a metà di questa spettacolare nuova uscita @fandangolibri , @m.andorla è già avvinta dai continui colpi di scena, dall'infinita combinatorietà di incroci e rapporti tra i corpi che hanno luogo in questo romanzo corale, addirittura dislocati su diversi piani temporali, su diversi momenti di esistenza del corpo, che non è mai uguale a sé stesso. Proprio come noi. A breve la recensione sul sito! #Criticaletteraria #fandangolibri #instalibri #instabook #inlibreria #inlettura #Bookstagram
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