Un viaggio che non è solo interiore: «Azzorre» di Cecilia Giampaoli


Azzorre
di Cecilia M. Giampaoli
Neo edizioni, 2020

pp. 162
€ 14,00 (cartaceo)

L’aereo si schiantò contro la montagna. È unica e centrale. Teresa la indica sporgendo il braccio fuori dal finestrino. Dalla cima si vede ogni punto dell’isola e da ogni punto dell’isola, anche da qui, si vede la cima. Servirà a ricordarmi perché sono venuta: in questo posto ho perso e guadagnato tanto. (p. 16)
Affrontare un romanzo sapendo che la quarta di copertina riporta la scritta «una storia vera» è sempre un pugno nello stomaco: per quanto la narrativa si fondi su quella sospensione dell’incredulità tanto cara a Coleridge – e per quanto alcuni scrittori siano così bravi nell’arte della parola da farci credere che ciò che stiamo leggendo è reale – in fin dei conti sappiamo che sotto mano abbiamo un lavoro di fantasia, che “qualsiasi riferimento a fatti o persone è puramente casuale”. Il coinvolgimento emotivo c’è, l’ancoraggio con la realtà anche, però siamo consci di non dover temere per la vita di quelle persone immaginarie.
Libri come Azzorre, invece, hanno un’impronta diversa, sembrano portare con sé un sudore animale che trasuda dalle pagine. È il modo in cui ci approcciamo a queste storie che ce le rende più feroci; ma è anche sapere che possiamo interrompere la lettura, andare su Google e digitare “incidente aereo Azzorre 1989”, e troveremo nomi, date, biografie reali. Sappiamo che il padre di Cecilia Giampaoli è veramente rimasto vittima di quell’incidente. Sappiamo tutte queste cose e non possiamo ignorarle. Libri come Azzorre ci pongono davanti a questi fatti.
Questo è un libro che parla di una ferita aperta dopo tanti anni, una ferita che va chiusa in qualche modo perché il dolore non scompare se non viene affrontato; ha questa capacità di rintanarsi nel profondo e annidarsi lontano dalla vista per poi tornare quando si è meno preparati. Pochi dolori sono forti come quelli legati a eventi inspiegabili, di cui non ci si riesce a capacitare, a farsene una ragione. Un incidente aereo è uno di quegli eventi, perché ogni giorno, da ogni parte del globo, un aereo si solleva dal punto X e atterra nel punto Y, portando sani e salvi i passeggeri a destinazione. Domande come “cosa diavolo è successo quel giorno maledetto?” restano inespresse, insolute, indimenticate. Allora ecco che si parte per fare luce, si compie un viaggio che non è solo metaforico.
Ciò che colpisce della scrittura di Cecilia Giampaoli è l’insanabile idiosincrasia fra l’estremo calore dettato dalla vicinanza degli eventi – parliamo di suo padre, del suo dolore – e la freddezza della sua narrazione, di stampo quasi giornalistico: le frasi sono spesso brevi, quasi delle sentenze, l’autrice non si lascia andare a sentimentalismi neanche quando la descrizione delle giornate sull’isola di Santa Maria lascia spazio a considerazioni più personali e intime. Il dolore lo si percepisce per sottrazione, attraverso quello che non viene detto, o meglio: attraverso ciò che la donna e figlia Cecilia non vuole lasciar trapelare al lettore, attraverso ciò che preferisce tacere e tenersi per sé.

La sua narrazione degli eventi ci coinvolge in quanto spettatori del suo viaggio ma la sua voce è come la siepe dell’Infinito di Leopardi: ci esclude il guardo di tanta parte di quel suo ultimo orizzonte che è la sua coscienza profonda. Questa netta separazione è talmente persistente da avermi spinto ad annotare, sotto al frontespizio del libro, queste parole: “Intimismo e distacco. Questo libro fa paura”. La paura sovviene perché rimanda anche ad altro, a quegli aspetti inconoscibili delle persone che amiamo, a quel quid indecifrabile che le mantiene a distanza, un quid fatto di segreti, di non detti, di sguardi che si percepiscono senza riuscire a decifrarli. È lo stesso quid ineffabile che caratterizza il rapporto con i genitori, che ci fa chiedere quali persone siano state durante la loro lunga esistenza prima di noi.
Un altro tema fondamentale di questo libro è quello delle storie personali. Anche questo lo si legge per differenza – per sottrazione – perché più che venir esplicitato scorre sotterraneo fra le pagine. Cecilia Giampaoli ci racconta il proprio viaggio connesso alla vita del padre. Ne percepiamo la sofferenza, i rimpianti e i rimorsi, la nostalgia. E leggendo sappiamo sin da subito che la storia di quell’uomo – quella storia che ha generato tanto dolore e ha portato alla stesura di questo libro, il libro di cui ora stiamo parlando e che tante riflessioni ci fa fare – è solo una delle 144 storie che si potrebbero raccontare, perché non possiamo dimenticare che «Nel bosco cala il silenzio. 144 persone perdono la vita, io perdo mio padre» (p. 7).
Questo per dire, in conclusione, che i numeri fanno perdere spesso il centro delle cose. 144 persone: centoquarantaquattro famiglie distrutte. Che ne è delle altre centoquarantatré storie da raccontare? E anche se potessimo parlarne, vorremmo veramente infilarci fra i tessuti molli di quelle vicende? Siamo preparati a conoscere il dolore altrui?

David Valentini