Se la panne diventa condizione esistenziale: rileggendo Dürrenmatt

La panne. Una storia ancora possibile
di Friedrich Dürrenmatt
Adelphi, 2014

Traduzione di Eugenio Bernardi

pp. 87  
€ 10,00 (cartaceo)
€ 6,99 (ebook)



Tutto inizia con una domanda: “ci sono ancora storie possibili, storie per scrittori?”. Come spesso nelle sue storie, Dürrenmatt ci interpella, interrogandosi su un problema di matrice teorica. Ne La promessa si trattava dell’insensatezza del romanzo giallo, per cui l’autore scriveva addirittura un requiem; in questo breve apologo, invece, al centro della riflessione è il senso della letteratura odierna, che troppo spesso si concentra su un’analisi quasi pornografica dell’interiorità dello scrittore e non pare più in grado di narrare vicende che abbiano una valenza universale, che permettano di risalire dal particolare al generale, che mettano in campo forze superiori come la giustizia, o il caso, in cui si crede in fondo sempre meno. Tale premessa, inevitabilmente, getta un’ombra di inquietudine sugli eventi che presto vengono presentati: in un caldo pomeriggio estivo, un uomo qualunque – Alfredo Traps, quarantacinque anni, rappresentante di articoli tessili – si trova bloccato in un ridente paesino per un guasto alla macchina.
Poco volentieri, accetta ospitalità in una villa sulla collina, dove viene coinvolto dall’anziano padrone di casa in una cena per soli uomini. Se già la prospettiva non lo alletta (Alfredo aveva sperato di trovare qualche avventura galante nella locanda del villaggio), l’umore subisce un ulteriore tracollo nel conoscere gli altri commensali, il più giovane dei quali rasenta gli ottant’anni: “simili a immensi corvi riempivano quel vasto salotto estivo dal mobilio di vimini e le tendine leggere: bacucchi, bisunti e trasandati, benché le loro finanziere [...] fossero della miglior qualità” (p. 21). I quattro uomini hanno però un passatempo intrigante: ogni sera si divertono a rimettere in scena, anzi, in aula, i processi più celebri della storia (quello a Socrate, quello a Gesù...), o a improvvisarne di nuovi ai danni dei viandanti. Li aiuta in questo una professionalità antica: erano, un tempo, un giudice, un pubblico ministero, un avvocato difensore... mentre convincono Alfredo a prestarsi al ruolo dell’imputato ed egli con leggerezza acconsente, solo uno dei quattro non parla, restando figura grave sullo sfondo di un dibattito che presto si infiamma. Il rappresentante si proclama infatti innocente e il processo prende il via, mentre “i quattro vegliardi [...] lo scrutavano come fosse un boccone prelibato” (p. 32).
Chi si può definire infatti realmente innocente? Chi si conosce davvero, chi ha voglia di ammettere con se stesso la propria miseria? La panne diventa condizione esistenziale ed è Alfredo stesso, con il suo sproloquiare leggero, a sprofondare sempre di più, mostrando la fragilità della sua posizione, e per di più senza rendersene conto. È solo quando improvvisamente il lettore realizza che il quarto vecchio, Pilet, altri non è che il boia, che la faccenda diventa tremendamente seria. La cena si fa grottesca, in un tripudio di vino e cibo assunti senza ritegno, di risate e battute che celano la sottotrama di un processo che lascia al colpevole sempre meno possibilità di scampo. L’angoscia cresce tanto più nel lettore quanto più il protagonista sembra non rendersi conto del cappio che gli si stringe intorno al collo.

Per Dürrenmatt la consapevolezza di sé dovrebbe coincidere con la comprensione della propria tragedia, ma così non è per l’uomo mediocre, che vede anzi nel delitto che gli viene attribuito (forse a torto) un atto qualificante, in grado di dare dignità e spessore a un’esistenza altrimenti piatta e banale, fatta di piccole trasgressioni e tanta ordinarietà. La Spannung narratologica, in questo romanzo breve – o racconto lungo che dir si voglia, coincide con la totalità della storia e lo scioglimento arriva solo alla fine, con l’imprevedibilità che solo un autore di alta levatura come Dürrenmatt, in grado di giocare con i generi e rovesciarne gli stereotipi, può ambire a raggiungere. Se l’obiettivo iniziale era quello di trovare una trama che assurgesse all’universale, rimettendo in campo elementi come il caso o la giustizia, spesso banalizzati o dimenticati dalla letteratura contemporanea, l’autore mantiene la promessa, scegliendo come sempre una via inaspettata per far operare e agire le forze superiori, farle arrivare a segno. Prende vita così un’opera che, anche a distanza di anni dalla sua prima pubblicazione, rimane un piccolo gioiello, una chicca per intenditori.

Carolina Pernigo











Un post condiviso da CriticaLetteraria.org (@criticaletteraria) in data: