I giorni lenti, le compagnie brucianti, le vite infuocate della Los Angeles di Eve Babitz

Slow days, Fast company – Il mondo, la carne, L.A.
di Eve Babitz
Bompiani, 2017

Traduzione di Tiziana Lo Porto
Prefazione di Matthew Specktor


pp. 208
€ 17 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



Sono davvero rimasta perplessa quando ho scoperto l’immensa caratura della figura di Eve Babitz e al tempo stesso mi sono resa conto di quanto la cultura italiana ne abbia taciuto l’esistenza. Eppure credevo di aver sempre spaziato nei miei interessi culturali, ma questa volta mi sono dovrà ricredere circa l’ampiezza delle mie vedute e ho dovuto constatare, mestamente, che molto mi è oscuro. La bellezza della letteratura e dell’arte mi ha permesso, allora, di scoprire quest’incredibile donna che ha segnato un’epoca negli Stati Uniti degli anni Settanta, e che ha lasciato molte tracce lungo il suo cammino di donna anticonformista, sotto certi aspetti, e perfettamente in linea con le tendenze dell’epoca in cui ha vissuto, sotto altri.

Slow days, Fast Company (sottotitolato nel titolo italiani con Il mondo, la carne, L.A.) tratteggia l’immagine di Eve in un maniera estremamente atipica, impedendone tra l’altro un inquadramento completo nel canone tradizionale delle artiste e rendendola ancora più affascinante e, per certi aspetti, esotica ai nostri occhi. Eve Babitz è una scrittrice, una modella, l’autrice di alcune delle cover di album che hanno fatto la storia del rock e icona degli anni Sessanta e Sessanta. Eve Babitz è una figlia d’arte: la madre è un’artista, il padre un violoncellista che lavora per la 20th Century Fox. Eve Babitz, appena ventenne, ha scandalizzato la bigotta America, raggiungendo quindi una fama dalla bicefala, giocando nuda a scacchi con Marcel Duchamp nell’ormai iconica fotografia di Julian Wasser. Eve Babitz è cresciuta sotto le spire artistiche del padrino, il caro amico di famiglia Igor Stravinsky, in grado di instillarle ogni giorno una dosa di placida follia. Eve Babitz è una femminista che non colora i suoi gesti di accenti politici, ma rende spontanea ogni lotta per la libertà, vivendola nella suo quotidiana convivenza con le donne dello showbiz hollywoodiano:
Le donne si muovevano disinvolte per il patio e il grande cortile, tenendo in mano i drink, con l’aria appena un po’ rallegrate dalle pance ovali avvolte nel cotone fiorato. Le fedi riflettevano il tramonto rosa, i braccialetti d’oro catturavano la luce delle colline color senape. Non c’era altra energia in queste donne al di là dei loro figli. Non c’era energia per l’umorismo o l’arguzia. (p. 35)
Eve Babitz è una donna libera dalle logiche e dagli schemi, e in Slow days, fast Company elenca passo dopo passo il Manifesto programmatico della sua lotta per la libertà di essere al mondo in qualunque modo si ritenga opportuno esserci:
Quando hai deciso che tu sei tu e gli altri sono semplicemente perfetti, perfetti come usciti da una fabbrica… puoi darti alla libertà più sfrenata. (p.82)
Quando libertà significa anche rompere le catene del falso bigottismo americano e guardare al progresso anche parlando di un tema, la droga, delicato allora come ai giorni nostri:
Prendere qualcosa che toglie il dolore e in più è illegale è una tentazione troppo grossa quando di colpo hai tutto tranne il principe azzurro, soprattutto se sei americana. Se la legalizzassero in modo che si potesse comprare e basta, forse le donne scoprirebbero che dell’eroina nemmeno hanno bisogno. (p.82)
Così come Eve non è una donna per tutti, la sua opera non è di facile lettura, certo, ma dopo aver capito che
È risaputo che una storia per essere di finzione debba procedere in modo lineare e non serpeggiare tra i cespugli guardando il paese vicino. Purtroppo a L.A. non puoi farlo. Non puoi scrivere una storia su L.A. che arrivata a metà non faccia inversione o si perda. E visto che la gente a cui “piace” L.A. è abituata ad accettare tutto in blocco e crogiolarsi al cimitero di Forest Lawn, tutte le storie che leggi ti spingono a chiederti perché lo scrittore non si sia limitato a tirare dritto e saltare, passare oltre. (p. 17)
si riesce facilmente a farsi avvolgere dalle spire ipnotiche dei racconti, a volte deliranti e sena una connessione temporali l’uno con l’altro, dei giorni lenti insieme a compagni di viaggio sovraeccitati dell’appena trentenne Eve in uno scritto di difficile definizione. Non è un diario, non un memoir (dato che non vi è alcun appiglio temporale preciso e il tempo ovattato procede in maniera indefinita), non una storia di finzione né un racconto metafisico. Il suo è un lungo poema d’amore in cui il sentimento viene sovvertito e letto attraverso la lente della disillusione. Il suo vero amore è Los Angeles, la sua città, a cui dedica le descrizioni più commoventi, fatte di cieli «color lavanda», di nuvole «divenute di colpo arancioni» e che le fa dichiarare, senza mezzi termini, che
La claustrofobia generata da San Francisco inizia a scomparire; quella vitalità brillante e ordinata del Nord viola il mio spirito e in me si accende la brama di distese sconfinate, smog e notti tiepide: L.A. è dove lavoro meglio, dove riesco a vivere, senza pensare alla realtà fisica. (p. 47)
Nella prefazione Matthew Specktor dice che un grande scrittore è sempre legato in modo inestricabile a un luogo. Può perdersi lontano dal suo tempo, ma un luogo sarà sempre nel suo cuore. Per la scrittrice, donna che invito a scoprire e conoscere, allora, questo è ancora più vero: Los Angeles non è semplicemente un luogo; Los Angeles è una persona: Eve Babitz.

Federica Privitera