#CriticaNera: Alessio Viola, "Fidati di me fratello"

Fidati di me fratello (una storia vera)
Di Alessio Viola
Aliberti Compagnia Editoriale, 2016
Collana The Outlaws

pagine 155


La famiglia, si sa, è il principale caposaldo della struttura sociale del nostro Paese, tanto radicato nel DNA degli italiani da diventarne una marca distintiva, al pari dei clan tribali.
Sede degli affetti più cari, delle radici più profonde e dei legami più indissolubili, soggetto scandagliato da cinema e letteratura, fenomeno esaminato scientificamente sotto gli aspetti sociali e psicologici, insomma la famiglia italica è tutto questo.

Fidati di me fratello è un libro sulla famiglia: una famiglia monolitica, nucleare, arroccata intorno al proprio capoclan, il figlio maggiore che ne ha preso la guida dopo la morte del padre, capetto della malavita barese ucciso per non aver rispettato le regole. Un capofamiglia giovane ma giudizioso e responsabile, perché non è che in un contesto gerarchizzato e ipernormato come la camorra uno possa permettersi di regolare i conti a proprio piacimento, così quell'ammazzatina il nostro capofamiglia la manda giù senza fare storie.
I vecchi del clan gli avevano spiegato che non c'erano vendette da fare; il fatto era che il vecchio aveva proprio sgarrato, si era fottuto un carico di registratori dal furto di un camion di un altro clan, e se lo era venduto tutto per i cazzi suoi. Neanche aveva avvisato gli amici.

Per questo motivo Vitino Sciannameo, detto Ù Mup (il muto), come un bravo soldato rinuncia alla vendetta e si mette al lavoro per garantire la dovuta stabilità economica alla madre, alle sorelle e al fratellino. E il lavoro paga, evidentemente, poiché il nostro Vitino sale rapidamente la scala gerarchica passando da manovale addetto a rapine, scippi e trasporto di pacchetti al prestigioso incarico quale portatore di pistola, fino a raggiungere una posizione di comando, seppure a livello intermedio.
E proprio da quel momento Vitino, che tiene alla famiglia più di ogni altra cosa, può organizzare le attività dando un impiego sicuro e redditizio alle sorelle, incaricate della gestione di un bordello per la buona borghesia cittadina, che frutta guadagni immediati e cospicui sia in termini economici che di prestigio. Sia chiaro, le sorelline mica sono obbligate a fare le marchette, devono solo selezionare le maestranze.
Se però avessero voluto provare, per loro volontà, allora sarebbe stato diverso. Lo avrebbero fatto per il bene della famiglia.
Ma il colpo di genio Vitino lo riserva al fratello Franchino, un ragazzo introverso, timido e debole (Vitino, sotto sotto, ha il timore di avere un fratello ricchione), di cui valorizza la condizione di tossicodipendente affidandogli l'incarico, delicatissimo e strategico, di assaggiatore. In pratica, Franchino deve esperire un controllo di qualità testando personalmente le partite di eroina consegnate di volta in volta dai grossisti calabresi, nordafricani, albanesi, in modo da decretarne la purezza e da evitare fregature. Ma mica con reattivi, provette e altro: no, proprio sparandosela in vena e analizzandone gli effetti. Tutto questo per la famiglia, naturalmente. Un compito gravoso, ma si sa che "gli uomini non si tirano indietro e fanno quello che devono fare", come aveva detto quel padre che Franchino tenta inutilmente di ritrovare nel fratello.

Fidati di me fratello è una storia vera. Una storia agghiacciante, che narra di degrado, violenza, cattiveria pura, ignoranza ai livelli più profondi. Proprio la condizione di racconto, seppure romanzato, rende il libro ancora più angosciante; colpisce la rappresentazione dell'impossibilità categorica di abbandonare una realtà che, per chi ha la sfortuna di nascervi, è preconfezionata e immutabile, come una strada a senso unico che porta a un'unica, tragica meta possibile.
Alessio Viola si rivela un grande narratore, che riesce a raccontare questa brutta storia miscelando l'efficacia del giornalista con la poetica del romanziere. I fatti innanzitutto, perché sia chiaro di cosa si tratta, e poi il tono scanzonato e ironico, le molteplici prospettive che permettono un narrato in forma "inaffidabile", da cui traspaiono amarezza e dolore per l'inevitabilità di queste "vite contro":
Quei ragazzi poco più che ventenni avevano già passato una vita scorticata sulle strade, in famiglie scassate, niente scuola, mai nessuno di loro che avesse letto un libro, conosciuto un amore vero o un amico di cui fidarsi ciecamente. Erano esistenze vissute oltre i margini di ogni cosa, dalla parte dei canali di scarico della vita.
E poi ancora le descrizioni che rivelano l'amore sconfinato per una terra meravigliosa, incastonate nel narrato quasi a tentare di riscattare gli aspetti più sordidi della vicenda:
La statale 16 si srotola percorrendo più o meno i tracciati delle vecchie vie consolari romane, all'insaputa di molti che la percorrono. Sfiora le colline che portano alla Selva, qua e là un trullo a indicare che oltre quei rilievi si estende la Valle d'Itria, nascosta agli sguardi del viaggiatore distratto. Borghi, masserie e paesi raccontano mondi che sembrano lontani anni luce da chi vive nelle notti dello spaccio, del buco, del contrabbando.
Una storia atroce, dall'epilogo prevedibile, raccontata con humour nero e con la lucidità di chi ha ben chiaro quale sia il terreno di coltura in cui prendono forma il degrado e la devianza sociale.
Un libro che fa male, a conti fatti. Ma una lettura necessaria.

Stefano Crivelli