CriticaLibera - Commencement Speech: di paure, fallimenti e gentilezza

Foto di Debora Lambruschini
Ho sempre trovato molto interessante la tradizione, per lo più statunitense, del commencement speech: il discorso, qualche volta ispirato altre un po’ troppo retorico e banale, tenuto da personaggi di spicco della politica, della cultura, dello spettacolo, alla classe di laureati di quell’anno. È un augurio, un momento di riflessione, una serie di consigli che la persona invitata ad intervenire rivolge a quei ragazzi un attimo prima del loro ingresso nel mondo reale degli adulti, fuori dall’ambiente accademico.
E fa un po’ paura, uscire dopo cinque anni dall’ambiente protetto dell’università e cercare in qualche modo di inserirsi a tutti gli effetti là fuori, nel mondo vero, lasciandosi definitivamente alle spalle un certo grado di spensieratezza ed incoscienza che non torneranno, diventando a tutti gli effetti degli adulti. Un po’ più istruiti e consapevoli – si spera – di quando si è messo piede per la prima volta in quelle aule, con la testa piena di sogni, nozioni qualche volte inutili, competenze e pensieri che ora sembra arrivato il momento di mettere in pratica. Un rito di passaggio fondamentale, soprattutto nelle realtà come quelle di stampo anglosassone in cui gli studenti sono stati immersi completamente nell’esperienza universitaria, che per tutta la durata dei corsi è il mondo che hanno imparato a conoscere ed entro cui muoversi più o meno a proprio agio. Un rito di passaggio, quindi, che un po’ spaventa.
Alcuni di questi discorsi, negli anni sono usciti dalle università e diventati piuttosto celebri non solo grazie alla fama del loro autore ma perché particolarmente ispirati e capaci di arrivare ad un pubblico più vasto e variegato di quello per cui inizialmente erano stati concepiti. Sono tanti, alcuni più famosi di altri, di genere diverso, e questa è solo la mia personalissima selezione, sicuramente non definitiva: ci sono alcuni dei commencement speech di autori molto amati come Kurt Vonnegut (Quando siete felici, fateci caso, Minimum Fax, 2015), George Saunders (L’egoismo è inutile, Minimum Fax, 2014), D. F. Wallace (Questa è l’acqua, Einaudi, 2009), tutti usciti in volume anche in Italia nel corso degli ultimi anni; testi e video facilmente rintracciabili online come i discorsi di J. K. Rowling (Failure and Imagination, Harvard, 2008), Toni Morrison (How to be your own story, Wellesley College, 2004), Neil Gaiman (Make good art, The University of Arts, 2012), Steve Jobs (Find what you love, Stanford, 2005); e quello che forse – nessuno me ne voglia – mi ha toccata di più, il testo di Marina Keegan (Il contrario della solitudine, Mondadori, 2015) scritto per il numero speciale che il giornale di Yale dedica ogni anno alla classe di laureati.
Il contrario della solitudine mi ha colpita in modo particolare, non solo per la tragica storia della sua autrice scomparsa, poco più che ventenne, pochi giorni dopo la laurea a Yale, in un tragico incidente automobilistico; ma per la forza delle parole di chi, meglio di altri, ha saputo cogliere la complessità, l’eccitazione e la paura, di quel momento.
La cosa che più mi spaventa non è trovare il lavoro, la città o il compagno giusto, ma l’idea di perdere questa rete che ci circonda. Questo sfuggente, indefinibile contrario della solitudine. La sensazione che provo in questo momento.
La stessa sensazione che in tanti abbiamo provato, un po’ smarriti di fronte alle possibilità del futuro, il terrore di perderci nel caos del mondo, non più protetti dalla rete di amici e conoscenti che ci hanno accompagnati negli anni dell’università. E, soprattutto, a colpirmi ogni volta che le rileggo, sono le parole con cui Marina parla ai suoi compagni dei tanti dubbi che ci fanno mettere in discussione le scelte prese, delle insicurezze, della paura del fallimento, del confronto con chi ci sembra in qualche modo più equipaggiato alla vita di noi:
Siamo i critici più severi di noi stessi e ci vuole poco a deluderci. Basta dormire troppo. Procrastinare. Prendere scorciatoie. [...]Abbiamo questi standard irraggiungibili e probabilmente non saremo mai all’altezza della versione perfetta di noi stessi che fantastichiamo per il futuro. Ma non ci vedo niente di male. Siamo così giovani. Siamo così giovani. […] A volte c’è questa sensazione che si insinua nella nostra coscienza collettiva […] che in qualche modo gli altri siano più avanti di noi. Più compiuti, più specializzati. Più sulla strada giusta per salvare il mondo, in qualche modo, per creare o inventare o migliorare.
Quelle parole: siamo così giovani, siamo così giovani.
Probabilmente anche Marina avrebbe dovuto affrontare, come tutti nel corso della propria vita, piccole o grandi sconfitte con cui imparare a fare i conti, cercando di superare il terrore per il fallimento che ci portiamo addosso dall’università o anche da prima. Ma che, in qualche caso, rappresentano un’opportunità straordinaria.
Steve Jobs e J. K. Rowling, in forme differenti, sono in qualche modo esempio di come a volte l’imprevisto, le cadute e le difficoltà, possono portare a qualcosa di straordinario e i loro discorsi ai laureati raccontano dell’ostinazione, dell’importanza dell’immaginazione e della tenacia con cui raggiungere i propri obiettivi. Tra battute spiritose e momenti di più seria riflessione, la creatrice del mondo di Harry Potter, si rivolge alla classe di laureati di Harvard del 2008 ricordando i difficili anni dopo la laurea, un matrimonio finito alle spalle, una figlia da crescere, povertà e solitudine, la terribile paura del fallimento:
What I feared most for myself at your age was not poverty, but failure. […] So why do I talk about the benefits of failure? Simply because failure meant a stripping away of the inessential. I stopped pretending to myself that I was anything other than what I was, and began to direct all my energy into finishing the only work that mattered to me. Had I really succeeded at anything else, I might never have found the determination to succeed in the one arena I believed I truly belonged. I was set free, because my greatest fear had been realised, and I was still alive, and I still had a daughter whom I adored, and I had an old typewriter and a big idea. And so rock bottom became the solid foundation on which I rebuilt my life.


Siamo spaventati e, in una certa misura, impotenti di fronte al fallimento, ma è una paura che non deve bloccarci:
It is impossible to live without failing at something, unless you live so cautiously that you might as well not have lived at all – in which case, you fail by default.
Lo stesso Jobs ha costruito una carriera – e una vita – alternando successi straordinari ad altrettanto grandiosi fallimenti: ha fatto scelte discutibili, ha imboccato strade alternative, ha osato fare sogni troppo grandi ed è più volte caduto. E proprio lui, che alla fine non si è mai laureato, ha tenuto a Stanford, nel 2005, un discorso diventato virale. Ricordando a tutti, mediante il racconto di tre momenti cruciali della sua vita (la decisione di abbandonare l’università e seguire solo i corsi a cui era realmente interessato, come le lezioni di calligrafia poi rivelatesi fondamentali, il licenziamento da Apple e l’avventura in NeXt e Pixar, ed infine la malattia e il confronto con la morte) che «il nostro tempo è limitato»: a volte decisioni difficili hanno risvolti inaspettati, le cadute più clamorose possono aprire ad inattese possibilità e, soprattutto, che dobbiamo avere il coraggio di vivere la nostra vita, non quella che altri hanno immaginato per noi.


Mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: se questo fosse l’ultimo giorno della tua vita, vorresti fare quello che stai per fare oggi? E se la risposta è no per troppi giorni di fila, capisco che c’è qualcosa che va cambiato. […] Il nostro tempo è limitato, per cui non lo dobbiamo sprecare vivendo la vita di qualcun altro. […] Non lasciamo che il rumore delle opinioni altrui offuschi la nostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, dobbiamo avere il coraggio di seguire il nostro cuore e la nostra intuizione.


Cercare quello che amiamo, non accontentarsi. E l’augurio che è diventato celeberrimo: stay hungry, stay foolish.
Se abbiamo abbastanza fortuna e la capacità di accorgercene, la strada da seguire per arrivare a ciò che amiamo può esserci indicata da qualcuno accanto a noi, capace in qualche modo di ispirare e magari sostenerci nelle nostre scelte, aiutandoci ad ampliare i nostri orizzonti: è un inno, un tributo al ruolo fondamentale degli insegnanti, uno dei temi intorno a cui ruotano alcuni dei discorsi che negli anni Kurt Vonnegut ha tenuto in differenti università americane.
Quanti di voi hanno avuto un insegnante, in qualunque grado di istruzione, che vi ha resi più entusiasti di essere al mondo, più fieri di essere al mondo, di quanto credevate possibile fino a quel momento? Alzate le mani, per favore. Adesso abbassatele e dite il nome di quell’insegnante a un vostro vicino, e spiegategli che cosa ha fatto per voi. Ci siamo? Cosa c’è di più bello di questo?
È una fortuna straordinaria da giovani trovare insegnanti capaci davvero di accendere le nostre menti, persone «che hanno reso la vita e voi stessi molto più interessanti e ricchi di possibilità di quanto prima credevate possibile». Forse sono le stesse persone che ci hanno insegnato non solo a mettercela tutta per raggiungere gli obiettivi che ci siamo posti, ma anche il rispetto per coloro che incontriamo lungo il cammino:
[…] il successo è inaffidabile. Riuscire a farcela, qualunque cosa significhi per voi, è difficile, ed è un bisogno che si rinnova costantemente (è come una montagna, che continua a crescere mentre la scaliamo), e c’è il pericolo assai concreto che ci vorrà tutta la vita per riuscire a farcela, mentre i grandi interrogativi rimangono disattesi. Quando mi guardo indietro vedo che ho passato gran parte della vita offuscato da cose che mi spingevano ad accantonare la gentilezza. Cose come l’Ansia. La Paura. L’Insicurezza. L’Ambizione. […] La convinzione che solo se fossi riuscito ad accumulare – successi, soldi, fama a sufficienza – le mie nevrosi sarebbero sparite. […] C’è un equivoco, in ciascuno di noi, anzi, una malattia: l’egoismo. Ma esiste anche una cura.
È un elogio, un richiamo alla gentilezza, quello di George Saunders ai laureati della Syracuse University che rimarca l’importanza di un valore antico, per alcuni obsoleto quasi, invece importante. Da riscoprire, coltivare. Attraverso la bellezza, l’arte, la cultura, la meditazione, la spiritualità, l’amicizia e gli affetti. Perché la cultura, l’università, non restino vuote nozioni con cui per cinque anni ci siamo riempiti la testa, ma il mezzo per comprendere meglio il mondo e le persone.
Da qui, il valore della cultura umanistica che, nell’interpretazione di D. F. Wallace, insegna a scegliere cosa pensare: la libertà di decidere cosa è importante e cosa non lo è, cosa possiamo imparare da ogni esperienza, comprendere che noi stessi non siamo il centro dell’universo ed imparare il significato dell’empatia, sviluppando una coscienza sociale.
Confrontarsi con la banalità della vita quotidiana per coglierne l’umanità
Che sia nel traffico congestionato, in fila in un supermercato affollato stanchissimi dopo una giornata di duro lavoro, come negli esempi citati da Wallace, essere davvero consapevoli degli altri, sforzarsi di comprenderli e soprattutto «scegliere» di guardare la vita in un certo modo, è una lezione importante.
E date retta a me, il valore reale e schietto della vostra cultura umanistica dovrebbe essere proprio questo: impedirvi di trascorrere la vostra comoda, agiata, rispettabile vita da adulti come morti, inconsapevoli, schiavi della vostra testa e della vostra naturale modalità predefinita che vi impone una solitudine unica, completa e imperiale giorno dopo giorno.
Fa un po’ paura, si diceva, immettersi completamente nel mondo degli adulti, senza più la rete di salvataggio dell’università. Gli anni di studio normalmente coincidono con la gioventù, quell’età che vista a distanza di anni ci appare sempre più dorata, spensierata e ideale di quanto forse in fondo sia stata realmente, durante la quale diventare adulti spaventava un po’ e forse non ha mai smesso del tutto di farlo neanche oggi:
[…] there is nothing, believe me, more satisfying, more gratifying than true adulthood. The adulthood that is the span of life before you. The process of becoming one is not inevitable. Its achievement is a difficult beauty, an intensely hard won glory, which commercial forces and cultural vapidity should not be permitted to deprive you of.
È un incoraggiamento bellissimo quello che Toni Morrison rivolge nel 2004 alle studentesse del Wellsley College ma che, anche in questo caso, può valere per tutti, non solo per coloro che si apprestano ad uscire dall’università. Pronti oppure no, più o meno equipaggiati, diventare adulti è un rito di passaggio inevitabile, nonostante un mondo che sembra volerci convincere del contrario e il modo migliore per farlo è scegliere di guardare al futuro e alla vita con ottimismo. E trovare l’unicità della propria voce:
being your own story means you can always choose the tone. It also means that you can invent the language to say who you are and what you mean. But then, I am a teller of stories and therefore an optimist, a believer in the ethical bend of the human heart, a believer in the mind's disgust with fraud and its appetite for truth, a believer in the ferocity of beauty. So, from my point of view, which is that of a storyteller, I see your life as already artful, waiting, just waiting and ready for you to make it art
Puntare sulla propria unicità, seguire le proprie regole, sforzandosi il più possibile per creare quella vita su misura per ognuno di noi.
The one thing that you have that nobody else has is you. Your voice, your mind, your story, your vision. So write and draw and build and play and dance and live as only you can.
È l’incoraggiamento di Neil Gaiman, che sprona quei ragazzi della University of Arts di Philadelphia a credere nella loro unicità. E, di nuovo, nell’importanza di fare degli errori, errori grandiosi:
I hope you'll make mistakes. If you're making mistakes, it means you're out there doing something. And the mistakes in themselves can be useful.
Gli stessi errori che ammette di aver fatto Neil Gaiman, le cadute, le scelte difficili, gli insuccessi, la frustrazione e il caos della vita che spesso ci fanno dimenticare di goderci la corsa, di vivere il momento.
Ecco, l’importanza degli errori, mi sembra uno dei punti chiave dei commencement speech qui selezionati. L’importanza cioè di credere nel proprio sogno, qualunque esso sia, anche quando è messo alla prova e, soprattutto, di vivere davvero la vita e non lasciarcisi semplicemente scivolare sopra. L’ultima lezione da impartire ai laureandi tra le mura dell’università, probabilmente la più importante, da tenere a mente ogni giorno.
And now go, and make interesting mistakes, make amazing mistakes, make glorious and fantastic mistakes. Break rules. Leave the world more interesting for your being here. Make good art.



Nota:
Le citazioni dal commencement speech tenuto da Steve Jobs a Stanford nel 2005, sono tratte dall'articolo uscito su Vanity Fair del 9/10/2013. Il celebre motto "Stay hungry, stay foolish", citato da Jobs in conclusione del suo discorso era tratto dall'ultimo numero della rivista The Whole Earth Cataloge, pubblicata negli anni Settanta.
Tutte le altre citazioni sono tratte dall'edizione in volume indicata tra parentesi o da trascrizione dei filmati visualizzabili su youtube