Sotto il segno di Afrodite: invito alla lettura degli "Epigrammi" di Asclepiade

Epigrammi
di Asclepiade

Einaudi, 1981

trad. italiana di Alceste Engelini

pp. 93, € 10


Nella sua introduzione, Furio Cerana non usa mezzi termini: con Asclepiade e con Epicuro (nati entrambi a Samo ad una ventina d’anni di distanza, il primo attorno al 320 a.C.) “muta la storia, il pensiero e, se non è dir troppo, il sentire umano”. Terminata la stagione della grande epica e delle epopee mitologiche, l’autore di questi epigrammi racchiude nelle sue brevi poesie (due o tre distici, così lontani dalle lunghe odi di Lesbo) il disincanto tipico degli alessandrini: “senza grandi entusiasmi e ideali e paure vive ogni giorno delle sue cose belle con la consapevolezza non tragica degli inganni celati nel tutto”. Per Cerana è proprio in questo suo tono minore e nella sua poetica delle piccole cose che sta la bellezza ancora attuale dei suoi componimenti; “Asclepiade ci cattura: ci disarma, s’insinua, ci fa riconoscere la verità e la grazia di quanto dice e accade nel breve cosmo della sua poesia”.

Asclepiade ebbe immediato successo, se è vero che a Samo nacque una vera e propria scuola poetica a lui ispirata e che l’epigramma sostituirà le antiche forme nelle liriche d’amore, non solo in Grecia ma anche presso i romani e resistendo fino al Rinascimento e al neoclassicismo. Se i temi di Asclepiade sono canonici (il sentimento non corrisposto, spesso declinato nel caso del poeta che attende invano l’arrivo dell’amata con cui si era dato convegno), la forza dei versi colpisce ancora. Nel secondo epigramma della raccolta, ad esempio, la contrapposizione tra Giove e Amore, col poeta che dice al primo di esser guidato dal secondo, una divinità più forte del re degli dei, è espressa con immagini potenti, tanto più che sono rivolte a Giove direttamente:


Rovescia neve e grandine, manda le tenebre,
abbrucia, scaglia fulmini, sopra la terra
nuvole spingi tutte di fuoco.
Quando mi uccidi potrò desistere.
Finché lasci ch’io viva
anche se più imperversi,
esulterò nell’orgia.
Un dio di te più forte mi trascina:
anche di te, che un giorno gli obbedivi
filtrando tra pareti di metallo,
cambiato, o Giove, in polvere d’oro.
Certamente l’opera di Asclepiade è nel segno della semplicità, delle immagini innanzitutto: l’amore è spesso associato al fuoco, è un incendio, colpisce come un fulmine. In alcuni casi l’autore si rivolge a oggetti inanimati come lampade e corone: nell’epigramma XIX è una maschera a parlare, ironizzando sul successo dello scolaretto Cònnaro. In ogni caso, è una semplicità che arriva all’essenza. Come non concordare con l’epigramma XI?
E’ dolce nell’arsura dell’estate
portarsi al labbro un poco di neve;
e quando l’inverno declina

ai marinai è dolce rivedere

la Corona, che annunzia primavera.

Ma la cosa più dolce, se un lenzuolo

copre due innamorati,

e i loro cuori esaltano Afrodite.
La brevità delle poesie non lascia spazio ad atmosfere cupe: anche le situazioni più disperate si consumano in un lampo; la descrizione veloce e la precisione delle parole, che estetizza i tormenti, stemperano il dolore suggellandolo col marchio della poesia. Il componimento più autobiografico e quindi quello in cui si percepisce maggiormente il carico di autentica sofferenza è l’epigramma XXVI:
Non ho ancora ventidue anni
e già sono affranto di vivere.
Cos’è questo male?
O Amori, perché mi bruciate?
Se qualcosa m’accade,
voi che farete, Amori?
Rimarrete certo impassibili
al vostro gioco dei dadi.
Cerana ci invita comunque a dubitare, suggerendo che anche in questo caso potremmo essere di fronte a un tòpos poetico, come accade nel testo XXVII in cui la chiamata in causa di Asclepiade stesso non è sufficiente a renderlo qualcosa di diverso da una variazione sul tema classico della brevità della vita, declinato anche nella versione del monito alla donna ritrosa:
Risparmi la verginità.
E a che pro? Sotterra
non troverai, fanciulla, uno che t’ami.
Sono qui tutte tra i vivi
le gioie d’Afrodite.
Nell’aldilà. O verginella,
ossa saremo e inutile cenere.
Asclepiade riserva anche piacevoli sorprese, la più stupefacente delle quali riguarda il potentissimo epigramma XXXV, che anticipa di ventidue secoli la pulsione di morte come ritorno all’inorganico teorizzata da Freud:
Quanto m’avanza della vita ancora,
quale che sia la sua durata, o Amori,
concedete che scorra nella quiete.
O fulmini vibrate, non più frecce
contro di me, fino a ridurmi cenere
e spenta brace. Sì, colpite, Amori!
Inaridito nei tormenti invoco
da voi almeno quest’amara grazia.
Certo, Amore tira brutti scherzi agli uomini e li fa soffrire, ma tutto sommato per il poeta greco è un gioco che vale la candela, perché chi ama è investito da un’emozione senza pari. Il figlio di Botri, di cui si parla nell’epigramma che conclude la raccolta, è morto giovane e non potrà così godere di ciò che offre la vita, e questo è un rimpianto peggiore di qualsiasi dolore Afrodite ci infligge: “privo di quante gioie te ne sei andato!”

Nicola Campostori