Gli scacchi e la filosofia della guerra (occidentale)

L'eterna battaglia della mente. 
Scacchi e filosofia della guerra
di Giangiuseppe Pili

Le Due Torri, 2014

pp. 167
€ 20,00



Con la pubblicazione di L'eterna battaglia della mente Giangiuseppe Pili si riconferma un chirurgo della parola, capace com'è di evitare orpelli superflui e di mirare con acume e rigore a proporre informazioni e riflessioni su argomenti non troppo frequentati dalla saggistica contemporanea. La filosofia della guerra, in questo caso, e come questa disciplina invero sfuggente e priva di una definizione univoca e definitiva abbracci il gioco degli scacchi. Gli scacchi, per l'appunto, pur essendo sempre presenti non sono a ben guardare il protagonista del presente volume. Quantomeno, non solo l'unico protagonista. È bene chiarirlo, perché il nome della piccola e gloriosa casa editrice («Le Due Torri») che da sempre si occupa del “nobil giuoco” e quello dell'autore, logico e scacchista professionista, potrebbero trarre in inganno il lettore.

Pili si sofferma ad analizzare, in primis, le caratteristiche che accomunano le più svariate discipline ad ambito di conflitto. Esse sono caratterizzate, innanzitutto, dalla presenza di due o più contendenti che hanno come fine ultimo la vittoria. Sono in gioco interessi contrapposti che non possono coesistere: uno deve affermarsi e l'altro capitolare. La massa combattente, poi, è un altro fondamentale e imprescindibile ingrediente alla base di tutto ciò che prevede una dimensione di lotta. Corrisponde all'esercito nelle guerre, ai trentadue pezzi sulle sessantaquattro caselle. La qualità di ogni insieme complesso da organizzare in vista di una vittoria non è, evidentemente, data soltanto dalla quantità numerica dei suoi costituenti. Lo studioso passa in rassegna ciascun parametro che deve essere considerato quando si voglia raggiungere un elevato grado di efficienza sul campo di battaglia, di qualsiasi battaglia.


Il saggio prosegue con dettagliate analisi su strategia (ovvero la pianificazione generale, la nitida selezione di un fine) e tattica (a dire le modalità tramite cui raggiungere l'obiettivo precedentemente fissato). E ancora: l'importanza dei servizi di intelligence, da intendersi relativamente a più ambiti e a diverse epoche, e un raffronto fra tre diversi “giochi della mente”, gli scacchi, il go e il poker. E molto, molto altro. Un lavoro di questo tipo, caratterizzato da un approccio interdisciplinare e aperto a plurime suggestioni, corre fatalmente il rischio di risultare dispersivo e superficiale. Lo studioso lo scongiura accompagnando per mano il lettore lungo un percorso che non è mai rapidamente indicato e poi lasciato intendere, dato per acquisito prima di volgere altrove lo sguardo. La maggiore qualità di Pili, qui come nel precedente volume Un mistero in bianco e nero. La filosofia degli Scacchiè la chiara enunciazione di apparenti ovvietà. Affrontare l'ovvio, o per meglio dire ciò che appare tale, richiede una certa dose di coraggio. Impone un'ostinazione tanto benefica quanto pericolosa. Sentirsi dire che giocando a scacchi a caso aumentiamo vertiginosamente le probabilità di perdere suona come un'affermazione troppo scontata persino per monsieur de La Palisse. Suona tale ed è tale nei fatti, certo, ma è tuttavia meritevole di essere meglio compresa, di essere sottoposta ad analisi:
«La conoscenza negli scacchi è centrale. È un'ovvietà. Ma dimostrare ovvietà è sempre poco ovvio. E in questo capitolo, in cui consideriamo le connessioni tra scacchi, warfare e intelligence, ci sembrava doveroso fornire una dimostrazione, anche se non formale, del perché è razionale cercare di arrivare a conoscere le informazioni indispensabili per poter computare nel migliore dei modi le varianti preferibili e del perché, giocando a caso, le probabilità di perdere aumentano sensibilmente».
I molteplici riferimenti al cinema, alla storia e alla letteratura rendono scorrevole una lettura non propriamente leggera, ma è soprattutto la capacità di raccogliere e integrare idee espresse da personaggi illustri in tempi diversi, il sapere operare una sintesi fruttuosa e necessaria per poter penetrare oltre la crosta degli argomenti trattati, a fare di L'eterna battaglia della mente un libro da consigliare senza esitazione alcuna. 

Penso, ad esempio, al modo in cui vengono accostati Sun Tzu, Publio Vegezio Renato e Clausewitz. Il primo, stratega cinese vissuto tra il VI e il V secolo a. C. e autore del celeberrimo L'arte della guerra, con ogni probabilità il più antico trattato militare esistente, ritiene fondamentale la conoscenza di se stessi e del nemico per ottenere la vittoria, unitamente all'abilità di volgere a proprio vantaggio gli elementi imprevisti e imprevedibili che inevitabilmente si presenteranno. Il secondo, funzionario romano del IV-V secolo d. C., concepisce l'arte militare soprattutto come sapiente organizzazione dell'esercito e acquisizione da parte delle truppe del know-how necessario per sconfiggere il nemico. Il generale dell'esercito prussiano Clausewitz, infine, scorge nella guerra un irriducibile margine di aleatorietà che la rende simile, dunque, a una partita a carte più che a un gioco “a informazione completa” come gli scacchi. E proprio agli scacchi vengono puntualmente applicati, ove possibile, alcuni principi enunciati dai funzionari e militari appena citati e validi tanto nei contesti bellici quanto sulla scacchiera. Due su tutti: il principio di massimizzazione dell'utilità e il principio di economia teorizzati da Sun Tzu.

In chiusura, l'autore evidenzia i numerosi lati positivi, i vantaggi “indiretti” di questo gioco millenario. Al di là di ciò che avviene nelle singole partite, al di là della tattica e della strategia, infatti, i giocatori hanno modo di assimilare l'importanza del rispetto delle regole («Le regole sono il principio primo e ultimo del senso stesso degli scacchi in quanto attività didattica»), di stringere amicizie con persone che condividono il medesimo interesse, di imparare la dignità dell'avversario.

Nelle ultime pagine trova spazio anche una riflessione che avrebbe meritato, credo, un maggiore approfondimento. Giangiuseppe Pili dichiara che gli scacchi sono il gioco dell'Occidente, e argomenta tale presa di posizione (contestabile in ragione dell'origine con ogni probabilità orientale del gioco) considerando la concezione di battaglia campale che ne è all'origine.  Gli scacchi rappresentano una battaglia piuttosto che una guerra: 
«In realtà, la guerra è qualcosa di molto più complesso di un singolo confronto campale: semplicemente, la guerra non è semplicemente [sic] avvicinabile alla somma di una serie di battaglie. Tuttavia, la metafora della guerra come gigantesca battaglia campale, per quanto fuorviante e insufficiente, è filtrata nella mentalità collettiva [...]» (L'arte occidentale della guerra, V. D. Hanson, 1987).
Il modello in base a cui è sufficiente un attacco decisivo, una rapida campagna diretta per debellare le forze nemiche è, sostiene l'autore, tipicamente occidentale.
«Alta intensità, grande sforzo di breve durata per puntare direttamente al colpo grosso, di contro all'idea che per risolvere i problemi complessi sia necessario adottare strategie molte più sfumate, che vanno a risolvere i problemi locali mantenendo uno sguardo globale».
I limiti del libro sono da ricercare in una leggera ridondanza e in sporadiche ripetizioni, dovute forse al fatto che alcuni capitoli sono stati ripresi da articoli precedentemente pubblicati su riviste e leggermente modificati. Probabilmente sarebbe stato possibile raggiungere una maggiore omogeneità tra le singole parti del testo. Segnalo anche la presenza di qualche errore grammaticale, pochi nel complesso ma, talvolta, piuttosto fastidiosi. Oltre a ciò, c'è ben poco di negativo da rilevare. Ogni critico letterario, è noto, deve evitare la piaggeria e non deve aver timore a mettere in luce limiti e difetti (con tutta la soggettività del caso, va da sé) di ciò di cui si occupa. In casi come questi, però, i limiti sono pochi e i pregi molti. Brutta storia, in realtà: rischiamo di passare per professionisti dell'assenso incondizionato e della ruffianeria, insomma di seguire ciò che la moda suggerisce, quando invece siamo solamente sinceri.

Marco Giorgerini