#1963: Rien va - il secondo diario di Tommaso Landolfi



Rien va

di Tommaso Landolfi
Adelphi, Milano 1998

Prima edizione: Vallecchi, Firenze 1963



10 [giugno 1958]

Non energia mattinale: quotidiana. Si può giurare che io non avrei, in primo luogo messo penna in carta, e comunque cominciato a scrivere questo diario, non fosse stato per necessità (igienica). Codesto aggettivino tra parentesi è in senso letterale; non di igiene dello spirito si tratta, ma del corpo; queste qualunque pagine son quelle che mi permettono in questi giorni di sopravvivere fisicamente.
I diari letterari, nel Novecento, assumono forme e declinazioni singolari, autonome: spesso, nel misurarsi con la tradizione, scelgono la via della parodia. E Landolfi, in questo suo secondo diario dopo il ben giocoso BIERE DU PECHEUR (1953), riprende la vena del diarista, che si concluderà anni dopo con Des mois (1967). 
Il "diario" (o presunto tale) si concentra sull'estate de 1958 e prosegue, tra battute d'arresto e riprese più o meno convinte, fino al 1960. Si tratta di un diario di occasione: accompagna la nascita e la primissima infanzia della figlia Idolina, chiamata affettuosamente e ironicamente "la Minor", ma tratteggia anche il  rapporto con la moglie ("la Major") e con la paternità. Si tratta di una lotta combattuta sul campo degli affetti:  la Minor sfodera le armi della dolcezza per abbattere le difese e le riserve di papà Landolfi. Ogni piccolo progresso viene registrato dallo scrittore-diarista con incredulità: il legame genitore-figlio si sviluppa quasi suo malgrado, e non vale a nulla cercare di radiografare il rapporto. Al contrario, si stabilisce un filo strettissimo, innato e innegabile, tra i due.

Dicevamo, diario di occasione; non solo: Rien va è anche un interessante diario letterario, che paradossalmente cerca con tutte le forze di sfuggire al tasso di letterarietà dirompente, tipico delle opere landolfiane. L'obiettivo, infatti, sarebbe proprio quello di riuscire a sfuggire al dettato sorvegliato, attentissimo e letterario che caratterizza le opere di Landolfi, per abbandonarsi alla scrittura spontanea tipica delle scritture dell'io:

Riuscirò, qui almeno, a non scegliere le parole? Finora sembra di sì.
Questa è la preoccupazione di Landolfi, ma occorre sempre chiedersi se anche questa non risponda, in realtà, a un'operazione letteraria da parte di un'intelligenza beffarda e giocosa. Il crinale tra autenticità e letterarietà è sottilissimo, e al momento non ci sono documenti che provino questa o quella ipotesi. Certamente, una frase come la seguente, cambierebbe alla luce di una rivelazione:
12 [giugno 1958]
Dopo fiere lotte (avevo cominciato a scrivere Io, e mi son vergognato e ho corretto in Dopo: ancora e sempre, imperterrito benché furioso con me stesso, e come il mondo e l’anima mia fossero immobili, io seguito a piantare i miei Io in testa al drappello delle parole, quasi portabandiera!), dopo fiere lotte mi son rassegnato, ho detto, alla paternità sulla fede di Dostoevskij.
A trattarsi di opera letteraria concorrerebbe una lettera che lo stesso Landolfi ha spedito all'editore Enrico Vallecchi, nel giugno del1960, preannunciando un diario, con chiare allusioni alla pubblicazione: 
Oh Dio, ho anche altro, che dimenticavo di dirti. Lo rimando a una prossima lettera. Pensa: un diario!
Anche l'anno successivo, davanti alla proposta di collaborare per un grande giornale, probabilmente il "Corriere della Sera", si allude alla possibilità di attingere da questo fantomatico diario; tuttavia, Landolfi preferisce tenere il "bischero diario" ancora segreto, in vista di una possibile pubblicazione. 

Diario di occasione e diario letterario. Molto letterario: ovunque c'è la scrittura, vorticosa, fagocitante, raziocinante e a volte tortuosa, che frustra l'autore e lo lascia perennemente insoddisfatto. I rari autocompiacimenti sono subito dopo sviliti da un'auto-svilimento perenne, che fa procedere il testo tra continui ripensamenti. La correctio è senza dubbio il procedimento che più marca i diari landolfiani: una frase è subito dopo ripensata, e la parentesi è un vero e proprio mezzo di fustigazione. Landolfi si bacchetta, e sminuisce di conseguenza la sua opera e, in particolare, il diario: la sua inutilità, Leitmotiv in tanti diari novecenteschi, è portata alle estreme conseguenze («22 [giugno 1958] - Questo diario comincia a diventare soffocante: tante cose e tutte inutili. Voglio dire che se anche non lo fossero di per sé, così appena segnate non potrebbero egualmente servirmi»). Anche la ricerca letteraria dello stile è maledetta, senza mezzi termini, ed è testimonianza "dell'io odioso":
11 [febbraio 1959]
“Ero… ero almeno…”: bravo, bell’effetto letterario. Si gioca dunque anche a ingannare se stessi? (E questo cos’è, se non un altro effetto letterario? Sembra che neppure dalla letteratura si scappi. Lasciamo stare la condanna universale, la condanna alla vita etc., e le sue possibili modalità; limitiamoci a dire che, a quanto pare, ciascuna cosa nominabile, cioè nel punto stesso che si definisce e prima ancora che venga definita, è una trappola, alcunché da cui non potremo mai più salvarci. Pare che la realtà in cui ciascuno dei suoi vari e infiniti aspetti sia una pietra tombale che si richiude su noi. – Qui poi bisognerebbe precisare in che accezione uso la parola Condanna, che sarebbe lungo e inutile).

Gloria M. Ghioni