PilloleDiAutore - I Taccuini di Emilio Cecchi


Dalla fine del 1911 al 1953 il fiorentino Emilio Cecchi (1884-1966), tra le figure più brillanti di intellettuale novecentesco, tiene una serie di taccuini, da lui definiti "quaderni", che racchiudono un vero e proprio "zibaldone" di pensieri, come definito da Pietro Citati nella nota alla fine dell'opera. Difficile parlare di diari in senso stretto, perché più che parlare di sé Cecchi è osservatore del mondo. 
Accanto ad aforismi, riflessioni estemporanee, troviamo molte note di lavoro, che racchiudono progetti ma anche stralci di opere in progress, di cui diventano ideale redazione intermedia tra un numero imprecisato di bozze e la stesura definitiva (questo vale, in particolare, per Storia della letteratura inglese del secolo XIX e Trecentisti senesi). 
O ancora, possiamo apprendere dalle promesse dello stesso Cecchi la sua irregolarità intellettuale: se le letture sono sempre tantissime (e così le note e le citazioni in merito), la scrittura non è mai un percorso semplice. Anzi, più volte l'autore ribadisce di aver fallito, trasgredendo alle ore di lavoro previste o al programma della giornata.
Ma non si creda che i Taccuini si fermino all'"assaggio" visivo e intellettuale dell'esperienza: vi è anche Cecchi, in prima persona, con i suoi viaggi, le note di guerra; e c'è la sua prosa d'arte, fitta soprattutto nella giovinezza. E ci sono i tanti rapporti epistolari con i letterati, quali Cardarelli, Borgese, Prezzolini,... 
Come accade spesso con i diari degli scrittori, è interessantissimo constatare quanto nel tempo si modifichi e quanto, invece, resta uguale. Ad esempio, le date, inizialmente registrate con puntiglio, sono poi spesso sostituite da titoletti tematici e, anzi, la cronologia non è sempre rispettata, dal momento che Cecchi lascia pagine bianche riempite in un secondo momento. 
Il risultato è un accattivante quadro del Novecento, raccontato con generosità dall'acutezza di un intellettuale che tanto manca, purtroppo, a questo Duemila. 

Edizione di riferimento: Emilio Cecchi, Taccuini, a cura di N. Gallo e P. Citati, Milano, Mondadori, 1976

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26 dicembre 1911
Non è mica detto che per esser critici bisogni possedere una personalità intellettuale ed etica: bisogna possedere la facoltà di trasfondersi nella personalità degli altri; e di rivivere la personalità degli altri: naturalmente questo rivivere accade scevro di quell’attaccamento egoistico, volontario od involontario, di chi vive direttamente: ciò basta a porre con una perspicuità assoluta davanti alle deficienze che, se si è organizzati bene, si devono sentire come difetti di funzionamento, in questa imitazione disinteressata, astratta. I risultati positivi, all’incontro, si sentiranno ingranarsi a nuovo nella nostra coltura, rinascervi da dentro noi. Basterà narrare, allora. (9)

2  gennaio 1912
Veramente non si segnano, così, che i frammenti di pensieri: i pensieri nascituri o abortiti. (11)

10 gennaio 1912
Quando un uomo crede di aver bisogno dell’amore per vivere, mi pare che non possa succedergli altro che questo: che gli venga un amore il quale gli sia nocivo e non perché lo torturi e lo provi, ma del veleno della dolcezza.

Come uno si dà all’amore, e come l’amore gli ritorna. Gli si dava rinunciando a tutto; e l’amore, venendo a lui, dandoglisi, vuole che rinunci a tutto; anzi, non tanto vuole, ma gli toglie tutto. (13)

12 gennaio 1912
Ma io debbo curare l’espressione di questi pensieri, anche imperfetti e fuggevoli, e non lasciarli qui sopra rozzi e torti e tanto deformi. (13)

Boine: «ecco, io racconto la sempre presente mia storia ideale» (29)

Perdere l’abitudine alle generalità che fanno lo scritto cattivo, facilitano i vizii mentali, obbligano l’uso di intellettualismi stanchi. Funzione viva degli intellettualismi: ma un intellettualismo non vale se non nuovo di conio; si logora subito, in circolazione; è intrasmissibile come una poesia. (30)

27 febbraio 2012
Arricchire ed innalzare il concetto della propria vita passata, è mettere la propria vita presente almeno alla altezza di quello. (31)


Che cos’è fare lo scrittore, se non prendere la sostanza della propria vita e passarsela per le mani, continuamente; plasmandola quasi in una maniera insensibile, poi con impeto, poi con nausea; ma essendo sempre al suo fatale contatto? veramente, come dice Arnold: “a criticism of life”, ma bisogna aggiungere un senso lirico e drammatico in questo “criticism”. Tante volte io avevo nausea, soldanto, di questo brancicare la mia sostanza, di non essere che curvo su di me, ora ho imparato, in parte, e vado sempre meglio imparando ad accettare questa prigionia, a sentire con affetto questo senso di morte che è nel contatto germinale di me  con la mia anima: questo senso di sudore, di martirio. E, su tutto ciò, spargere un lieto sorriso, un fresco sorriso, e sentire il nostro profondo canto dentro, questo infinito canto d’organo, dentro: vedere questo specchio insaziabile, che non si cuopre mai, non si annera mai, mai è vuoto, anche quando pare deserto e tutt’ombra. È veramente con il ‘noi’ morto, perché nasca il nuovo e vivente. (Che bisbiglio di uccelli c’è ora mentre io scrivo, per aria; annera, e il vento scuote tratto tratto le acacie). Questo è ciò che fa repugnante quell’onesto e sentito libretto di S. Slataper. Perché gridi e ti esagiti? di un fatto così naturale; che, anzi, è addirittura tutta la vita stessa? (73)

Quando una creatura ti dice «Sì, ora è così; ma fra degli anni, quando questa vampata sarà passata, allora saremo amici, è vero?» non c’è sentimento più terribile e disperato: più umanamente affamato: allora uno davvero può sentire di essere amato. 1 Luglio. (82)

Quando la stanchezza mentale e fisica e visiva è tale che non si può nemmeno ricomporre nella mente la figura, i lineamenti della creatura amata! Che desolazione, che vuoto, allora; sentire che essa è spersa dentro di noi e non ci si può mostrare. Ho dolori agli occhi, a notte alta. (87)

Io non potrei mai scrivere un romanzo, e finora, infatti, ho cominciato, ma non ho mai continuato. Il personaggio mi diventa, in me, la lirica di sé stesso, e mi pare disonestà seguitare a darlo al grado di personaggio di romanzo. (93)

Le note di vita, le considerazioni morali, certe riflessioni intime che mi vengono fatte su questi fogli, vanno curate minutamente nello stile, non perché acquistino nellezza di immagini o altro, ma perché siano stese in forme aderentissime, pungenti, chiuse, veritiere: il mentire che si fa, tutti, attraverso certe rilassatezze, certi giri, certi ambagi dello stile, nessuno lo conta: quanto anche lì c’è sensualità; abbandonarsi alla cadenza melodica! (93)

Rispetto del dolore: amare, rinunziando ad amare, per medicare un dolore dato dall’amore. Umiliarsi allora. (121)

Ho pensato, se morissi ora: nulla di me resterebbe: tutta la mia vita si ridurrebbe a un pugno di ceneri infette. (130)

Quando si pensa alle cose che stanno aggomitolate dentro le fenditure, i buchi del tempo,  della contemporaneità; come si fa a rinunziare a stare alzati tutte le notti, a costo di qualunque sforzo? (150)

Bisogna mutare il sistema di questi appunti: questi appunti vanno colti ad un’altra altezza: così sono troppo immediati, vanno tolti un poco di più al tempo; e posti in un bagno di me; non fissati così morti, come documenti istantenei; e, frattanto, stenderli con molta più abbondanza, e con molta maggiore discussione. (152)

Il curioso momento, quando si è finito un lavoro; si sa che soltanto noi lo possiamo giudicare, eppure si ha una aspettativa del giudizio degli altri, ingegnua e vile; e il giudizio delude forse quanto più è favorevole. (177)

I nostri “motivi”, “soggetti”, le nostre esperienze, che dormono dentro di noi, sotto lo scalpiccio della nostra vita cotidiana, delle nostre occupazioni mediocri, indisturbati, come l’acqua in un profondo sotterraneo, fresco, stillante; e per ritrovarli, riconoscerli, ripigliare a riviverli, bisogna discendere lentamente e tortuosamente. (178)

Una gioja, scendendo la mattina in città, da dovere cantare, elettrizzato; impossibilità quasi si stare fermo. Lucidità trionfale, miracolosa, che dà il senso della follia, perché una tale lucidità non può essere (cinta dalle mura di cristallo di una straordinaria sicurezza) che nei folli. Una amica che è, poi, dopotutto, anche moglie; ma che è essenzialmente amica. (180)

Prefazioni avanti all’atto. Come uno che manda agli amici, per partecipazione nuziale, la fotografia della propria prima notte al magnesio; (naturalmente dovuta fare prima delle nozze) e poi vuol che la gente creda che la sua moglie era vergine e pura. (192)

Noi tagliamo troppo facilmente le fila con il nostro passato; c’è tanto dolore che passa invendicato, non vagliato in ogni creatura umana. E della malinconia, quanta se ne butta via, se ne neutralizza stupidamente! (195)

Stavo in piedi, accanto a lei; fermi, in una sosta del vento, in un silenzio che si fece improvvisamente in noi e intorno. E sentivo che io la negavo; sentivo che facevano le due rette di un angolo: che ero altrove, e andavo anche più lontano; che l’affezione non ci poteva nulla; che in quel mio sfuggire io ero, in fondo, felice; che gli altri ci sono dati, la famiglia, gli amici, i fratelli, perché siamo diversi, perché ci si faccia diversi; per un officio d’arte morale; e ognuno è davanti all’assoluto, senza mediazioni, senza solidarietà. Le parole di Cristo: Matteo XII, 46-48. Chiudendo gli occhi potevo vedere quasi, quella scena, quel distacco, in una figura mitica, nella quale contribuivano elementi del paesaggio circostante, come sfondo. (197-198)

Piglio la vita sotto specie vegetale: un romanzo vegetale dentro cui il mio corpo s’inserisce e dirama. In certe alberaje dove lessi Aristofane, in certi salceti visti con Van Gogh, ho lasciato autobiografie giovanili che si risvegliano per loro conto ogni primavera, e dentro le quali quando volete vi posso condurre a conoscermi. O sparisco nella mecca delle metropoli lontane, sotto i portici de’ musei arcaici e avveniristi. Sempre ruminando la casuistica del limite, e della infedeltà ai proprî argomenti e pentimenti, per spremerne un amaro appetitoso.

Eppoi le donne. Una donna esige alcuni piccoli servizî. Ma c’è recupero. Non siate avari di dedizioni. (E non imbottigliatevi nelle vostre dedizioni. L’artista è un martire ironico).
Ma avete voluto crescere il vostro corpo, l’azione di questo corpo. E vi siete cresciuti di lei. Ora la sentirete come un dolce tumore, l’ingombro d’una febbre voluminosa. O testimonianze e proposte vi verranno, traverso lei, di molto lontano, dal tempo de’ tempi. Risalirete alle origini su per una foresta di carne, con madide ansietà e intenerimenti di grazia.
Prudenza, se mai, con certi scherzi della gratitudine. Direi che le donne sono uan sorta di natura redimibile. Ma non si sa il momento. E tutt’a un tratto è come trovarsi persi in un bosco di cui gli alberi comincino a guardarvi e parlare. (205)

Chi si trova presto, presto si perde, perché la vita è soltanto nel cercarsi. (214)

L’unica forma di vita e di libertà: lo scrivere; mantenere il rapporto. (278)

Che questa vita qua non è la vera; ma come i cristiani in questo mondo pensano che realmente essi sono nell’altro. (278)

La guerra è un’esperienza amara, e troppo amaro sarebbe il mondo se non fosse così amara, ed è tale perché obbliga a testimoniarsi attraverso lo sperpero, la casualità, la convenzionalità. Testimoniarsi lì per quello che siamo già. (278)

Le virgole di Petrarca, come punte di diamanti. (352)

Lo scrittore, finché non sia diventato vecchio o lecchi le scarpe ai peggiori lettori, è destinato a vivere preoccupato e infelice? Certamente. (391)

Lo scritto ha una presenza grafica oltre che una ragione ideale, un significato ideale; e quella è connessa a questo. C’è una sensazione disegnativa, nello scritto; che aiuta a compitarlo, a leggerlo, cioè a dire a chiarirlo. Tutta l’arte tipografica è qui, ed è soltanto in funzione di questo. E c’è una ragione, un’evidenza grafica anche nella forma con la quale uno scritto nasce: calligrafia è tipografia e viceversa: quella evidenza, come rispondenza alla ispirazione, al nume, vi riconosce alla prima occhiata; è uno dei corollari della autenticità. (438)

Lo scrivere non vale solo per esprimere delle situazioni, emozioni, sensazioni. Ma conta per suscitarle in noi stessi. Ci vuota del passato; ce ne libera, obbiettivandolo. E trae dal nostro organismo materia nuova, per altre emozioni, sensazioni. Lo stesso stato di tensione creativa, nello sforzo della espressione, porta a percepire più corse intorno; perché noi siamo più aperti ed accessibili alle emozioni, quanto più siamo pieno di una data emozione: che è il segreto della vita religiosa: essere pieni d’un amore che brilla in mille sfaccettature. (495)

Polemiche letterarie nei momenti di cultura vera, le facevano quelli che contavano; oggi le fanno le serve: una chiassata, una sgraffiata tra serve. Le serve fanno un quissimile di polemica, perché, a quel modo, possono fare dimenticare che non lavorano e non hanno niente in proprio. O forse, delle vecchie polemiche dei grandi, ci si rammenta, per via di questi nomi di grandi; le serve si agitavano anche allora, ma nessuno le ricorda. (498)

Importante. Che senso, che scopo c’è nel ricordare, nel rievocare, nel cercare di definire a se stessi (per iscritto) il proprio passato? Tutti hanno materia da ricordare; ed ognuno potrebbe, può rievocarla, ruminarla, per conto proprio […]. Perché uno deve “lavare” ed esibire i propri; perché certi scrittori hanno fatto, d’un lavoro simile, lo scopo della propria vita? Non è oziosità, esibizionismo, ecc.? In realtà non è. Rousseau ha scritto a quel modo di sé; e gli altri, gli anonimi, quelli che non sanno scrivere (e che non saprebbero leggere in se stessi) hanno imparato, su quel modello, ad interpretare i segni del proprio passato; sono stati aiutati ad empire di coscienza il proprio passato; è stato reso più fluido, più mobile, più sensibile, più carico di coscienza, quel tesoro di ricordi ch’è sospeso nelle anime e nel mondo. Imparare a ricordare: un po’ come imparare a pregare.
Perché a un tratto, nella coscienza, sorgono certi ricordi, che non sono «passività», ma presenze, fantasmi che ci visitano. Forse tornano quando ci troviamo (a diverse altezze) sulle stesse latitudini; quando quelle che io chiamo le nostre valenze spirituali (ma, in certo senso, si potrebbe dire organiche) chieggono un dato complemento. È una sorta di projezione ed intreccio (a sempre diverse altezze) del nostro tessuto spirituale: una fusione e rifusione di elementi, a diverse temperature. Volontà: che cosa è, in questo processo? È la voracità, il toono e la precisione delle valenze. (501)

La vecchiezza è piena di sogni. Non è vero che la giovineszza sia piena di sogni. Questo amavano sostenere dei poeti romantici e briachi che confondevano desideri pratici, ingordige, violenze, con affetti e visioni. Lo sostenevano dei poeti arrivisti che, in fondo, non avevano avuto altro desiderio che accaparrare e banchettare. […] (532-533)

La vita è la marcia di un tassametro, davanti al quale siamo seduti da anni e anni, che cammina e cammina col violento ticchettìo di un orologio e segna una somma sempre più favolosa che non si sa come pagare. Il conducente è voltato di spalle e non gli si vede il viso: se gli si vedesse, forse si vedrebbe che è il viso d’un teschio. Non si può scendere e non si sa come pagare (a Pennsylvania Station, la mattina che arrivai, di ritorno dal Messico). (552)




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Nota introduttiva e selezione dei testi a cura di Gloria M. Ghioni