Imparare l'amore, a qualunque costo




Lezione d'amore
di Patrizia Valduga

Einaudi, Torino 2004


Dopo le esperienze degli anni '90, sembra che l’evoluzione poetica della Valduga sia ormai piagata dall’incombenza della morte. Invece, a un anno di distanza da Manfred (2003) esce Lezione d’amore,[1] raccolta divisa in tre tempi: se il terzo è dedicato a una riflessione in prosa sulle parole, il desiderio, l’amore (che raccoglie varie citazioni dagli autori più frequentati da Valduga),[2] i primi due sono massima prova di poetica sadomasochistica, in cui alla donna è richiesta ubbidienza (e silenzio). Negli endecasillabi e settenari dei madrigali l’amante non cerca un’interlocutrice, ma una «bimba» allieva, che impari la pratica dell’amore:
Bimba, è per il tuo bene… Mi hai sentito?

Tu hai bisogno di essere punita.
Quel cuore immusonito
te lo svito, capito?, dalla vita…
Così impara a volere quel che vuole.
Ti smonto il tuo teatrino di parole. (5)
Prepotenza verbale e invadenza [3] sono focali in questa singolare educazione erotica, in cui gli appellativi affettivi di matrice edipica (bimba-papà) contrastano con la ruvidezza delle minacce, più o meno violente. Oltre al totale asservimento fisico, alla brutalità coprolalica, l’uomo vuole squassare l’ordine interiore e annullare l’ipocrisia della recita affabulatoria, «smantellando la mente» (15). La donna, umiliata esecutrice, è deresponsabilizzata da qualsiasi colpa, mentre viene portata a confondere dolore e godimento (10). L’io-lirico s’inserisce con considerazioni estemporanee e rare battute di dialogo, sempre senza avvisaglie grafiche: approva il comportamento e le parole dell’amante, pur chiedendosi se sia masochista (16) per godere dopo tanti «oltraggi al suo pudore» (17). 

L’accesa dimensione sensoriale porta epifanicamente al passato: dalla falsità delle vecchie relazioni si giunge alla foucaultiana «posta in gioco di verità»[4] del presente, per quanto la donna cerchi di ridurre il rapporto con l’amante a puro esercizio di narcisismo egoistico (22). Il piacere subentra principalmente in una dimensione tutta psichica («sto scopando con delle parole», 24) e, per quanto la donna si veda lontana dall’attaccamento sentimentale, raggiunge un «interno» ed «eterno riposo» (24).

Il madrigale incipitario del secondo tempo avanza la richiesta di un completamento reciproco da parte dell’amante, risposta ideale agli imperativi di Medicamenta, ma qui il desiderio è meno materialistico. L’uomo chiede, infatti, ciò che la donna può dare, ovvero una traduzione poetica dell’atto d’amore:
Chi è libero dimentica e va via,
congeda con un bacio ogni minuto.
Tu resti in mia balìa
e di quanto è accaduto e deceduto.
Trasfondi, trasfigurami, poetizza,
trasponiti, esorcizza…
Sono il principio, tu fatti la fine:
sono un medico senza medicine. (27)
L’io-lirico si stupisce: solo questo amante esercita un simile potere su di lei, e imputa la sua difficoltà a godere all’intasamento memoriale del desiderio, che non si sfilaccia per lasciare spazio al presente: «Il desiderio fabbrica memorie,/ e è per troppe memorie che non godo./ Mi frega in questo modo…» (39). Solo nell’ineffabilità dell’amplesso vince le resistenze della mente, si sente compresa e presa per chi realmente è, in un’intesa che supera gli stilemi (42). Essere in completa balia dell’amante fa saggiare l’esperienza della morte, da cui si risolleva di colpo col piacere: ancora una volta, il superamento del “principio di piacere” freudiano porta l'io lirico a non ricercare il proprio Bene, ma a rincorrere un godimento che intacca l'omeostasi fisica ed emotiva. 

Nonostante la donna cerchi di stabilire una distinzione tra amore e passione, come memento per sé stessa e patto di non intrusione reciproca, infine supplica di essere rapita temporaneamente al proprio inevitabile destino mortale (46). Dunque, non si può concludere sbrigativamente che la comunicazione in Lezione d’amore sia sbilanciata verso l’uno o l’altra: pare appropriato vedervi un’altalena dialogica che supera la parola e si congiunge nella risposta gestuale ai bisogni dell’altro.


Gloria M. Ghioni



[1] P. Valduga, Lezione d’amore, Torino, Einaudi, 2004. Dove non precisato altrimenti, da questo momento le pagine indicate nel corpo del testo sono tratte da questa edizione. 

[2] Già uscito come contributo in Atti del Convegno internazionale “Letteratura e religione in Europa, III” (Milano: 27-30 novembre 1995), in «Testo», xviii, 33, 215-217.

[3] «Sono io il destino/ e tutta ti squaderno/ e invado le pianure del tuo corpo/ e mi apro ogni apertura del tuo corpo» (13). 

[4] «L’importante è che il sesso non sia stato solo questione di sensazione e di piacere, di legge o di divieto, ma anche di vero e di falso; che la verità del sesso sia diventata una cosa essenziale, utile o pericolosa, preziosa o temibile, insomma che il sesso sia stato costituito come una posta in gioco di verità» (M. Foucault, Storia della sessualità 1. La volontà di sapere, Milano, Feltrinelli, 1985, 52).