Pillole d'autore: Funes o della memoria di J. L. Borges

Funes o della memoria” (“Funes el memorioso”, tratto da Ficciones, 1944) è un amaro racconto di Jorge Luis Borges nel quale si narra la storia, ambientata in Uruguay a fine Ottocento, di un giovane, Ireneo Funes, la cui condanna è quella di avere una prodigiosa memoria che gli permette di cogliere ogni dettaglio di tutto ciò che lo circonda. Il “cronometrico Funes” è un giovane uruguayano dai tratti indiani, un tipo bislacco e taciturno, la cui vicenda viene resa da un narratore identificabile con l’autore. Se da un lato Funes riesce a ricordare ogni cosa con estrema facilità, dall’altro non è in grado di formulare idee generali, la sua memoria registra solo particolari e non concetti compiuti. Questa condizione lo conduce, infine, all’isolamento e all’incomunicabilità: 
“Aveva imparato l’inglese, il francese, il portoghese, il latino. Sospetto, tuttavia, che non fosse molto capace di pensare. Nel mondo sovraccarico di Funes, non c’erano che dettagli, quasi immediati”.
Funes è una riflessione sulle incertezze della memoria, l’uomo, infatti, non può ricordare tutto, pena la fine, come Funes, che muore realmente per congestione polmonare, ma simbolicamente schiacciato dal peso dei suoi ricordi:
“Noi, in un’occhiata, percepiamo: tre bicchieri su una tavola. Funes: tutti i tralci, i grappoli e gli acini d’una pergola. Sapeva le forme delle nubi australi dell’alba del 30 aprile 1882, e poteva confrontarle, nel ricordo, con la copertina marmorizzata d’un libro che aveva visto una sola volta, o con le spume che sollevò un remo, nel Rio Negro, la vigilia della battaglia di Quebracho. Questi ricordi non erano semplici: ogni immagine visiva era legata a sensazioni muscolari, termiche ecc. Poteva ricostruire tutti i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi dormiveglia”.
“Questi, non dimentichiamolo, era quasi incapace di idee generali, platoniche. Non solo gli era difficile comprendere come il simbolo generico “cane” potesse designare un così vasto assortimento di individui diversi per dimensioni e per forma; ma anche l’infastidiva il fatto che il cane delle tre e quattordici (visto di profilo) avesse lo stesso nome del cane delle tre e un quarto (visto di fronte)”.
La sua portentosa capacità di memorizzare ogni dettaglio rende Funes quasi una creatura mitica, (“Ireneo aveva diciannove anni; era nato nel 1868; mi parve monumentale come il bronzo, ma antico come l’Egitto, anteriore alle profezie e alle piramidi”) , ma ogni ricordo sottende dolore poiché:
“Funes discerneva continuamente il calmo progredire della corruzione, della carie, della fatica. Notava i progressi della morte, dell’umidità. Era il solitario e lucido spettatore d’un mondo multiforme, istantaneo e quasi intollerabilmente preciso […]Gli era molto difficile distrarsi dal mondo; Funes, sdraiato sulla branda, nel buio, si figurava ogni scalfittura e ogni rilievo delle case precise che lo circondavano”.




(Funes in un articolo di Silvia Hopenhayn per il quotidiano argentino La Nación)


Il racconto del narratore è, volutamente, fatto di dettagli, agganci temporali e ricordi, tuttavia, ciò è nulla se paragonato alle infinite possibilità di Funes. La memoria, essenza della storia, pone, al contrario, Funes al di fuori della storia stessa, senza poter stabilire un rapporto con il proprio tempo e spazio. Egli contraddice la storia nel suo aspetto evolutivo ed in tal senso l’immobilità fisica di Funes, dopo essere stato travolto da un cavallo, si trasforma in immobilità di pensiero, in incapacità di comprensione ed empatia per il prossimo.



Selezione e note a cura di Martina Pagano

Edizione di riferimento: Jorge Luis Borges, Finzioni, Adelphi, Milano 2003, trad. di Antonio Melis (ed. originale 1944, prima ed. italiana Einaudi 1955 trad. di Franco Lucentini)