«Il romanzo che tutti avevamo sognato»


Una questione privata
di Beppe Fenoglio

Einaudi, 2006


Nel 1964, ripubblicando per Einaudi il suo Sentiero dei nidi di ragno, Calvino scrisse una lunga prefazione in cui esprimeva un giudizio assai lusinghiero su un libro pubblicato appena l’anno prima. L’autore, Beppe Fenoglio, era morto da poco. Il titolo del romanzo, Una questione privata.
Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita: la stagione che va dal Sentiero dei nidi di ragno a Una questione privata.
Chi, giovane o meno, aveva vissuto la resistenza da protagonista aveva sentito l’esigenza assoluta di spiegarla, razionalizzarla nella parola scritta. Per chiosare Adorno, se dopo Auschwitz la poesia era impossibile, dopo l’esperienza resistenziale – interpretata all’unanimità come un nuovo risorgimento, un triste bellum civile da cui far rinascere la nazione – l’affabulazione narrativa rappresentava un vero imperativo morale. Vittorini raccontò la vicenda dei GAP milanesi, forma di resistenza sviluppata nelle città e di tipo terroristico (Uomini e no, 1945); Calvino stesso trasformò le brigate resistenziali in una fiaba di antieroi (Il sentiero dei nidi di ragno, 1947); Pavese stesso cercò di fare i conti con l’esperienza della guerriglia nelle sue colline, e col senso di colpa nato dall’auto-esclusione (La casa in collina, 1949).
Dopo quindici anni appare Una questione privata, ed è subito caso letterario. Dall’intera schiera di intellettuali che avevano provato a raccontare la resistenza, infatti, si levò un plauso verso quest’autore umbratile, esperto di letteratura inglese ed ex partigiano: Beppe Fenoglio aveva scritto «il romanzo che tutti avevamo sognato». Cosa videro di speciale quegli intellettuali è presto detto: videro un genuino romanzo resistenziale, in cui l’esperienza era colta sul campo. Ma lascio ancora la parola a Calvino:
Una questione privata … è costruito con la geometrica tensione d’un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando furioso, e nello stesso tempo c'è la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente dalla memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione, e la furia. Ed è un libro di paesaggi, ed è un libro di figure rapide e tutte vive, ed è un libro di parole precise e vere. Ed è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest'altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché.
È al libro di Fenoglio che volevo fare la prefazione: non al mio.
Non resta che commentare queste parole. Una questione privata piacque così tanto perché parve un racconto sincero della resistenza su se stessa. Il protagonista non è un escluso dalla storia (Pavese) o un eroe nero e metafisico (Vittorini), tanto meno un bambino (Calvino): il protagonista, Milton, è un partigiano in piena regola, per certi versi uno specchio autobiografico dell’autore («complessivamente brutto», traduttore d’inglese). Una questione privata è anche un libro di paesaggi: l’ambientazione è la stessa del Pavese di sempre, le Langhe, le colline, in un vagare tra l’alto e il basso importante per la strategia di guerriglia ma anche simbolo di qualcos’altro. E qui veniamo al dunque: Una questione privata è anche, Calvino non potrebbe avere più ragione, un romanzo di «follia amorosa». La lotta resistenziale è la carne del romanzo, ma la sua ossatura è la ricerca dell’oggetto amato, una donna-che-non-c’è, Fulvia-Angelica: ricerca ossessiva della «verità» su di lei e sul proprio amore, che diventa ricerca di Giorgio, l’amico di entrambi con cui forse – ma ne siamo davvero certi, soltanto Milton s’illude fino alla fine – Fulvia ha avuto una relazione.
Fermarsi al «racconto di resistenza», al romanzo che tutti avevano sognato, significherebbe svilire il significato di Una questione privata. In fin dei conti, è stato fatto. Fenoglio è spesso escluso dal canone del secondo Novecento, per cui spesso ci ritroviamo a leggere i grandi rappresentanti del  cosiddetto "neorealismo" conoscendo soltanto vagamente quello che fu considerato all'unanimità il grande suggello di quella stagione.

Calvino aveva colto perfettamente il tema della ricerca. Non aveva esplicitato – forse perché non apparteneva alla sua sensibilità di uomo cresciuto in un ambiente completamente del tutto laico, privo degli assilli del peccato e della caduta – ciò che effettivamente costituisce l’oggetto della follia amorosa, e che tanto avvicina Fenoglio a Pavese. La donna non è soltanto la donna: è un eden perduto, luminoso e intoccabile. Non a caso il nome del protagonista è Milton, autore secentesco del Paradise Lost. La lotta resistenziale si fonde con la ricerca della verità sulla caduta, sulla perdita dell’hortus deliciarum (il giardino di ciliegi degli incontri tra Milton e Fulvia): la fine di entrambe, in questo gioco di inseguimenti, coincide con una corsa, una metamorfosi e una morte. 

L. Ingallinella