Quanto tempo ci vuole per guarire ogni ferita? Ce lo racconta Glenn Cooper nel suo ultimo romanzo "La porta dei destini"


La porta dei destini
di Glenn Cooper
Editrice Nord, ottobre 2026

pp. 384
€ 22,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook) 

Nella Ninive del VII secolo avanti Cristo, capitale dell’impero assiro e sede di re Assurbanipal (il sovrano che radunò a palazzo la più vasta biblioteca di tavolette d’argilla dell’antichità, oggi in gran parte ospitata al British Museum a Londra), il guaritore di corte Mannu-ki-Aššur vede ammalarsi la concubina prediletta del re, vittima di un male che nessun rimedio riesce a curare e donna di cui è segretamente innamorato, e pur di salvarla si affida a un rituale proibito capace di piegare le leggi del Tempo. 

«Devo andare», sussurra Bel, avvicinandosi per prendere la palla dalle mani di Mannu, che per un attimo sente sulle dita il calore del suo tocco. «Voi… tu…?» prova a dire. A Bel non serve che lui finisca la frase. «Sì», risponde. «Penso a te ogni giorno e ogni notte.» (p. 61) 

Nella Londra di oggi, Kate Mayne, professoressa di Assiriologia all’University College e studiosa delle lingue e delle civiltà mesopotamiche, si ritrova in ospedale ad ascoltare i deliri di un paziente sconosciuto che parla un accadico perfetto, la lingua ormai estinta dei testi di Ninive, e che ha inciso nell’argilla un brano in caratteri cuneiformi legato in modo inquietante a una tavoletta medica appena ricomposta al British Museum. 

«Siamo a Londra, in Inghilterra». Lui ripete il nome in modo impacciato, sillabandone i suoni. «Lon-dra. Non conosco questo posto.» «Non avete mai sentito parlare di Londra?» L’uomo scuote la testa. «Quanto dista da Ninive? Quante leghe?» Lei è colta di sorpresa nel sentirgli usare parsāti, «leghe», l’antica unità di misura della distanza che una persona poteva percorrere in un’ora, corrispondente a quasi cinque chilometri. Invece di assecondarlo, però, questa volta replica: «Ninive non esiste più. È stata distrutta più di duemilacinquecento anni fa». (p. 167)

Intanto, a migliaia di anni di distanza, c’è chi ha scoperto che cosa Mannu ha fatto e non intende permettere che porti a termine la sua impresa. 

Il ritmo scorre senza intoppi mentre i capitoli passano da un’epoca all’altra e da un punto di vista all’altro. Intanto lo stile, asciutto e limpido, immerge il lettore nella città di Ninive, che si costruisce attraverso i gesti dei suoi abitanti e del piccolo Mannu che corre con una capretta ferita tra le braccia, del padre che amministra i granai reali e del maestro che mette alla prova il piccolo apprendista e introduce i due volti della scienza terapeutica assira, ovvero il medico che cura con le piante e l’esorcista che scaccia i demoni: tutto prende forma con quel tipo di sapienza che accende la curiosità di chi ne vuole sapere sempre di più e ci si trova immersi spontaneamente nella Grande Storia.

La villa paterna sorge a nord del fiume Khosr, un affluente del possente Idigna, che nel tempo diventerà noto come Tigri. Uscito di casa, correrà lungo le mura in direzione della più piccola Porta di Sin, per poi inoltrarsi attraverso un dedalo di stradine verso la cittadella fortificata del palazzo reale. Passerà davanti all’abitazione di uno dei sottoposti di suo padre nel kisru, il corpo amministrativo che sovrintende ai granai del re, per chiedere all’amico Ninurta di unirsi alla sua scorribanda. Insieme attraverseranno il mercato principale, situato in una prospera zona abitata, beandosi del profumo dei fiori appena recisi e delle ceste di spezie orientali. (p. 16)

A chi ricorda gli esordi di Cooper con La biblioteca dei morti (Editrice Nord, 2009) che divenne il romanzo d’esordio più venduto in Italia nell’anno di uscita, e a chi lo ha seguito fino a oggi, questo romanzo appare subito diverso nella struttura e nell’intenzione rispetto ai suoi precedenti. La Storia era sempre un enigma da risolvere pezzo dopo pezzo e i personaggi erano in buona parte degli ingranaggi della trama; qui l’idea del viaggio nel tempo è altrettanto forte, ma non è più il fine, perché a spingere il racconto sono le persone e la Storia diventa un luogo in cui si abita, le atmosfere si aprono, risultano meno cupe lasciando più spazio alla conoscenza e all’avventura e meno al mistero. Resta intatto il gusto per le biblioteche e per i frammenti a cui si aggiunge poi una vena di ironia che nei thriller più tenebrosi degli inizi, appunto, trovava poco spazio. Le figure di contorno della Londra di oggi, in particolare la malavita che entra nella vicenda, hanno infatti un tratto da caricatura che sfiora la farsa e distrae da una storia che regge benissimo da sola. La porta dei destini resta però un romanzo che permette di appassionarsi alla Grande Storia in modo davvero originale, perché la trama non imbocca mai le strade prevedibili che ci si aspetta e perché dà al lettore la spinta giusta per andare a cercare, finita l’ultima pagina, che cosa furono davvero l’impero assiro e la sua biblioteca. Chi ama Cooper ritroverà il piacere dell’invenzione, e chi non lo ha mai letto potrebbe cominciare da qui. 

Valentina Botrugno