L’alchimia di un dolore mutato in arte: Francesca Diotallevi presenta a Wunderkammer 2026 “In me dorme un grido”



Dopo le nuvole temporalesche delle autocrazie che minacciano l’Europa, il Camploy torna a riempirsi di colori e ci trasporta nel Giardino dei tarocchi di Niki de Saint Phalle, che ci viene presentata a sua volta come una sfolgorante Wunderkammer.

Niki de Saint Phalle è un personaggio complesso, che ha saputo incanalare il suo dolore e il suo tormento creando opere straordinarie. Il romanzo parla di vita vera ma sembra quasi un sogno, introduce Ilaria Tuti, che dialoga con l’autrice. Parla di sacrifici, del sacro fuoco dell’arte, è un “racconto intenso e luminoso, pregno di sofferenza, di battute d’arresto, ma anche di slanci e di speranza”.

Il Giardino dei tarocchi di cui narra Francesca Diotallevi è un luogo reale, in Toscana, vicino a Capalbio, un parco pieno di sculture che rappresentano gli arcani maggiori dei Tarocchi e di altre figure che Niki de Saint Phalle lega alla sua vita. La prima sensazione che Tuti prova di fronte al romanzo ha a che fare con la magia, con l’impresa quasi epica, certamente alchemica e trasformativa, di realizzare il giardino. La magia è dentro Nikki, un personaggio che ti conquista fin dalle prime pagine, consacrata al proprio destino e al fuoco della propria passione.

Quella a cui assistiamo è la prima presentazione del romanzo, in uscita il 6 ottobre. È con emozione quindi che Diotallevi prende la parola per descrivere ciò che l’ha mossa alla scrittura. Ha scoperto il Giardino dei tarocchi in un’estate calda, secca, attraversando un muro che introduce a un mondo onirico, quasi surreale. Il sole feroce di quel giorno rimbalzava sugli specchi, racconta, creando un senso di stordimento. Non c’è un percorso specifico all’interno del parco, né sono previste visite guidate: l’artista desiderava che ci si potesse perdere, come in un sogno. Il parco stesso è un sogno a cielo aperto… per realizzarlo l’artista si è ispirata ad altri parchi, come quello di Bomarzo, o Parc Güell di Gaudì.

Niki de Saint Phalle è un personaggio da cui non si può non restare affascinati, per la sua forza, la sua volontà di comunicarsi e raccontarsi. Lei voleva che il giardino fosse un posto di gioia, ma senza dimenticare le ombre che per tutta la vita si è portata dietro. “Sapevo che non sarebbe stato facile stare dietro a una donna così complessa, in qualche modo inafferrabile”, osserva Diotallevi.

In me dorme un grido
di Francesca Diotallevi
Neri Pozza, ottobre 2026

pp. 400
€ 20 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

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Dopo la magia, Tuti richiama il tema della terra, in tutte le sue valenze anche metaforiche. La terra è ricorrente nel volume: Niki nasce in una famiglia borghese, ma a un certo punto qualcuno le dice: “la tua vita sarà non nei palazzi, ma tra la polvere e il vento”. La terra del suo destino la trova in Toscana, grazie al sostegno della famiglia Caracciolo, in particolare a Marella, moglie di Gianni Agnelli, che la aiuta a ottenere il terreno. Anche in questo processo entra in campo il motivo della polvere: Niki aveva una malattia polmonare causata dalle polveri e dai solventi respirati lavorando alle sue opere; proprio in un sanatorio svizzero rincontra Marella Caracciolo. Niki è in uno dei momenti malinconici della sua vita, e confida all’amica di voler creare un “giardino magico”, pieno di gioia e colori. Le manca però l’appezzamento di terra e Marella le suggerisce di rivolgersi ai suoi fratelli. Quando parla ai Caracciolo, portando un bozzetto di cartapesta anche piuttosto grezzo, le basta mezza giornata per convincerli. E, ancora, sarà toccando la terra della collina che le viene proposta che l’artista capirà che quello è il posto giusto - anche perché sotto c’è una necropoli etrusca, e lei è molto legar al tema della morte e del sacro.

All’interno del Giardino, spiega Diotallevi, Niki stravolge completamente l’iconografia dei tarocchi. Una delle sculture più importanti del parco è l’Imperatrice, che lei immagina come una sfinge, una sorta di dea-madre che veglia sul regno dei morti, e diventa lo spazio-grembo in cui, fisicamente, lei vivrà. “Io avevo bisogno di un ventre materno da cui rinascere come madre di me stessa”, dirà.

C’è un’ombra che grava sulla vita di Niki de Saint Phalle, interviene allora Tuti; quando ha undici anni, la ragazzina subisce un abuso da parte del padre. Il trauma le scava dentro e la condiziona. Lei si sposa giovanissima, ha due bambini, ma il male prende il sopravvento - lei allora inizia a nascondere armi sotto il materasso (non per ferire, ma per difendersi, prova giustificarsi, ma quando le viene chiesto non sa spiegare da chi). Il marito, preoccupato, la fa ricoverare. È allora che un amico di famiglia le regala dei colori e grazie all’arte inizia a salvarsi, a trovare un compimento. Per poterlo fare deve fare una scelta: lascia il marito, e con lui i due figli. Il lettore, sentendo il suo dolore, non può che provare compassione e la perdona, anche se lei ne porterà il peso per tutta la vita. C’è una sorta di rivoluzione del femminile, nel suo percorso.

La sua scelta, dolorosissima, è necessaria per lei, commenta Diotallevi. Essere una brava moglie e madre la consuma da dentro - buttarsi nel lavoro è allora un modo per ripagare quel sacrificio necessario. Lei si porta dietro una ferita, ma non fare quella scelta l’avrebbe distrutta. Il titolo del romanzo rimanda proprio a questo male che le grida dentro senza che lei sappia pienamente spiegarselo. In ospedale subisce undici elettroshock e si pensa che non debba uscirne più. Finché non scopre il colore. L’arte diventa un’arma, con cui sparare contro il proprio trauma, ma anche contro gli stigmi sociali. C’è una forte rabbia, una rivendicazione di sé attraverso l’arte, che inizialmente è violentissima (inizialmente Niki creava spose-fantasma piene di chiodi, rappresentava la maternità come una prigione…). Questi ancora oggi possono essere tabù. Salvare se stessi attraverso ciò che si ama fare, questo è il messaggio che ci lascia Nikki. Noi ci salviamo, curiamo le nostre ferite attraverso le cose che amiamo, che ci rendono felici. Per le donne spesso questo processo è però gravato da giudizi e sensi di colpa.

“È un romanzo intimo, ma anche corale”, interviene Tuti. Il tema del femminile viene esplorato anche attraverso altri personaggi - alcuni simili a Niki, altri molto diversi. Lei non vede mai queste donne come rivali, è curiosa e solidale, resta in ascolto e accoglie. Il suo ventre, metaforicamente, viene aperto per far spazio alle altre. Con le sue Nanas lei non celebrava solo un archetipo del femminile, ma ogni singola donna che incontra.

Nanas era un termine dispregiativo con cui gli uomini si riferivano alle donne (“pollastrelle”), ma lei usa il termine ironicamente, perché alle Nanas non interessa cosa pensano gli uomini, sono sfacciate e colorate, spiega Diotallevi. Il punto di svolta per Nikki è vedere Clarice Rivers, una sua cara amica, incinta. Lei subito la ritrae, in un disegno colorato e bellissimo, una sorta di ritorno alla vita che prevede un cambiamento di sguardo. Questo è forse uno dei suoi tratti caratteriali più belli in assoluto: aver preso tutto il male ricevuto per trasformarlo in altro. Lei stessa, come il giardino, era un po’ alchimista in questo - postilla la scrittrice.

Gli uomini, invece, prosegue Tuti, possono rappresentare da un lato il blocco, o le gabbie, come il padre o il marito, dall’altro l’amore, come Jean Tinguely, che lei sposa quando ha già capito di non poter stare con lui, quasi a suggellare un patto d’eternità. C’è anche un professore di italiano, con cui Nikki si scontra dialetticamente, o l’amico e fedele assistente Ricardo, che è una figura molto bella. Sono gli anni dell’AIDS e Nikki condannava il silenzio della società - tanto da creare un’opera specifica all’interno del giardino, e scrivere anche un libro al riguardo, che ha venduto a un prezzo bassissimo.

Non sa dire, Diotallevi, quale sia il suo personaggio maschile preferito. Tutti gli uomini, ad eccezione dei primi, hanno fede in Nikki, credono nel suo talento, la supportano nel suo percorso creativo. Nikki doveva essere una persona speciale, spiega la scrittrice, costruiva relazioni che duravano tutta la vita. L’incontro con Tinguely è prima di tutto quello tra due artisti. Il loro matrimonio nasce, quando l’amore è già finito, per garantire che la loro eredità venga raccolto da chi avrebbe potuto valorizzarla. Anche il primo marito, in realtà, a un certo punto la lascia libera e rimane presente nella sua vita. È molto bello anche vedere come la gente del posto inizia ad avvicinarsi alla realtà del giardino, dopo il sospetto iniziale, e spesso collabora con lei, gratuitamente, per anni. La storia del giardino interseca quella dell’Italia di quegli anni (dal rapimento Moro, alla legge Basaglia, fino alla diffusione dell’AIDS). Nikki si batte per coloro che non hanno luce, è lei che li mette in luce.

“Leggere i tarocchi vuol dire interrogare se stessi. Quale magia ha creato Nikki dentro di te?”, chiede ancora Tuti. “In realtà mi sento un po’ abbandonata, dopo tutti gli anni che ho dedicato agli studi su Niki de Saint Phalle, ma penso che nessuno possa incontrare questo personaggio e le sue opere e restare indifferente a questa magia. Di tutti i personaggi che ho raccontato è quel che mi ha portato più lontano”. Conoscerla significa fare anche la scoperta dei tarocchi, che sono dei giochi, ma anche degli specchi, e delle grandi macchine narrative, in grado di raccontare storie, ma solo a noi che li teniamo davanti, perché quella è la nostra storia - spiega. Mettere i ventidue tarocchi l’uno in fila all’altro, secondo un ordine preciso, è proprio compiere il viaggio dell’eroe. Solo il matto può muoversi, attraversare il mazzo, ed è l’incarnazione dell’artista: lui parte e non sa quale percorso farà per raggiungere la meta. Questo ci insegna Nikki - l’importanza di compiere il viaggio, di perdersi, per trovare se stessi.

“E se dovessi scegliere una carta dal mazzo?”, domanda infine Tuti.

Scelgo la Forza, che è rappresentata come una donna che tiene la mano nella bocca di un leone. La lettura della carta è il contrario di quello che sembra: la vera forza sta nella grazia, nel domare qualcuno con la gentilezza. Niki, poi, interpreta a modo suo anche questo tema. Nel Giardino, la Forza è una fanciulla che tiene al guinzaglio un drago che passeggia sulle rocce, ma il guinzaglio è invisibile, quindi non si capisce se ci sia davvero, o se lei stia solo tendendo la mano verso di lui. Mi piace pensare che il giardino sia un luogo pieno di gentilezza.

Carolina Pernigo 


Foto a cura della redazione