Venerdì alla stazione di Nohara
di Sawako Natori
Sawako Natori si è affermata nel panorama letterario globale come una delle voci più rappresentative della cosiddetta healing fiction (la narrativa del conforto e della guarigione dell'anima). Prima di concentrarmi sulla sua opera, vorrei soffermarmi un secondo sul suo genere. Questa narrativa dai poteri curativi non è in alcun modo da confondersi coi manuali di self-care o simili. Se questi ultimi puntano a riscrivere la propria immagine e invitano a migliorarsi per avere maggiore fiducia in se stessi, la healing fiction accoglie le fragilità umane e le racconta, mostrandoci come le nostre imperfezioni, i nostri fallimenti e le nostre insicurezze possano essere guardate da un altro punto di vista, che non coincide con l'ammissione della sconfitta e del rimodellamento di sé, ma la guarigione parte dall'accettarci così come siamo coi nostri limiti. Perché? Perché se impariamo a farlo, stiamo meglio, e, diciamolo, ci togliamo anche un bel peso di dosso: quello del giudizio sociale. In Italia, l'universo narrativo dell'autrice (si tratta infatti di una saga ben più ampia che va oltre i due volumi) è portato in libreria da Feltrinelli, che ha fatto conoscere al pubblico la suggestiva ambientazione della stazione ferroviaria di Nohara, uno snodo a nord di Tokyo in cui la finzione narrativa si intreccia con il potere curativo dei libri.
"Esistono davvero dei librai a cui non piacciono i libri?" "A quanto pare...Però ultimamente ho iniziato a leggere un po' di più". "E come è successo?" chiese inclinando la testa, quasi fosse in attesa di una ghianda. Non potevo certo confessarle di essermi preso una cotta per la direttrice, era una faccenda troppo personale, così risposi con un'altra domanda. " E tu perchè vuoi fondare un club di lettura?" (p. 21-22)
Al centro dei romanzi c'è la libreria Kinyōdō, uno spazio unico e insospettabile, situato all'interno dello scalo ferroviario di Nohara e dotato di un meraviglioso deposito sotterraneo, ricavato dagli spazi di un vecchio binario in disuso. Il romanzo d'esordio (La libreria del venerdì, 2025), è narrato attraverso lo sguardo di Fumiya, uno studente universitario inizialmente del tutto refrattario alla lettura. Quando si imbatte per caso nella libreria gestita dal trio di amici d'infanzia composto da Yasu, Sugawa e Makino, Fumiya scopre l'esistenza del magazzino nascosto e la capacità quasi magica di quel luogo di cucire il libro perfetto sulle ferite interiori di ogni avventore. In questo secondo capitolo, intitolato Venerdì alla stazione di Nohara, ritroviamo Fumiya che è ormai parte integrante dello staff con il suo nuovo lavoro part-time. L'arrivo di una studentessa determinata a riportare in vita il club di lettura del liceo locale diviene il catalizzatore della vicenda: lo staff si trova così a dover riaprire vecchie incomprensioni, affrontando i nodi mai sciolti del passato e l'ombra dolorosa legata al quarto membro del loro gruppo originale.
I personaggi sono ben caratterizzati nel tipico stile nipponico, cioè ognuno con il proprio precisissimo compito (e con i dovuti scheletri nell'armadio): Yasu è il proprietario, Sugawa cura l'angolo caffetteria, Makino si occupa della cucina e Fumiya supporta l'attività in maniera più flessibile. Sotto la superficie accogliente del locale, tuttavia, si avverte un velo di profonda malinconia: i tre storici membri della libreria condividono infatti il trauma della perdita di un loro caro amico, Jin, strappato loro da un evento drammatico ed efferato. Si tratta di un segreto cupo che permea le loro vite e di cui Fumiya rimarrà all'oscuro fino ai risvolti finali (mi fermo qui, niente spoiler).
Arrivò a passo spedito e accolse il cliente con un saluto capace di superare ogni scoraggiamento, come una preghiera: "Benvenuto alla Libreria del venerdì!". Anche quel giorno eravamo lì, a vivere. (p. 145)
L'architettura del romanzo si sviluppa attraverso un meccanismo preciso: ogni capitolo ruota attorno a un'opera letteraria giapponese consigliata da Makino. Ogni testo suggerito è ritagliato su misura sulla vita del cliente di turno, trasformando ogni incontro in un tassello del percorso di superamento dei propri fardelli personali. Nonostante le premesse suggestive, questo capitolo della saga rischia di non fare del tutto breccia nel cuore di tutti i lettori, specie se affrontato senza aver assimilato le basi del primo volume (io infatti l'ho voluto recuperare prima e consiglio di fare altrettanto). Se da un lato il filone della healing fiction risente talvolta di un'eccessiva saturazione del mercato, dall'altro la narrazione tende qui a farsi a tratti disorganica, specialmente nelle deviazioni a sfondo socio-politico e nello sviluppo del mistero legato a Jin. Non mancano comunque momenti di toccante tenerezza, anche se non sempre sufficienti a cementare del tutto la tenuta emotiva dell'opera.
Ma, c'è un ma, ovviamente, a riscattare la lettura è il valore simbolico che il libro attribuisce all'atto stesso del consigliare storie. L'estasi del libraio quando riesce a trovare il testo giusto per la persona giusta risuona con forza: è quella scossa di calore puro che si prova nel contagiare qualcun altro con il proprio entusiasmo per una nuova scoperta letteraria. In conclusione, nel primo volume si ha tutta la magia, qui ne si ha un'eco, che comunque merita di essere letto per la bella traduzione, per l'ambientazione, per il potere di ispirare pensieri buoni (di questi tempi ne abbiamo più che mai bisogno), e in fondo, perché no, per farsi cullare da storie che ci portano lontano e che con il loro fascino riescono a fermare il tempo.
Carlotta Lini
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