Chi ha fame vuole sedersi al tavolo dei vincitori: il patto col diavolo (e col lettore) del nuovo romanzo di Nicola Lagioia in "Santa Barbara"

 


Santa Barbara
di Nicola Lagioia
Einaudi, ottobre 2026

pp. 640
€ 22,50 (cartaceo)
€ 13,99 (ebook)

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Voglio diventare ricco, pensò tra i sudori e la tosse. Ne sei certo?, disse la voce. Sì, pensò [...] E allora meglio mettersi in testa una cosa sin da subito. Che cosa?, chiese. [...] Che per riuscire nell'impresa, continuò la voce, non ti basterà il sorriso, neanche l'intelligenza da sola è sufficiente, dovrai lottare, disse, dovrai fingere, dovrai mentire, dovrai ingannare, dovrai tradire. (p. 138)

In Santa Barbara c'è tanta fame. Una fame da sbranare qualsiasi cosa si metta davanti ai suoi personaggi, a cominciare da Nunzia Battista, che nelle prime pagine del romanzo patisce la miseria della guerra e si ritrova in poco tempo a essere madre di Domenico, e moglie di un uomo che non desidera davvero, Nicola Epifania. Da loro muovono le vicende del nuovo grandioso romanzo di Nicola Lagioia, che coglie la coralità della comunità di Capurso, in Puglia, e al tempo stesso entra nelle case di alcuni dei suoi abitanti. E ci si siede. Osservando quel che accade. 

Tra le mura di casa Epifania, c'è tanta fame: sia Nunzia sia il marito sperano in un avvenire migliore per loro in primis e anche per il piccolo Domenico. Un po' diverso è entrare nella casa del coltivatore diretto Giovanni Levante: non è tanto la fame di cibo a caratterizzarlo, ma il desiderio di una serenità in famiglia (la moglie, Caterina, è spesso brusca perché profondamente infelice, sia con Giovanni sia con le due figlie) e di un riconoscimento sociale. Entrambi i sogni sono lontani dal realizzarsi. 

A partire da queste famiglie, seguiamo le vicende dalla guerra fino agli anni Settanta, in una cavalcata che attraversa il tempo. Quello storico è alluso, mai chirurgicamente registrato, perché le dilatazioni e le ellissi rispondono al bisogno della narrazione, non a un desiderio compilativo da archivista; dunque, gli eventi vengono segnalati o meno a seconda della loro necessità diegetica. C'è poi il tempo del racconto, quello che sceglie quanto restare in casa Epifania, quanto dai Levante, quanto per strada, in chiesa, in altre città o in altri Paesi. E non è detto che nel capitolo successivo (si noti: capitoli non numerati, a sottolineare il fluire libero e a volte imprevedibile delle storie) si riprenda esattamente da dove si era rimasti: il narratore (poi chi è, questo narratore? Lo si scoprirà alla fine del romanzo, ma forse non è neanche uno solo...) è arbitro assoluto della costruzione degli episodi. Un narratore, peraltro, altrettanto affamato. Di storie. Ma non scava dove non serve: è sempre incredibilmente a fuoco su cosa sia davvero necessario a capire i personaggi e le loro scelte, senza tuttavia indirizzare il lettore. Insomma, è un narratore che lavora in levare, ed è forse questa la scelta che – nuova rispetto ad esempio a La ferocia – rende queste seicentoquaranta pagine paradossalmente più rapide di tanti romanzi lunghi un terzo. 

Dove sta la magia, dunque, di Santa Barbara? Chiederselo è più che lecito, ma non esiste una sola risposta. Oltre a un sapiente labor limae che ha richiesto a Lagioia molte riscritture, come lui stesso ha dichiarato, troviamo l'unione di tematiche ataviche che colpiscono chi legge perché si presentano sulla scena senza forzature. Non si cerca il colpo di scena inverosimile, ma si osserva – senza commentare – come i diversi personaggi reagiscono agli ostacoli, ai drammi, alle occasioni per essere felici. E, soprattutto, come rispondono alla possibilità di un riscatto personale, che passa spesso per un riscatto economico. Come se questi personaggi si guardassero quasi tutti attraverso la loro realizzazione lavorativa, base per un successivo riconoscimento sociale. 

E Santa Barbara è colei che, appartenendo a una antichissima tradizione (addirittura il suo culto risalirebbe a riti pagani), veglia sui suoi fedeli, esaudisce desideri sconvolgenti: i nostri personaggi le chiedono di tutto, dalla morte anzitempo di un familiare importuno alla vendetta contro un marito fedifrago. Ma nessuna grazia arriva senza chiedere indietro qualcosa, e assistiamo con una certa apprensione a quanto le conseguenze possano essere drammatiche. Rito, leggenda, storie delle generazioni passate formano un retroterra culturale comune, che viene condiviso con i bambini (un po' per educarli, un po' per spaventarli), in racconti dalle sfumature eziologiche che non mancano di risvolti perturbanti. Ad esempio? Capurso attende con ansia la festa di Santa Barbara, un momento in cui tutto può succedere: i bambini corrono per le case alla ricerca del cuore della santa, credendo davvero di poterlo trovare; i giovani innamorati si danno appuntamento approfittando del coprifuoco e dei controlli allentati; chi è ormai adulto o anziano osserva con bonario compiacimento un paese intero che si raccoglie attorno a un rito. 

E sotto gli occhi vigili della Santa si avvicendano amori e tradimenti, partenze e ritorni, successi e insuccessi, nascite e morti. Ci si domanda anche se l'avanzare dei decenni e un maggiore benessere possano cambiare in meglio la vita, cancellare la ferocia dei rapporti interpersonali, addomesticare almeno in parte la fame delle prime pagine. La risposta è alla base di un'epopea familiare e corale che celebra il ritorno di Nicola Lagioia alle sue origini pugliesi. Uno scrittore che non arriva mai in libreria se non quando ha una grande storia da raccontare.

GMGhioni