La distinzione tra una carta politica e una carta fisica è una nozione basilare di geografia scolastica. La si impara già con i primi libri di testo: la prima si presenta con colori molto accesi, ciascuno dei quali indica stato o una regione, delimitati da confini precisi; la seconda è in tonalità di verdi e marroni e rappresenta catene montuose, laghi, mari, pianure e colline. Molto spesso le troviamo appaiate, una accanto all’altra: lo spazio umano da un lato, quello naturale dall’altro. Uno stesso luogo, scisso in due metà distinte.
Da questa scissione prende le mosse Il mondo e la terra. Come preservarli? di David Van Reybrouck, da poco pubblicato da Feltrinelli nella collana “Idee” (con traduzione di Franco Paris). Il punto di partenza concreto è il ritrovamento di un vecchio mappamondo, in un armadio della sua casa d’infanzia. In quell’oggetto, un tempo a lui così caro, l’aspetto politico e quello naturale rimangono separati: con la luce accesa esso raffigura il “mondo”, con i suoi colori che ritagliano nazioni e continenti; la luce spenta indica invece la terra, “materia ruvida, bruta” e indifferente alle strategie e deliberazioni umane. È proprio questa ripartizione, così radicata nella cultura umana, che Van Reybrouck invita oggi a mettere in discussione alla luce del cambiamento climatico: continuare a concentrarci sul mondo, dimenticandoci della terra, non è più soltanto eticamente discutibile, ma anche suicidario da un punto di vista materiale.
Animato da questo spirito e da questa certezza, il saggio si legge come un manifesto politico, – scritto in occasione della nomina a Denker der Nederlanden e cioè “Pensatore dei Paesi Bassi” – che, già dalle prime pagine, si prefigge l’obiettivo di invitarci a (ri)mettere la terra, con la vastità dei suoi problemi, al centro delle nostre riflessioni e superare la prospettiva antropocentrica che ci spinge a considerarla unicamente come sfondo dell’attività umana. Per questo, nei capitoli centrali si ricostruisce la storia della diplomazia, ovvero l’arte di appianare le divergenze attraverso il dialogo e la negoziazione: dalla fase iniziale in cui si trattava in nome del sovrano a quella in cui lo si faceva per conto degli stati-nazione, fino al multilateralismo attuale, emerso più di un secolo fa e rafforzatosi in seguito al secondo conflitto mondiale con la nascita di organismi e istituzioni sovranazionali. Ciascuna di queste trasformazioni ha ridefinito le forme precedenti della diplomazia. Nel secondo Novecento si è così consolidato un ordine internazionale che, seppur in modo tutt’altro che omogeneo a livello planetario, ha garantito decenni di relativa pace e stabilità. Ma oggi non può più bastare: di fronte alla crisi climatica e alla catastrofe globale occorre trovare approcci e strategie diverse.
Attraverso esempi concreti e con un linguaggio chiaro e lucido, l’autore espone i limiti del multilateralismo diplomatico che privilegia gli interessi nazionali e territoriali su quelli globali, subisce pressioni da parte di lobby sempre più forti e influenti, ignora i bisogni di buona parte della popolazione mondiale. Toccando temi a lui molto cari, come la crisi della rappresentanza, il valore della democrazia diretta e il rispetto delle tradizioni e delle volontà popolari, spesso offuscate all’interno di sommarie narrazioni collettive – basti pensare a libri come Congo (Feltrinelli, 2014) o Contro le elezioni. Perché votare non è più democratico (Feltrinelli, 2015) –, Van Reybrouck propone soluzioni innovative che spezzino lo stato di immobilismo in cui le istituzioni internazionali sembrano essersi impantanate da anni; le COP, convenzioni e Assemblee generali raramente riescono a tradurre gli obiettivi in impegni sufficientemente ambiziosi.
Ricordando da vicino le tesi proposte da Amitav Ghosh in un saggio capitale intitolato La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile – ripubblicato quest’anno da Einaudi –, Van Reybrouck mette in luce quanto le pratiche politiche e culturali tradizionali siano inadeguate di fronte a un evento senza precedenti come la catastrofe climatica – non l’ultimo capitolo de Il mondo e la terra si intitola proprio “Il rumore di un ghiacciaio”, immagine centrale nel testo ghoshiano. Per entrambi gli autori, pur concentrandosi su aspetti diversi del problema, un cambio di paradigma non è solo necessario ma inevitabile; non può essere eluso ma soltanto ritardato.
Nelle sue conclusioni Van Reybrouck sottolinea come in ambito diplomatico urga una nuova transizione che alla raison d’etat, determinata da esigenze politiche circoscritte, sostituisca una raison de terre che dia voce a chiunque, incluso il non umano, perché la terra “non conosce frontiere”. Rallentare questo obiettivo, o peggio ancora non raggiungerlo, rischia di compromettere le condizioni di vita dei cittadini globali del presente, ma soprattutto di colonizzare e sequestrare il futuro di quelle che verranno. Perché quello che troppo spesso si tende a dimenticare è che saranno proprio loro, i bambini di oggi e di domani, a pagare il prezzo più alto per il poco coraggio delle nostre scelte; a dover convivere con il peso dei nostri errori e delle nostre mancanze.
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