«E a volte, la morte è meglio»: "Pet Sematary", il libro più spaventoso di Stephen King

 

Pet Sematary
di Stephen King 
Sperling & Kupfer, 2025

Traduzione di Hilia Brinis

pp. 464
€ 14 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

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Per la seconda volta nel giro di poche ore Louis rimase a bocca aperta, sbalordito. Non c'era un tappeto di aghi, ma un cerchio quasi perfetto di erba falciata, del diametro di dieci o dodici metri. Era delimitato per circa tre quarti da un folto sottobosco e per il resto da un groviglio di alberi caduti, che si presentava a un tempo sinistro e pericoloso. Chi volesse passare attraverso quella catasta di rami secchi o scavalcarla farebbe bene a corazzarsi da capo a piedi, pensò Louis. La radura era zeppa di lapidi, evidentemente fatte dai bambini con tutto quello che avevano potuto trovare in giro: stecche di legno o di metallo, pezzi di latta. Si stagliavano, simmetriche, contro il perimetro di bassi cespugli e di alberelli sparuti che si contendevano la luce e lo spazio vitale. La loro goffa manifattura, il fatto che di quello che c'era lì fossero responsabili degli esseri umani e lo sfondo creato dalla foresta conferivano al luogo uno strano genere di profondità, un fascino non cristiano ma pagano. (p. 37)

Stephen King ha scritto che Pet Sematary è quello che i lettori hanno definito il suo libro più spaventoso. Un primato non da poco per un maestro del genere. E non è un caso che per diverso tempo King non abbia avuto il coraggio di pubblicarlo: lo trovava terribilmente spaventoso anche lui che lo aveva scritto.
Il libro è uscito nel 1983, ma già nel 1979, in un’intervista, lo scrittore aveva anticipato qualcosa di quello che il romanzo sarebbe diventato: «... finalmente sono arrivato al climax, alla scena finale... c'è un personaggio che ha fatto una cosa davvero tremenda e si accorge troppo tardi che quest'azione ha messo in moto una catena di eventi.»

È un libro molto personale, e lo stesso King ha raccontato quanto alcuni degli elementi della storia siano direttamente legati alla sua vita: la morte del gatto della figlia, investito su una statale, e la paura per suo figlio che aveva rischiato di essere investito proprio su quella stessa strada, per citare i più eclatanti.
Sono dettagli che non restano sullo sfondo, ma diventano gli elementi fondanti del libro, quelli da cui prende forma il suo immaginario. La storia comincia, infatti, con Louis Creed e la sua famiglia: la moglie Rachel e i due piccoli figli, Ellie e Cage. Si trasferiscono in una cittadina del Maine perché Louis ha appena accettato un incarico come medico dell’Università. La loro nuova casa è grande e apparentemente tranquilla, ma affaccia su una strada statale molto trafficata, continuamente percorsa da camion. Davanti la strada, alle spalle un bosco
Poco dopo il loro arrivo, Louis scopre che oltre il bosco, risalendo la collina, c’è uno strano cimitero.
I bambini del posto lo chiamano Il Cimitero degli animali, da cui quel "Pet Sematary", scritto proprio così. Attorno a questo luogo circolano da sempre storie e leggende, persone che sono salite per seppellire il proprio animale e sono tornate giù con qualcosa di strano. Ma il cimitero degli animali non è l’unico luogo inquietante: poco oltre, superata un’enorme catasta di alberi ormai privi di linfa, c’è un altro luogo ancora più oscuro, capace di esercitare un’influenza maledetta sull’intera cittadina e sui suoi abitanti e di cui nessuno sembra voler parlare. Louis Creed sperimenterà sulla propria pelle cosa significhino quei posti, avvicinandovisi sempre più pericolosamente e trascinando la propria famiglia in una spirale di eventi spaventosi

Quello che meglio funziona nel libro è proprio il modo in cui questa minaccia prende forma. Per buona parte della narrazione siamo davanti alla vita di una famiglia normale: i bambini, il lavoro, la nuova casa, le piccole situazioni quotidiane, i rapporti di buon vicinato. Lentamente qualcosa cambia e gli eventi non sono più controllabili. 
Forse è proprio qui che sta la paura più profonda di Pet Sematary, non solo nei luoghi maledetti o nelle presenze inquietanti, ma in qualcosa di molto più vicino a noi: la paura di perdere qualcuno che amiamo e la tentazione di fare qualsiasi cosa pur di evitarlo. 
King parte da una delle paure più antiche e più umane, la morte, e la porta alle sue estreme conseguenze. I suoi personaggi sanno che la morte esiste, la vedono arrivare, ne conoscono il dolore, eppure continuano a sfidarla, in una continua sospensione tra il senso del vivere e quello del morire.

Pet Sematary fa paura perché parla di qualcosa che non si può relegare semplicemente all’immaginario dell’horror.
La domanda che pone è terribilmente essenziale e difficile: cosa saremmo disposti a fare se ci venisse data la possibilità di riportare indietro qualcuno che amiamo?
Preparatevi a un libro cupo che ha i colori di un autunno che sconfina sempre nell'inverno.
Eppure la narrazione non è mai statica o pesante, il ritmo è convincente e serrato, con uno stile narrativo talmente ben congegnato da apparire paradossalmente luminoso. È una delle cose che Stephen King sa fare meglio: usa gli strumenti del mestiere con tale naturalezza da farci dimenticare che ci siano, li nasconde in una prosa reale e autentica.
Nonostante tutto, rimane un libro che non lascia speranze, capace di lasciare al lettore una sensazione di angoscia che trova la sua sintesi perfetta in una delle frasi più celebri del romanzo: «E a volte, la morte è meglio». 


Claudia Consoli