Per il Premio Katundo Opera Seconda ho ricevuto in lettura Non ancora 101 della finalista Irene Salvatori, edito da Marcos y Marcos e uscito agli inizi del 2026. Essendo la mia prima volta con questa autrice, che aveva esordito nel 2019 con Non è vero che non siamo stati felici per Bollati Boringhieri, non potevo prevedere di trovarmi immersa in una lettura così stilisticamente coinvolgente.
Si parte da una possibilità di adozione: Aaron viene restituito alla propria famiglia di origine ed è in cerca di una nuova residenza. La sua padrona, che per pochissime pagine sembra essere l'unica voce narrante, inizia a raccontarne le vicissitudini. Almeno finché un dialogo in corsivo si impone nella pagina: è Gabòr, cane «sovranista, conservatore e reazionario» (p. 23) nonché padre biologico di Aaron, che esprime il suo disappunto per il suo ritorno. Ma non sarà solo lui a prendere parola: arriveranno anche Rosa, Bernardo e molti altri che con i loro manierismi ben contraddistinti ci accompagneranno in una quotidianità caotica, fatta di passeggiate e confronti con crucchi senz'anima, che empatizzano poco con gli umani, figurarsi con gli animali.
Una bella sorpresa, corroborata dall'intervista che segue, dove ho chiesto alla diretta interessata delucidazioni su alcune sue scelte e sui nuclei emotivi del romanzo.
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Non ancora 101 è un libro che a mio parere trova forza in una voce efficace e in una lingua per nulla scontata: qual è il processo che ti ha portata a trovare entrambe le cose?
Non ancora 101
di Irene Salvatori
Marcos y Marcos, 2026
pp. 256
€ 18 (cartaceo)
€ 4,99 (ebook)
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Be', se efficace vuol dire che funziona, grazie. Anche se come ho fatto, non lo so. Ho solo ascoltato i cani, i vicini e li ho trascritti. Anche perché è vero che parlo di me e che c'è tutto un calderone di cose mie, ma alla fine se parlassi solo di me sarebbe una noia insopportabile: allora cerco di ovviare usandomi come occhio e parlare di quel che vedo e che sento.
Ho trovato molto interessante l'iniziale spaesamento che il lettore prova nel capire se i personaggi sono umani o animali. Qual è l'intento nel voler umanizzare gli animali e ridurre le persone a ruolo, come ad esempio La Figliola?
Ma io faccio poca differenza tra i due, o meglio, non credo di volerli umanizzare, porelli, ci manca solo di correre il rischio di appioppare a loro, che sono creature straordinarie, le nostre squallidotte caratteristiche di umani. Un cane non dice bugie, non è cattivo senza motivo mai, non si soffoca di gelosie, non ha alcun freno nel dimostrare l'affetto. I cani non hanno le nostre schifezze umane. Certo li faccio parlare, ma solo perché trascrivo quello che dicono, perché parlare sono effettivamente loro che parlano.
Se dovessi classificare il tuo libro con un genere letterario, quale sarebbe?
Ah, non ho idea. Quando al liceo insegnavano queste cose io scappavo in bagno a fumare. Ma poi anche come lettrice, che è poi quel che sono davvero, faccio fatica a trovare utilità nelle distinzioni di genere. I libri sono un piacere da leggere, oppure no.
Questo libro si mette in comunicazione con quello precedente? Se sì, come?
Sono abbastanza sicura che io scriverò sempre lo stesso libro. Il momento creativo del tirare fuori una storia è per me sempre e comunque un'occasione per girare intorno alla mia mamma che è morta troppo presto e a cosa ha significato per me che sono rimasta senza. Quella è la chiave con cui vado persino a fare la spesa, figuriamoci se non mi cade sulla pagina bianca. Quando infilo la moneta per prendere il carrello magari parlo al telefono con chissà chi e parlo di chissà che, ma poi sto pensando che la mia mamma non c'è, che non è da nessuna parte se non nei miei ricordi e che io sono quello che è venuto fuori dalla realtà della sua morte. E non in maniera triste o sconsolata, la vita è questa, questo mi è successo e cerchiamo di farne una quotidianità allegra, o che almeno funzioni. Secondo me, pure se trascrivessi un resoconto di una partita di rugby, finirei per parlare delle mamme dei giocatori, e della mia.
Ho l'impressione che questo libro nonostante la sua forte vena comica abbia come base un forte sentimento di inappartenenza, espresso anche geograficamente. Quanto ha inciso l'esperienza di expat nella scrittura?
Questo sono. Dopo il liceo sono finita in Israele, poi son tornata per andare in Polonia, da lì a Berlino, poi in Francia, poi di nuovo a Berlino. Le città, le lingue, gli amici. Stare senza radici dentro la terra mi ha portato a inventarmele, costruirmele. Ma poi forse questa pratica di mettere tutto continuamente in discussione è un modo per essere consapevole di dove sono e perché e poi anche per mandare avanti la ruota del trenino. Che tutto può sempre cambiare, la sola terra ferma è l'amicizia.
Esiste un altro romanzo che senti "fratello" rispetto a quello che hai scritto? Oppure un titolo che consideri possa vantare una sorta di paternità rispetto a Non ancora 101?
Per assurdo mi viene in mente Yiyun Li, nel suo ultimo straordinario Le cose in natura semplicemente crescono, perché è il libro di una mamma che si interroga senza filtri sull'essere mamma. Non ha niente a che fare né con me, né con i cani, ma c'è la forza che cerco quando leggo, ossia quel coraggio di chi usa le parole come uno strumento, come una lente di ingrandimento che ingrandisce soprattutto l'onestà di guardarsi davvero dentro.
Leggendo il finale si intuisce il motivo che ha portato alla stesura di questo libro. Quanto si è trattato di una necessità biografica e quanto di una narrativa?
Oddio, e che differenza c'è? Quando ho scritto in effetti avevo Aaron in casa e avevo la necessità di riraccontarmi le giornate per non diventare matta e per pescare da quel delirio qualcosa di positivo e divertente, soprattutto perché una storia ha un inizio e una fine e allora se quella di Aaron a casa nostra era una storia mi dicevo che ci sarebbe anche stata una fine, ossia il momento in cui Aaron se ne sarebbe andato. E così è stato, quindi forse il tutto è stata opera di wishful thinking.
Ho letto che traduci dal polacco e dal tedesco. Consiglieresti qualche titolo poco conosciuto a noi di Critica Letteraria?
Ride bene chi ha i denti di Zyta Rudzka, che sta per uscire con Marcos y Marcos, perché è uno spaccato di Polonia stupendo e lei ha una lingua che è come se Gadda si fosse mescolato alla Sora Lella e avesse preso la voce di Franca Valeri: tradurlo è stato da incosciente. Anche la comic novel Marzi di Marzena Sowa disegnata da Sylvain Savoia è molto bella, è uscita diversi anni fa ma non so quanto sia circolata: recuperare le cose del passato fa sempre bene.
Che rapporto hai con la poesia? E nello specifico come mai hai scelto di citare all'interno della narrazione i versi del poeta polacco Tuwim?
Ecco, se mi si chiede di letteratura polacca parlerei proprio di poesia, i giganteschi giganti che sono Wislawa Szymborska, Czeslaw Milosz e Zbigniew Herbert, ma anche i moltissimi più giovani che in italiano, ahimé, circolano poco: forse Tomasz Rozycki finalmente riuscirà a arrivare. Tuwim non è neanche solo un poeta, è uno dei quattro gambi della cultura polacca e quella poesia mi torna in bocca così spesso che non potevo non metterla.
Quali sono i tuoi progetti futuri in termini di scrittura?
Sto traducendo diverse cose, che è sempre un ottimo schermo e una straordinaria scusa per non scrivere. Che io in realtà mi sogno di guarire da questa malattia dello scrivere e quindi smettere. Perché prendere un cucchiaino e scavarsi dentro come uno yogurt non è un momento gioioso, con tutte le frustrazioni che ne seguono, la tristezza e la paura di non essere letti o letti, capiti, ignorati. Scrivere mi pare sia comprarsi un biglietto per il cinema dell'infelicità, ma poi un giorno lo so che mi alzerò e sul tavolo di cucina ci sarà solo quel cucchiaino e mi rimetterò a scrivere.
Intervista a cura di Francesca Pozzo
Si ringraziano l'autrice, la casa editrice e l'ufficio stampa del Premio Katundo per la disponibilità
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