Vivere accanto al leprotto cambiò la mia vita anche in altri modi inaspettati. […] Se una lepre era riuscita a stravolgere le mie abitudini, quante altre gioie mi erano ancora ignote? Avevo atteso che la vita tornasse alla normalità, ma se tanto piacere poteva nascere da qualcosa di così semplice, cos’altro poteva ancora attendermi? (pp. 100-101)
E se a cambiare le nostre abitudini, il nostro modo di guardare il tempo, la natura e persino ciò che ci circonda fosse un incontro del tutto inatteso? Siamo abituati a leggere di animali domestici come gatti, cani, criceti, creature che entrano nelle nostre case e diventano parte della famiglia, ma come sarebbe vivere quasi spalla a spalla con un leprotto? Con un piccolo animale selvatico, fragile e imprevedibile, con l’argento vivo addosso? Ce lo narra con delicatezza ed emozione Chloe Dalton nel suo romanzo d’esordio Io e la lepre, finalista al Women’s Prize for Non-fiction e ai British Book Awards e vincitore del Wainwright Prize for Nature Writing. Un libro certamente elogiato dalla critica internazionale e che non è passato inosservato neppure nel nostro Paese. Il romanzo sa conquistare i lettori sensibili a temi che riguardano non solo gli animali, ma la natura nella sua interezza.
La voce narrante, che è quella dell’autrice, racconta in maniera lineare senza salti temporali, l’incontro con un leprotto appena nato, solo, senza la madre, forse uccisa da qualche predatore mentre si era allontanata in cerca di cibo. Era gennaio, un gennaio davvero gelido, quando la donna si imbatte in un paio di occhi che la fissano:
Leprotto. La parola mi attraversò la mente, benché non avessi mai visto un cucciolo di lepre in vita mia. L’animaletto, poco più grande della mia mano, giaceva a pancia in giù, con gli occhi spalancati e le piccole orecchie setose ripiegate all’indietro. (p. 19)
Dopo diverse ore, poiché mamma lepre non si era fatta più viva, la protagonista con grande cura e delicatezza porta nella sua casa il leprotto. Da quel giorno la vita di lei cambia del tutto. Nonostante non abbia idea di come accudirlo, una certezza la guiderà per tutta la storia sin dai primi momenti: un animale selvatico non può essere addomesticato come un animale da compagnia, altrimenti rischia di non riuscire più a sopravvivere una volta tornato in natura. Il suo compito, quindi, non sarà quello di farne un animale domestico, ma di prendersene cura affinché possa un giorno tornare nel bosco, la sua vera casa.
Compresi che, allevando il leprotto in casa, l’edificio era diventato parte, se non addirittura il centro, della sua area vitale e che probabilmente associava la casa al cibo e al rifugio. Questo poteva spiegare la sua sensibilità a ogni cambiamento. Ciò che avevo sempre interpretato come un tratto curioso, quasi buffo, del suo comportamento, si rivelava all’improvviso una questione di sicurezza e di sopravvivenza. […] Mi resi conto che la presenza del leprotto aveva influenzato, e modificato, la mia stessa area vitale. Prima non avevo schemi stabili né abitudini radicate. Anzi, con tutti i viaggi che facevo, trascorrevo gran parte del tempo all’interno delle aree vitali altrui. Ora, invece, la mia quotidianità ruotava attorno al fienile e al leprotto, e avevo i miei percorsi preferiti. (pp. 98-99)
In fondo, la lezione più autentica che scaturisce da questa convivenza risiede nell'incredibile potere trasformativo che il legame con gli animali esercita sull'essere umano. Entrare in contatto con un'altra creatura rende l'uomo più compassionevole e risveglia in lui un'empatia profonda e antica. È una forma di cum-prehendere nel suo senso etimologico più puro, un prendere insieme, un mettersi accanto, che ci porta a riconoscerci non più come padroni o spettatori distaccati, ma come parte integrante di una medesima appartenenza. Quella trama comune, fragile e meravigliosa, che si chiama Natura.
La relazione con gli animali nutre le parti più amorevoli, empatiche e compassionevoli della natura umana. Risveglia in noi un senso primordiale di riverenza per il mondo vivente, una percezione acuta della comunanza e della connessione di tutte le specie […] Eppure, allo stesso tempo , persiste un enorme squilibrio di potere: troppo spesso pieghiamo gli animali alla nostra volontà, limitandoli o confinandoli per adattarli ai nostri scopi, ai nostri bisogni, ai nostri stili di vita. (p. 108)
Accettare di non possedere un animale selvatico, lasciando intatta la sua libertà, è la forma più autentica di rispetto e amore verso la natura. Credo che questa lezione renda Io e la lepre una lettura indimenticabile.
Marianna Inserra
