Autoritratto in verde
di Marie NDiaye
Prehistorica editore, settembre 2026
Traduzione di Antonella Conti
pp. 171
€17 (cartaceo)
Per leggere Marie NDiaye bisogna chiudere gli occhi, fare un lungo respiro, abbandonare l’attaccamento intrinseco alla realtà e alle sue leggi che ci portiamo dietro, e accettare di credere a quanto leggeremo. Poi riaprire gli occhi, girare la prima pagina e immergersi.
Autoritratto in verde, libro del 2005 dell’autrice franco-senegalese e premio Goncourt Marie NDiaye, è, tra i suoi romanzi, uno dei più misteriosi.
Il mistero avvolge vari livelli della narrazione. In primis, è un romanzo senza trama, eppure succede di tutto. La narratrice, che ha molti tratti in comune con l’autrice, e che comunque resta diversa e lontana da lei per molti versi, è ossessionata dalle “donne in verde”. Le vede apparire ovunque: sua madre, la sua ex migliore amica e moglie di suo padre, Katia Depetiteville, la nuova moglie della sua amica Jenny, una figura femminile vestita di verde all’angolo della strada di casa… Le donne in verde sono ovunque nella sua vita, ed eppure il loro essere “in verde” non dipende dagli abiti che indossano, o dalle iridi dei loro occhi: «per come la percepisco io», spiega la narratrice, «la moglie di Ivan non ha bisogno di nessun abbigliamento particolare per essere una donna in verde» (p. 73).
L’intero romanzo sembra un’allucinazione a occhi aperti, il racconto di un viaggio, tra sogno e realtà, in cui le identità delle persone si confondono, i loro volti ingannano, e anche la memoria dei propri genitori è menzognera. Ma qual è il comune denominatore di tutte queste “donne in verde”? Sembrerebbero essere donne forti e seducenti, metamorfiche, in grado di reinventarsi a proprio piacimento, e anche di decidere quando sparire: «Mia madre è una donna in verde, intoccabile, deludente, capace di infinite metamorfosi, molto fredda e in grado, con la sola forza di volontà, di diventare bellissima, e in grado anche di non desiderarlo» (p. 107).
Nel corso del racconto la narratrice riflette a più riprese sull’identità verde delle donne della sua vita, e sul legame che sembra unirla a loro: qual è il senso di questo rapporto al femminile? E cosa sarebbe di lei, e della sua identità di donna, se tutte le altre “donne in verde” finissero fuori dal raggio della sua portata?
Mi chiedo allora, nella linda cucina delle mie sorelle, come si possa trovare sopportabile una vita priva di donne in verde, una vita priva delle loro sagome ingannevoli che si stagliano sullo sfondo. Per trovare la calma nell’attraversare questi momenti di ottundimento, di noia profonda, di prostrazione raggelante, ho bisogno di ricordarmi che loro sono lì a ornare i miei pensieri, la mia vita sotterranea, che senza di loro, esseri reali e creature letterarie insieme, l’asprezza dell’esistenza mi corroderebbe pelle e carne fino all’osso. (p. 117)
Come leggere questo romanzo? Come un’autofiction? Un’autobiografia intrisa di realismo magico? O una fiction tout court? In un’intervista del 2021 uscita su The white review, NDiaye ha dichiarato che Autoritratto in verde è «il testo più autobiografico che abbia mai scritto, nonostante tutte le invenzioni», mettendo fine con un’espressione elegante alle nostre infinite speculazioni di lettori. Spiega così:
L'‘io’ della storia mi è molto più vicino delle donne verdi. Fin da bambina sono sempre stata affascinata dalle donne, come se non fossi una donna, ma un uomo incuriosito e soggiogato dal sesso opposto. Questo libro è un autoritratto di come sono stata stregata dal ‘femminile’. (TheWhiteReview.org)
La riflessione sul “femminile”, sulle sue varie declinazioni, sull’oppressione patriarcale a cui è tuttora sottoposto, e alla potenza mistica che contiene attraversa l’intera opera di NDiaye (qui abbiamo recensito La strega, candidato al Booker Prize 2026). Eppure, in Autoritratto in verde qualcos’altro si aggiunge: una scrittura vorticosa e magnetica, senz’altro, ma anche le foto che costellano il testo: foto d’epoca e d’archivio raffiguranti donne di decenni o secoli fa, immortalate in scene di vita quotidiana, nella natura, sedute alla loro scrivania, o a contatto con altre donne e bambini. A questi ritratti si aggiungono foto di scorci naturali, a evocare il fil rouge della Garonna («nessuno metterebbe in dubbio che la Garonna ha un’indole femminile», p. 14) sul punto di strabordare nel dicembre 2003. La potenza del fiume in piena e la strage che minaccia di fare, tra persone, case e oggetti, fa da eco alla potenza delle donne in verde e dei misteri che portano con sé. Anche tutte queste foto sono intrise di mistero: mai spiegate, mai commentate, le foto non ritraggono nessuno dei personaggi nel testo, eppure guardano il lettore dalla pagina, evocando una dimensione inspiegabile e irraggiungibile che fa da specchio al racconto della narratrice.
Autoritratto in verde è un testo letterario sperimentale e coraggioso, come pochi nel panorama editoriale contemporaneo. Gli amanti di NDiaye troveranno in esso un’altra delle sue avventure di penna, ora disponibile in italiano grazie al catalogo di Prehistorica; per tutti gli altri, sarà una lettura densa e intrigante, alla quale è difficile non tornare più volte – tutte le volte in cui ci sembra di vederci anche noi, almeno un po’, in verde.
Michela La Grotteria