di Alberto Ravasio
Quodlibet, 2026
pp. 372
€ 18,00 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)
Les Fleurs du mal di Charles Baudelaire, Spleen (LXXVIII); vi riporto qui le prime tre quartine nella traduzione di Antonio Prete:
Quando il cielo discende greve come un coperchio
sull’anima che geme stretta da noia amara,
e dell’ultimo orizzonte stringendo tutto il cerchio
ci versa un giorno cupo più della notte nera,
quando la terra è fatta un’umida segreta,
entro cui la Speranza, pipistrello smarrito,
con le sue timide ali sbatte sulle pareti,
e va urtando la testa sul soffitto marcito,
quando la pioggia piega le sue immense strisce
imitando le sbarre d’un carcere imponente.
e un popolo di ragni, silenzioso e viscido,
tende le reti in fondo a queste nostre menti
Nel 1857 pensare che la pioggia potesse essere una gabbia, la Speranza (quella grande, assoluta, con la maiuscola) un pipistrello intrappolato e quindi destinato alla morte in una cantina ammuffita, e il cielo, non più regno di Dio, un coperchio soffocante, era assurdo e dissonante.
Poetare su temi altissimi come la Noia e la Sofferenza voleva dire porsi anche con il registro tanto in alto quanto l’argomento trattato; per questo usare parole come coperchio o accostare la speranza a un pipistrello intrappolato stridevano per il lettore.
Oggi grazie all’analisi di Erich Auerbach chiamiamo questo processo realismo estremo, ovvero un miscuglio di struttura, argomento e tecnica sublimi con termini bassi, profani la cui conseguenza è una realtà simbolica che ci avvicina moltissimo all’intimità delle sensazioni dell’io lirico senza una riproduzione mimetica del reale.
Nel frattempo la mia vita mentale era interrotta, non ero in grado di concentrarmi, di restituirmi un quotidiano, un prima, un dopo, un adesso. Non pensavo più, pensavo solo a non pensare, a scacciare via i pensieri come mosconi intorno a me, che mi sentivo appunto una merda, la versione stercoraria di me stesso. (p. 220)
Ravasio ci svela, se già non lo sapessimo, che chi scrive campa non grazie alla sua arte, ma a tutto il contrario dell’arte, al mattone o genericamente al patrimonio familiare. Personaggi dell’inesistente “mondo culturale”, come Leopolda, hanno un destino già segnato: farsi mantenere, in grande o in piccolo a seconda delle possibilità. Vivere artisticamente dei soldi ottenuti non artisticamente dai genitori o ancora meglio dai nonni.
Non è da meno l’io narrante, perché o tramite le due lesbiche lecchesi, o per tacito accordo con Sofia o per elemosina materno-sessuale della Dama dell’ano, anche lui è un mantenuto che senza la strozzinica cifra di settanta euro di paghetta paterna finirebbe a morir di fame in qualche parco aperto tutta notte o peggio ancora a lavorare veramente, magari in banca o nella fabbrica scolastica.
Allora se non è possibile l’unica vera libertà, la libertà dal lavoro, e la Necessità pianta la sua bandiera sulla nostra nuca già piegata, a noi mantenuti grandi o piccini non rimane che il consiglio del Totem: «butta sempre il vetro nella plastica e la plastica nella carta» (p. 180). E così prenderci una rivincita morale alla maniera del litigio al volante in rotonda, ovvero a insulti pedate e parolacce, dissacrando e sporcando dappertutto, con una satira affilata come una scatoletta del tonno su cui facciamo strisciare una moralissima lumaca. Diventa allora questo etico turpiloquio, che è la forma del romanzo, la rappresentazione più realistica possibile, estremamente realistica, del destino che spetta a chi oggi combatte per una vita umanistica più rispettabile di quella monastica del Totem, che rimane poverissimo nonostante sia tradotto in più di 800 lingue e permetta di guadagnare più di 4000 euro al mese a professori universitari che lavorano un paio d’ore massimo a settimana.
Come un disc jockey della mezzanotte, non vi lascerò con un’opinione, che sarebbe comunque positivissima, né con sentenze altisonanti e richiamanti massimi sistemi artistici, ma vi saluterò con un ultimo brano dedicato a tutti i mantenuti là fuori. Carmelo Bene, Quattro momenti su tutto il nulla – Momento 4: L’arte:
Accidenti ai quattrini, accidenti alla cartaccia moneta. Questa orrenda matrigna dell’arte di tutte le arti. Mestiere infame, questo dell’artista, da sempre nell’eterno quotidiano della vita invivibile, indissolubilmente coniugato alla piccolo-borghese fatalità del miserabile. Coniugato a tal punto che quest’ultimo poveraccio spregevole termine potrebbe benissimo sostituire l’altro, cioè quello dell’artista in un più intransigente, rigoroso dizionario.
Paolo Sciortino