di Vigdis Hjorth
Traduzione di Margherita Podestà Heir
Vigdis Hjorth ha la capacità assoluta di raccontare i legami famigliari con spietata sincerità, e in ogni suo romanzo sembra nascondere una parte di sé, in maniera più o meno evidente. Se come me, eravate già rimasti ipnotizzati dall'intenso Ripetizione (Fazi, 2025), questo nuovo romanzo della celebre scrittrice norvegese vi farà tornare in quella dimensione di dolore che ben caratterizza la sua scrittura. Paula è una quindicenne che vive una vita apparentemente perfetta. Con lei ci sono l'impeccabile e devota madre, l'efficiente padre, l'angelica sorella maggiore Elisabet e l'adorabile fratellino minore Lasse. Se nel precedente romanzo la sofferenza della giovane protagonista tornava ciclicamente, in Quindici anni, l'altrettanto giovane Paula sembra inizialmente scampare a questa sorte, e, al contrario, appare circondata da perfezione. Bastano poche pagine per rendersi conto che questa atmosfera idilliaca nasconde fratture ben profonde e che tutto ciò che appare pio e moralmente giusto, conserva ombre oscure. L'atmosfera narrata riesce a restituire l'immagine di un ambiente che soffoca la protagonista, la quale infatti, una volta scoperti i segreti sulla sua famiglia, finirà col ribellarsi all'ipocrisia dei suoi cari. Questo mondo perturbante creato da Hjorth, lancia i suoi primi indizi già dai rituali famigliari:
Tutte le domeniche sempre uguali, ed era proprio la mancanza di cambiamento a essere così bella. Non doveva succedere nulla che potesse rovinare il modo in cui loro cinque vivevano insieme, era questo quello che Paula chiedeva a Dio quando le capitava di pregarlo, che stessero sempre insieme e crescessero lentamente come facevano gli alberi secolari, la cui vita pareva non finire mai. (pp. 10-11)
Paula sembra essere racchiusa in una bolla, come se si trovasse nel suo personale The Truman Show (il celebre film del 1998, con protagonista Jim Carrey). L'adolescenza è un periodo delicato nella vita di ognuno di noi: tutto è amplificato, nel bene e nel male, e ci si sente grandi quando in realtà si è ancora piccoli. La protagonista di questa storia scoprirà che tutta la vita che ha vissuto fino a quel momento era solo una grande menzogna, una bugia edificata per compiacere la nonna materna, una donna rigida e religiosissima a cui la madre ha raccontato una realtà distorta e del tutto inventata. E a quindici anni, a maggior ragione, tali scoperte non possono che frantumare il mondo in cui ci sente al sicuro, mentre lentamente una domanda straziante s'impossessa di te: chi sono io, veramente?
Hjorth ci regala un altro gioiello di narrativa, una storia capace di scardinare ogni certezza e, di nuovo, di mostrare che la famiglia non coincide sempre con casa e affetto. L'ambiente stesso sembra costruito apposta per coprire la verità. Tutto sembra finto, irreale, troppo perfetto. Siamo ancora una alla vigilia del Natale e «l'inverno si tingeva ancora più di bianco, la neve, simile a una coperta scintillante e protettiva, si posava sul mondo smussandone e appianandone tutte le asperità», ma nonostante ciò, la protagonista non vede l'ora che arrivi la primavera. Karen, la migliore amica di Paula, è l'unica certezza, l'unico autentico affetto e punto di riferimento nella vita di Paula. Con lei può ridere ed essere se stessa, anche se non sempre del tutto. La casa è infatti come una prigione in cui la sua voglia di vivere viene repressa in favore delle apparenze. Le tante domande che affollano la sua mente sono rivolte a Dio, un Dio che però non la ascolta e non le dà risposte. Paula ha voglia di vivere,, non vuole soffocare il vulcano di emozioni che ha dentro di sé ma è talmente imprigionata nel perbenismo impostole dalla sua famiglia che sente di non poter rivelare all'amica tutte le sue paure, le sue angosce di adolescente, perché deve essere perfetta, come sua madre, che è sempre ai fornelli e come sua sorella, che studia sempre. Ma Paula ha un segreto per affrontare la vita e sentirsi libera, libera da quel fardello che la schiaccia e così a volte finge di andare da Karen per ritagliarsi dei momenti di solitudine e pattinare, apprezzando la vita, come i cani quando vengono slegati dal guinzaglio e lasciati liberi di correre. Le stagioni tornano ciclicamente, tutto torna immancabilmente uguale, perfetto, in una tensione che cresce di pagina in pagina. Nessuno doveva farsi male, nessuno doveva morire.
Tutto doveva ripetersi anno dopo anno, la gioia e le aspettative, non doveva succedere che qualcosa si guastasse, che qualcuno si ammalasse, morisse, tocca ferro incrociamo le dita! (p. 33)
Non ci sono capitoli, è un'unica lenta narrazione in terza persona, che scava con voracità sotto la patina di perfezione. Quindici anni è un romanzo di formazione, di scoperte, di privazioni e di segregazione domestica. Un romanzo in cui le parole dei grandi, ancora una volta, soffocano la voglia di vivere dei più giovani.
Carlotta Lini
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