Com’era possibile che il mondo andasse avanti come se non fosse accaduto nulla, come se tutte queste vite perdute non fossero mai esistite? Dopo un po’ i piedi mi fecero male e s’intorpidirono. Rividi me stessa nella notte delle esecuzioni, quando avrei dovuto essere uccisa, in piedi, nel buio, in attesa della morte. Evin mi aveva portata via da casa, da quella che ero; mi aveva condotta in un mondo al di là della paura, mostrandomi più dolore di quanto un essere umano potesse mai tollerare. Avevo già sofferto e conosciuto cosa voleva dire perdere qualcuno. A Evin, però, il senso di abbandono diventava una massa oscura, brutale e infinita, che teneva le sue vittime in uno stato di soffocamento perenne. Come si poteva vivere dopo essere stati in un posto del genere? (pp. 276-277)
Il suo messaggio di libertà e la sua autobiografia, costruita su un doppio binario temporale, sono molto importanti, attuali, direi anche urgenti. Da una parte c’è il passato della sua infanzia e adolescenza fino agli avvenimenti che precedono l’arresto e la prigionia e dall’altra c’è il racconto della detenzione, ricostruito e raccontato con uno stile asciutto, immediato e crudo. I capitoli dedicati alla prima fase della vita di Nemat sono inseriti ad arte per presentarci, poco alla volta, le persone che compaiono nella narrazione. È come se ogni passo indietro aggiungesse un tassello e permettesse di comprendere meglio ciò che accadrà. C’è qualcosa di ancora più profondo: la Marina adulta racconta la Marina ragazza, una ragazza che aveva una famiglia, degli amici, una scuola, passioni, convinzioni e un’idea del proprio futuro, prima che la Rivoluzione islamica e poi la prigionia irrompessero nella sua vita. La distanza tra chi racconta e chi allora viveva quegli avvenimenti permette forse alla scrittrice non soltanto di ricordare, ma anche di cercare di comprendere quella ragazza e tutto ciò che le è stato tolto.
Prigioniera di Teheran si apre con una Prefazione dell’autrice stessa, scritta proprio in questo agosto 2026. Nemat racconta di aver impiegato vent’anni prima di riuscire a parlare di ciò che aveva vissuto. Una volta liberata, i suoi genitori le fecero domande sul tempo meteorologico, ma non sulle torture e su ciò che era accaduto negli orrori di quel carcere.
Nessuno mi ha rivolto la domanda che desideravo ardentemente sentirmi fare: «Che cosa ti è successo a Evin?». Non ero pronta a parlarne, ma avevo bisogno che i miei famigliari riconoscessero il calvario che avevo attraversato. Se mi avessero fatto quella domanda, avrei risposto che mi serviva tempo, e loro avrebbero potuto dirmi: «Quando ti sentirai pronta, noi saremo qui». Ma quella domanda non è mai arrivata così ho affrontato il trauma da sola, cercando di concentrarmi sul futuro. (p. 10)
Questo silenzio ha avuto conseguenze profonde, infatti Nemat racconta di aver sofferto e di soffrire ancora di disturbo da stress post-traumatico. Il libro fu pubblicato per la prima volta in Canada nel 2007, Paese che aveva accolto Nemat e la sua famiglia e nel quale vive con gratitudine. Da allora l’autrice ha dedicato gran parte della sua vita a raccontare la propria storia, portando la sua testimonianza in conferenze e incontri in diverse parti del mondo. Ho ascoltato anch’io online diversi suoi interventi, in inglese, e sentirla parlare direttamente rende ancora più evidente quanto il racconto contenuto nel libro non sia soltanto memoria, ma una scelta precisa di testimonianza. Nemat ricorda in ogni occasione che l’Iran prima della rivoluzione culminata nel 1979 era un Paese diverso: aveva un sovrano, chiamato scià, aperto verso uno suo stile di vita occidentalizzante. Sono ricordi concreti, quasi luminosi: le donne potevano indossare minigonne, truccarsi, ballare, indossare il bikini. Il padre di Marina aveva una scuola di ballo, la madre un salone da parrucchiera. La famiglia aveva un cottage sul Mar Caspio, su una lunga costa sabbiosa dove Marina trascorreva le estati con gli amici, in modo spensierato.
Andava scritto per Marina Nemat, innanzitutto, ma anche per chi è stato imprigionato, torturato, violentato, censurato e ridotto al silenzio. Sono sicura che senza testimonianze come questa, il mondo non può conoscere dove può arrivare il fanatismo religioso quando diventa potere politico e pretende di governare ogni aspetto della vita.
Prigioniera di Teheran trasuda coraggio, speranza, dignità e possibilità di conservare la propria anima anche quando qualcuno cerca deliberatamente di spezzarla.
Quando mi chiedono come sono sopravvissuta a Evin, rispondo sempre che devo la mia vita agli amici che ho incontrato in prigione. Quando la notte della crudeltà umana si fa più buia, sono i gesti di gentilezza e di compassione, per quanto piccoli, a brillare più di qualsiasi altra cosa. (p. 15)
Marianna Inserra
