«Per me Betzy è una vittima del silenzio»: "Il mio vero nome è Elisabeth", di Adèle Yon

 


Il mio vero nome è Elisabeth
di Adèle Yon
Neri Pozza, giugno 2026

Traduzione di Sonia Folin

pp. 384 
€ 20 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


“Capire non risolve niente”. Una frase che l’autrice e narratrice di Il mio vero nome è Elisabeth si sente dire spesso, in una forma o nell’altra. Il beneficio del silenzio. I guai che vengono dallo scavare nei segreti familiari, nel fare domande, nel costringere le persone a fare i conti con una verità che hanno ignorato – o evitato di affrontate – per decenni. Capire, forse, non serve a niente a chi resta, ma capire è essenziale perché le vittime abbiano giustizia. E questo, Adèle Yon, lo sa benissimo. 

Il mio vero nome è Elisabeth, esordio che ha fatto parlare enormemente di sé in Francia e all’estero, è un libro unico, e meraviglioso. È un romanzo e una non-fiction al tempo stesso: una biografia e un’autobiografia, una narrazione abilmente intessuta e una ricerca accademica sul segreto meglio custodito della famiglia dell’autrice: la storia della sua bisnonna Betsy e della tragedia che le è stata inflitta.  
Abbiamo il diritto di sapere. Se trovi delle cose, saremo tutti sollevati di scoprirle. Tutti vogliamo sapere. La storia di Betsy non appartiene solo a mia madre, appartiene a tutta la famiglia. Appartiene a tutti noi. (p. 47) 
Betsy la pazza, Betsy che urla attraverso i muri, Betsy l’internata per diciassette anni. Betsy, la giovane donna attraente e brillanti, Betsy la figura benevola nei ricordi nei nipoti, Betsy di cui il marito si è voluto liberare. Chi era Betsy, chi era Elisabeth? L'indagine della sua pronipote parte da una paura molto personale: con quest'antenata che tutti descrivono come pazza, c'è la possibilità che lo diventi anch'io? Era davvero pazza, Betsy?

Adèle Yon racconta parallelamente due storie. La prima, la storia di come si è avvicinata al mistero sepolto della sua bisnonna, delle sue ricerche condotte negli archivi e tramite interviste a parenti e personale medico: "tutte le donne della famiglia fra i venticinque e i trent'anni hanno fatto domande su Betsy" (p. 80), le confida sua zia. La seconda, la vera storia di Betsy, e di come una donna dal carattere forte e indomito sia stata costretta all’infermità e all’impotenza, tramite gli strumenti offerti dalla psichiatria della metà del secolo ventesimo alla società patriarcale e misogina in cui si trovava a vivere. 
L’hanno sempre guardata in tralice, ma adesso è ancora peggio. Perché non è come noi? Perché non riesce a essere come gli altri? Perché vuole a tutti costi fare di testa sua, essere autonoma nelle scelte, nelle decisioni? Perché ha bisogno di così tanta libertà, di così tanta solitudine? Perché non vuole vivere con suo marito? (p. 371)
Tra la reticenza di alcuni parenti e l’aiuto offerto da altri, tra scoperte casuali di fotografie e raccolte di corrispondenza, tutto viene accuratamente raccolto da Yon e il materiale inserito nel libro. Il lettore, catturato dalla storia ingiusta di Betsy, e ugualmente desideroso di fare luce sul mistero della sua vita, legge così un pezzo alla volta, un indizio alla volta, per poi tessere il quadro d’insieme alla fine.

Un matrimonio scelto, ma sbagliato. Un marito crudele. Il corpo abusato, con l’accordo di famiglia e medici che consigliano ripetute gravidanze per curare lo spirito di una donna. Una volontà di ferro di farsi valere, di affermarsi, e una rabbia esplosiva che viene tradotta, per comodità, in diagnosi di schizofrenia. La lobotomia, l’internamento. Le continue sevizie nel corpo e nella mente a cui Betsy viene sottoposta, con un solo scopo: rimpicciolirla, renderla accettabile per il ruolo domestico a cui la società la confina, oppure, nel fallimento dell’impresa, rinchiuderla lontana dagli occhi di tutti. 

Il mio vero nome è Elisabeth non è solo il racconto di una storia di famiglia, una storia individuale. È la denuncia dell’orrore di cui potevano diventare vittime donne con la sola colpa di voler essere degli individui, e non solo mogli di qualcuno. È il racconto di quanto accadeva appena qualche decina di anni fa, e di un uso non terapeutico della psichiatria, ma repressivo. Infine, è anche un romanzo di una bellezza estasiante, oltre che di un’importanza capitale: vi ruberà il cuore e la mente, e vi lascerà arrabbiati, sì, ma anche stregati dalla prosa incantevole di Adèle Yon. 
Significa che non sarò molto felice se mi metterete in una “piccola casella a parte”. […] Sfortunatamente, non ho nulla della ragazza dolce e soave. Betsy (p. 131)

Michela La Grotteria