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Spero di essere chiara. Sono sincera. Niente che non sia sincero o autentico è interessante. E Jorge Luis Borges non si merita nulla di meno. (p. 31)
L’immagine dello scrittore, come quella del personaggio letterario, si costruisce in due modi: cosa dice di sé stesso, cosa dice degli altri e cosa viene detto di lui. Nel caso di Jorge Luis Borges, sappiamo che nel 1970 scrive un breve saggio autobiografico, intitolato, appunto, Autobiographical Essay, in cui si ritrae in modo quasi distratto, come se il punto non fosse parlare di sé. Molto più abbondante è quello che è stato scritto su di lui: dalla biografia letteraria del critico Emir Rodríguez Monegal, passando per il racconto che ce ne fa Adolfo Bioy Casares in Borges, per arrivare alla più recente biografia di Lucas Adur, lo scrittore argentino è stato raccontato da molti. Senza dubbio, una delle voci più irriverenti è quella di Estela Canto, autrice di Borges in controluce, tradotto da Francesca Coppola e pubblicato nel 2025 da Edizioni Medhelan.
L'incontro tra Borges e Canto non è idilliaco, anzi: da subito si rivelano personalità diverse, quasi in conflitto. Li accomuna la lettura di Bernard Shaw, anche se «quello che ammiravo io in Shaw non era quello che lui ammirava» (p. 38) ricorda la biografa. La colpisce, infatti, il trattamento riservato da Borges alle figure femminili, sia dentro che fuori dai suoi racconti. Se nei primi Canto nota la rappresentazione frequente della morte di una donna, nella sua vita l'autore dimostra simpatia per le donne ricche ma cadute in decadenza. La biografa critica particolarmente questa visione della femminilità di Borges e, in uno sforzo psicoanalitico da autodidatta, lo connette alla madre.
Doña Leonor è una figura monumentale nella vita di Borges. Canto la conosce nel periodo del suo fidanzamento con Georgie, come veniva chiamato dai suoi amici e parenti stretti. La madre è sempre informata sugli spostamenti del figlio; secondo Canto, «dava per scontato che intervenire nella vita di Georgie, controllarlo, era un suo diritto, una cosa normale, indiscutibile, che faceva parte dell'ordine delle cose» (p. 89). Ma riconosce anche che, senza dubbio, Borges non sarebbe stato un autore così unico senza l'influenza della madre: è lei che gli infonde il culto degli antenati e delle loro formidabili gesta, che fomenta la creazione della patria letteraria nei suoi racconti. Ma doña Leonor è stata anche lungimirante nella creazione del personaggio dello scrittore. La biografa sottolinea che il trionfo letterario di Georgie era l'obiettivo della madre fin da quando era piccolo: «la mentalità della famiglia preparò il cammino per il bambino destinato ad essere un grande scrittore» (p. 62).
Borges non si ribellerà mai alle richieste e alle imposizioni della madre. Non riuscirà nemmeno a sfuggire al peso della morale inflitta dall'ambiente familiare. Applicando nuovamente il metodo psicoanalitico casereccio, Canto argomenta che l'immagine dell'uomo imprigionato, immobile ed in accettazione del suo destino nei racconti di Borges non è altro che una rielaborazione di sé: «Soffrì profondamente e finì per accettare se stesso. [...] la sua disgrazia lo sorpassò e alla fine si trasformò nel Borges trionfale, l'uomo che scoprì e accettò il suo destino» (p. 97). Borges deve accettare la marginalità, la cecità, il labirinto della propria esistenza per poter diventare ciò che è. Su questo, Canto ha ragione: l'autore riversa nella sua scrittura le sue ossessioni, che nascono dalle sue debolezze.
Ma Georgie non è l'unico personaggio di questa storia. Nonostante l'intenzione di rendersi invisibile, Estela Canto è una presenza fondamentale nella biografia: si proietta come scrittrice, critica letteraria, militante di sinistra nei tempi bui dell'Argentina del Novecento. Lo stile incisivo e tagliente con cui dà forma alle situazioni più disparate (come quando vengono arrestati per atti osceni in luogo pubblico) e la sua visione senza peli sulla lingua di un autore ormai mitico rendono il testo avvincente ed appassionante.
Con la sua scrittura pungente anche nella critica letteraria, la biografa divide così l'opera di Borges: «Quando lui andava verso sua madre, apparivano i gauchos, i coltelli e le lance; nel fantastico, invece, c'era la sua liberazione» (p. 207). Le memorie di Canto non sono solo un ripasso della vita di Borges, ma sono una lettura della sua opera secondo la prospettiva critica dell'autrice, che analizza racconti come Zahir, L'intrusa e L'Aleph. Riguardo a quest'ultimo, ricorda che «Mi disse che voleva scrivere un racconto su un luogo che conteneva "tutti i luoghi del mondo" e che voleva dedicarmelo» (p. 93). Ma Borges non solo le dedica il racconto: le regala il manoscritto, che verrà venduto anni dopo.
Canto condivide le lettere che le vengono inviate da Georgie e che dimostrano un suo lato romantico, pieno di tenerezza e di adorazione per la sua fidanzata: Borges che le dice «ti immagino e ti penso continuamente, ma sempre di spalle o di profilo» (p. 117) e anche in questa dichiarazione carica di sentimento si vede pienamente l'impronta dello straniamento tipico della narrativa dell'argentino. «Voglio stare silenziosamente con te» (p. 143) le scrive nella sua ultima lettera, a cui seguiranno anni di silenzio e un ultimo incontro poco prima della morte di Borges.
Canto scrive una biografia critica e per nulla obiettiva, che è preferibile, a mio avviso, alla caduta nell'agiografia. Già nel 1989, anno della prima pubblicazione, è totalmente cosciente del fatto che «Le nuove generazioni hanno accettato l'immagine di Borges come quella di un uomo che viveva tra le nuvole, tra libri e visioni fantastiche, incapace di frivolezza» (p. 169). Quello che dice un biografo del personaggio che racconta è da prendere criticamente e cautamente, ma sicuramente Canto non alimenta questa proiezione edulcorata dell'autore: scrive di un uomo, fatto di imperfezioni e profondamente contraddittorio, che proprio per questo merita di essere raccontato.
Claudia Fogliani
