La lente scura
di Anna Maria Ortese
Adelphi, luglio 2026
pp. 516
€ 15 (cartaceo)
€ 14,99 (ebook)
Un vento furioso agita il cielo della città; sulle colline si sfrena. Armenti infiniti di nuvole di pallido piombo attraversano senza sosta il campo selvaggio dell'aria, spinte da un pastore invisibile; all'orizzonte precipitano, all'altro orizzonte ne spuntano di nuove, avanzano a testa bassa e, strada facendo, spesso non sono più nuvole, ma grandi teste di cane, o carri, o carovane, o città irraggiungibili. Passa il vento, e tutti gli infissi della casa tremano, i vetri cantano in modo impercettibile, ogni altra voce si attenua. Tace, poi, questo vento, e allora, improvvisamente, è una tromba di silenzio che s'apre nel vasto cielo, e tutto, in questa tromba, fugge rapidamente, verso qualche paradiso lontano. Di giornate così, dominate da fenomeni atmosferici, ve ne sono molte, d'inverno, in una terra del Sud. Si potrebbe anche dire che l'inverno non sia, qui, un vero inverno, cioè un riposo, un sonno della Natura, com'è nei paesi del Nord, ma un giovane, eterno sommovimento, un'anticipazione dell'estate. (p. 23)
Il periodo di riferimento, quello in cui Ortese scrisse questi pezzi, è quello che va dal '48 al '62 circa: dunque da un'Italia post-bellica a quella del boom economico. Una narratrice inaffidabile, confusa, sentimentale, o come dice ancora Clerici, «irregolare». Si potrebbe definire la classica voce da artista tormentata, perché così ci parla Ortese: spesso si contraddice, cade in vortici di paura e panico, e «non di rado, questa irregolarità, assume contorni patologici».
Che la scrittrice fosse una persona estremamente sensibile è indubbio, ma in questa raccolta emerge in modo cristallino: e con sensibile non intendo dire sentimentale o facile al pianto, ma con un senso del civile, dell'amore per il prossimo, della comprensione del dolore altrui, della capacità di leggere un luogo e il suo popolo quasi profetici.
Confesso di vivere da tempo nell'incubo che Napoli possa sparire nella guaina di cellofane di una città moderna. Intendo, per moderno, tutto quanto è al disotto della più tragica povertà: le case-alveari in lugubre cemento armato, le officine e le fabbriche che annerano l'aria, il delirio dei veicoli. Se c'è una città che ci fa ancora credere in Dio, e nella libertà e dolcezza del vivere umano, questa è Napoli. Napoli con le sue miserie, i suoi dolori, le sue pazzie, con le sue risorse, le sue intuizioni, i suoi canti, la sua celeste allegria. Napoli con quella sua misura così profonda e così preziosa del vivere vero; con quella sua familiarità con le cose eterne, che la fa sorridere a tutto quanto è promessa dell'uomo, celebrazione, vanità, bugia. Questa Napoli: saggia e folle, perduta e vittoriosa insieme: testimone in un mondo crudele, di giorno in giorno più oscuro, di momento in momento più vano, di quella meraviglia che si chiama Poesia. (pp. 427-8)
Al tono a volte delirante, ma per la maggior parte del tempo attento, la scrittrice alterna picchi di gioia, entusiasmi infantili, cambi d'umore repentini, attacchi di panico, tremori inspiegabili, estreme felicità, in uno spettro di emozioni ampissimo, che va dallo scoramento più nero alla contentezza più pura. E tutte queste emozioni rendono i suoi scritti di viaggio intimi, quasi privati, come se l'autrice stesse aprendo una pagina di diario e decidesse di accordarci la fiducia necessaria o la dignità per ascoltare.
Nella prima parte della raccolta, allora, troviamo cronache che ci portano da Dover a Palermo, da Roma a Mosca. Straordinarie le pagine de Il treno russo (pubblicato per la prima volta, come testo autonomo, nel 1983): in questo reportage, Ortese racconta del suo viaggio in Russia nel 1954 - straordinario, se ci pensiamo, che una donna, sola, affrontasse un viaggio lunghissimo da Roma a Mosca perché aveva paura dell'aereo - e ciò che è ancora più incredibile non è tanto la cronaca di un viaggio scomodo, interminabile, freddo, solitario, ma la sua descrizione della gente incontrata sul treno.
Ortese, in queste pagine "russe" ha dato il meglio di sé: c'è un calore, un'umanità, un'empatia per quel popolo che sembra quasi di vedere tutto vividamente. E ci si domanda quanto ci sia di vero e quanto di romanzato, perché se Ortese ha davvero vissuto tutto quello che ha detto, con l'intensità di vedere e sentire di cui era capace, ci si sorprende sia arrivata illesa fino agli ottant'anni.
Alzai la testa, ed ecco che cosa vidi.
Sdraiata a metà sul lettuccio di fronte al mio, la signora Lucia Ivànovic, facendosi vento con un cartone, cantava. Il suo volto soffice e bianco, dall'ovale perfetto, era illuminato, è la giusta parola, da due magnifici occhi neri, ridenti e ingenui occhi di fanciulla più che di donna. I suoi capelli neri erano sciolti e attraversavano come una serpe d'inchiostro il cuscino. Era in sottoveste, con un asciugamano sul petto, e da questo asciugamano veniva fuori un braccio rotondo e morbido di un bianco latte. Non sembrava aver superato i venticinque anni e, da quel che si scorgeva da sotto l'asciugamano, sembrava piuttosto formosa e apatica. Seduto ai piedi del lettuccio, il signor Ivànovic, una specie di Cristo di legno, magrissimo, con una faccia ornata di un lungo naso paziente, era intento a cambiarsi un paio di calzini. Il cugino, di cui scorgevo le gambe penzoloni dal lettuccio superiore al mio, era occupato invece a leggere la «Pravda». Sul tavolino fra i due letti, sotto il finestrino, era collocato un vaso di vetro, con tre o quattro rose gialle, già un po' sciupate. Il finestrino era chiuso, e il sole prossimo a tramontare sul filo monotono della pianura, illuminava tutto: gli occhi neri della giovane, la testa scarna e le spalle ricurve del marito, più un pezzo della « Pravda».
Mi domandavo in che mondo fossi. (pp. 88-9)
I mondi di Ortese, per quanto ci siano familiari, sono straordinari, e lo sono perché li sta raccontando lei: deteneva una soprannaturale capacità di cogliere dettagli, ombre, voci, luci, che ai più sarebbero passate inosservate, e non meraviglia allora lo stato di costante ansia e tensione, sovrastimolata com'era continuamente dai suoi sensi.
Così, i luoghi che visita - Genova, Roma, Milano, Palermo, Mosca, Parigi (stupenda la sua descrizione di Parigi) - e le occasioni in cui si trova - il Giro d'Italia, una festa di paese religiosa, una serata mondana, l'avvento del capitalismo e le sue conseguenze - diventano cronache universali, perché il luogo e l'occasione sono solo gli appigli per parlare di ciò che c'è di più grande: l'umanità e le sue tribolazioni.
Stupende, a questo proposito, anche le pagine dedicate al Viaggio in Liguria (pp. 335-369): qui, come dicevo prima, Ortese mette in campo la sua capacità profetica, anticipando quella che sarebbe stata la svendita della terra ligure a favore del turismo e del capitalismo. Ciò che vede, la gente con cui parla, i colori della città, gli spazi, le case che la ospitano, i soldi che le mancano sempre (Ortese non è mai stata ricca, anzi), anticipano lo spaesamento provato oggi dalle generazioni contemporanee.
Ortese sentiva già che la direzione presa avrebbe portato alla rovina, e perciò ne soffriva.
Del mondo moderno, la Liguria ha preso quanto le era indispensabile a non essere riconosciuta, individuata. Moby Dick dei mari mediterranei, espressione del soprannaturale là dove l'Europa inaugura la realtà più concreta, non poteva salvarsi, salvare la sua sigla ineffabile, il suo chiuso e radioso significato, se non adottando il linguaggio più banale. Banalità come rifugio, difesa, sono le ville e gli alberghi che l'adornano; banalità come astuzia la sua aria cosmopolita; banalità, come un discorso pieno di sottintesi, l'afflusso degli stranieri, le lingue che vi si parlano, le mode e i modi che vi trionfano. Dietro questo effimero cordone di sicurezza, dietro e sotto la facciata degli alberghi, i club, le ville, la Liguria è intatta e muta come un mostro degli abissi che riposi col muso in un continente, il dorso coperto di madreperle, di alghe, e sia ancorato da qualche cosa, non possa più muoversi. Il suo respiro è triste. (p. 364)
Si potrebbe definire Ortese, per certi versi, una visionaria: sia nel senso di lungimirante sia di stravagante, un po' fuori di sé. Ma è esattamente la descrizione che si fa quando si vuole dare un attributo a un genio, gli si dà del visionario, un po' matto e un po' fenomenale.
Consiglio la lettura del testo a chi ha già letto qualcosa di Ortese, ad esempio il suo più classico Il mare non bagna Napoli, oppure Il cardellino: approcciarsi a un testo così denso come questa raccolta, così pieno di sentimenti intensi, potrebbe essere frastornante se non si conosce un poco l'autrice. Se invece ne sapete qualcosa, allora sarà una lettura straordinaria.
Deborah D'Addetta
