I Ruggenti Anni Venti, un poliziotto e uno sparring partner d'eccezione: Ernest Hemingway e la sua valigia perduta


 

La valigia perduta di Hemingway
di Angelo Petrella
Neri Pozza, luglio 2026

pp. 336
€ 20 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

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«Non è possibile...» mormorò sgranando gli occhi, poi si rivolse a Richard. «Tu ne sapevi qualcosa?»
L'uomo negò convintamente, non aveva mai visto quel materiale prima di allora, né Jeanne gliene aveva parlato. Hem prese a scartabellare tra quel plico di fogli, alcuni scritti a mano e altri battuti a macchina ma pieni di cancellature e aggiunte a matita.
«Che roba è?» chiesi io.
Il mio amico sorrise in maniera incredula, come se avesse trovato qualcosa di enormemente più prezioso del denaro. E forse era proprio così.
«Non capisco...» balbettò. «Si tratta dei miei racconti... I miei primi lavori, un mucchio di pagine manoscritte».
«Quelli nella famigerata valigia?» chiesi, rievocando in un istante la storia accennatami da Kiki e prima ancora da Scott Fitzgerald. Hemingway annui.
«Hadley la smarrì in un treno alla Gare de Lyon. C'erano dentro dei vestiti e queste carte».
«Chi è Hadley?» intervenne Miller, incuriosito.
Un'improvvisa folata di vento fece sbattere la porta d'ingresso. Sobbalzammo, come se un fantasma fosse appena entrato nell'appartamento.
«La mia prima moglie...» disse con aria inquieta. «E successo circa sette anni fa». (pp. 148-149)

Angelo Petrella, scrittore, sceneggiatore e traduttore – ha partecipato alla scrittura dei soggetti e delle sceneggiature per Mare Fuori, Il Commissario Ricciardi e I bastardi di Pizzofalcone, per citarne alcune – già autore edito, torna in libreria con questo romanzo storico noir che prende a piene mani dai Ruggenti Anni Venti, epoca in cui a Parigi (dov'è ambientato il romanzo) si riunirono molti dei grandi talenti in campo artistico che oggi chiamiamo geni: Picasso, Chanel, Hemingway, i coniugi Fitzgerald, Modigliani, Mirò e tantissimi, tantissimi altri.

Il protagonista è Marcel, un poliziotto parigino sognatore che spesso si perde nelle sue fantasticherie, aspirante scrittore: in un giro di ronda con il fedele collega Philippe sente delle urla e si precipita a verificare. La scena è molto chiara: un delitto, una donna giovane di nome Jeanne è morta, apparentemente per suicidio. Ma Marcel intuisce che c'è di più, che il viso di Jeanne parla al suo inconscio, sollevando polveri sopite e dolori taciuti. 
Il caso comincia a ossessionarlo: nonostante il medico legale confermi l'ipotesi del suicidio, il poliziotto fa di testa sua e conduce un'indagine parallela, che lo porta direttamente tra le braccia (e sotto i pugni) di uno scrittore americano, famoso per la sua fortuna nel lavoro e con le donne: nientemeno che Ernest Hemingway.

Eppure, per quanto provassi a passare quelle sensazioni al vaglio della ragione, un'impalpabile forza tornava a impedirmelo: era l'impulso a sondare gli snodi della vita di Jeanne Leblanc, a penetrarne i risvolti e a grattare via tutte le patine per sincerarmi davvero che non ci fossero ulteriori opacità. Aveva redatto e spedito una lettera d'addio di suo pugno, era vero, e non erano stati trovati segni di lotta o di colluttazione nell'appartamento, ma c'erano ancora parecchie domande rimaste inevase, come il quantitativo incongruo di cianuro trovatole in casa, la radio lasciata accesa, il gatto rimasto fuori dall'appartamento, i negativi non sviluppati e quella misteriosa amicizia con lo scrittore, dal quale aveva ricevuto non troppo tempo prima un libro in dono. Qualcosa di non chiaro era accaduto nelle settimane e forse nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte. (p. 66)

Dapprima sospettato numero uno di Marcel, col tempo Hemingway diventa il suo improbabile sparring partner: i due, legati da una bizzarra amicizia, dalla passione per la letteratura e soprattutto dall'omicidio di Jeanne, si metteranno sulle tracce dell'assassino, che sfugge continuamente allo svelamento. 
Nel frattempo, mentre questo sodalizio procede, Marcel si immerge nel mondo fumoso, caotico e mirabolante di Montparnasse e Montmartre, luoghi che ospitavano pittori, artisti, scrittori, benefattori, luoghi in cui l'arte, in quegli anni, si mangiava a colazione insieme ai croissant, in cui gli eccessi – le droghe, l'alcol, gli amori proibiti, i tradimenti – fermentavano per dare inizio a un mito che dura ancora oggi. 

In uno di questi locali chiassosi, Marcel incontra una donna, e non una donna qualunque, ma Kiki de Montparnasse, la leggendaria musa di Man Ray, Modigliani, Calder, Kisling. I due, sorprendentemente, intrecciano una relazione, che sorprende per primo lo stesso Marcel e poi il lettore. Le cose però non decollano come ci si aspetterebbe, un po' perché Marcel è restio ad aprirsi, a parlare del suo passato doloroso, un po' perché Kiki è Kiki, una donna libera, indipendente, uno spirito difficile da imbrigliare. 
Man mano che le vicende proseguono, con alti e bassi, emergono sempre nuovi sospettati: Marcel e Hemingway non fanno in tempo a individuarne uno che subito una serie di eventi, prove e indizi cancellano quel nome dalla lista facendone emergere un altro; è così che sotto la lente dell'indagine passano i nomi più incredibili, come Francis Scott e Zelda Fitzgerald, James Joyce, Henry Miller (dal quale parte tutto), Gertrude Stein, Picasso, Man Ray.

Proprio quest'ultimo sembra essere il sospettato più papabile della coppia: non si trova più, e un'altra donna è stata uccisa. Ma Hemingway perché aiuta Marcel? C'entra una famigerata valigia, appunto quella del titolo, che scomparsa anni prima allo stesso scrittore alla Gare de Lyon, ricompare (o meglio, ricompare il suo contenuto) come per magia, e questa scoperta ha proprio a che fare con l'omicidio di Jeanne. Sembra inoltre che gli omicidi prendano spunti dai racconti di Hemingway, gettando i due amici nello sconforto e nella preoccupazione (un caso in cui la fiction diventa realtà, e viceversa, perché il narratore è Marcel che scrive un diario anni dopo gli avvenimenti di quella primavera).

Il romanzo diventa rocambolesco: inseguimenti, ipotesi, aggressioni, omicidi, feste, ubriacature, intrecci amorosi, Parigi sembra vibrare solo per questa indagine. Non mancano i colpi di scena né diversi turning points, com'è che deve essere in un noir che si rispetti. 
Alla fine ovviamente Marcel e Hemingway verrano a capo del puzzle, con conseguenze purtroppo irreversibili.

Hemingway mi aveva fornito un indirizzo ma, mentre camminavo a passo spedito giù per Boulevard des Batignolles, verso l'ingresso del métro, iniziai a sentirmi inquieto. Elementi inspiegabili e terribili si stavano saldando assieme: omicidi, il mio incontro fortuito con Ernest, la valigia di scritti persi o forse trafugati anni prima... Chi tesseva quell'intrigo malsano e pericoloso? Chi stava giocando con la vita mia e del mio amico scrittore? C'era una linea di eventi sottile ma robusta che collegava Jeanne Leblanc a me, Hemingway, Richard Evans e chissà quanti altri. L'unico modo per fermare la mano del bastardo assassino era scavare ancora, fino in fondo. (p. 168)

Il romanzo ha diversi pregi: è un page turner, quindi perfetto per chi ha, ad esempio, un blocco del lettore, o vuole una lettura che scorra molto bene; la scrittura è rassicurante, fluida, indugia molto sui dettagli, sulla topografia e la toponomastica di Parigi, sul mito dei Roaring Twenties, sul cercare di essere il più inclusivo possibile nell'inserimento in trama di personaggi celebri (forse troppi, a mio avviso), restando molto aderente al genere scelto, cioè il noir.

Insomma l'autore ha fatto i compiti, ma forse in modo troppo schematico e qui veniamo agli elementi che mi sono piaciuti meno: dicevo, troppi personaggi famosi diventano ingombranti e non si riesce a dare a tutti lo stesso spazio (ad esempio, Gertrude Stein è menzionata solo in una pagina, quindi non c'era alcuna necessità di inserirla; Zelda è solo abbozzata e resa piuttosto antipatica; Picasso solo nominato di striscio); il romanzo, proprio perché segue la struttura del noir alla lettera, risulta un po' rigido, le sequenze sceniche sono telefonate: omicidio, sospettato non colpevole, scena di riposo, intreccio amoroso, colpo di scena e così da capo; ci sono inoltre degli errori grossolani: in una scena Marcel e Hemingway escono di fretta di casa per inseguire un sospettato, senza soprabito, e nella scena successiva Marcel si stringe addosso il cappotto per il freddo; infine, elemento che trovo dubbioso a monte, la scelta di fare di Hemingway il partner di Marcel.

Ora, io non ho idea di come fosse l'autore dal vivo né di come parlasse, mangiasse, corresse e si vestisse, ma immagino che Petrella abbia certamente fatto le sue ricerche storiche: tuttavia, mi sembra un po' forzata come scelta. Vero è che esistono film come Midnight in Paris che fanno esattamente questo, cioè prendono personaggi storici e gli ridanno vita (questo film in particolare poi è ambientato nel periodo raccontato dall'autore, più o meno il 1920), ma avrei preferito forse una scelta diversa, un personaggio meno "ingombrante" da usare come partner per Marcel.

Detto questo, il romanzo resta molto godibile, piacevole, perfetto per una lettura scorrevole e avvincente. Piacerà molto a chi di solito porta in vacanza libri gialli, noir e thriller, o chi ha amato il già citato Midnight in Paris.

Deborah D'Addetta