"Theo da Golden": un caso editoriale, una storia che conforta e aiuta a riscoprire il valore della generosità



Theo da Golden e la forma della felicità
di Allen Levi
Salani, luglio 2026

Traduzione di Alessandra Casella

pp. 448
€ 20 (cartaceo)
€ 12,99 (ebook)


Abbiamo proprio bisogno di storie rassicuranti e piene di bontà, viene da pensare guardando i numeri straordinari che questo romanzo d'esordio sta raccogliendo all'estero: al primo posto come bestseller internazionale del «New York Times» (con 2,5 milioni di copie vendute), in corso di pubblicazione in 41 Paesi, Theo da Golden sta facendo parlare e scrivere tantissimo di sé, perché colpisce per i contenuti e per la sua storia editoriale a dir poco inattesa. 

Partiamo da quest'ultimo punto, che esaurirò in poche righe: Allen Levi, dopo aver esercitato come avvocato per un decennio, dal 1996 si è affermato come musicista e compositore (ha all'attivo centinaia di canzoni). Già in questo suo percorso si è distinto per quella sensibilità che non stentiamo a riconoscere in questo suo romanzo d'esordio, arrivato in età matura. Theo of Golden si è diffuso capillarmente e da oggi si trova anche nelle librerie italiane, grazie a Salani, con la traduzione di Alessandra Casella. 

Veniamo alla trama, che ha per protagonista l'ottantaseienne portoghese Theo: di lui non sappiamo niente, se non che, dopo aver vissuto in tante parti del mondo, si trasferisce a Golden, una cittadina della Georgia per affari da sbrigare, come spiega a chi gli chiede cosa lo porti lì. Theo è sempre molto riservato sulla propria vita (non rivela né il suo cognome, né la sua professione o la sua storia personale); viceversa, ha un'innata capacità di ascoltare gli altri e si mostra curioso delle loro vicende, con garbo ed eleganza. Tutto in lui è distinto, dal sorriso rassicurante alla generosità con cui si mette in ascolto e dona il suo tempo agli altri. Ma c'è di più: quando nel bar Calice vede novantadue ritratti appesi alle pareti, si informa e scopre che a disegnarli è stato un artista locale, Asher Glissen, tanto talentuoso quanto poco valorizzato. I ritratti sono in vendita per centoventicinque dollari l'uno, ma pochissimi degli avventori del bar hanno pensato di comprarli, persino i soggetti li hanno ignorati. Da lì, la missione – incomprensibile agli occhi dei più – di Theo: acquistarli poco alla volta e donarli ai soggetti ritratti, uno alla volta. Per farlo, l'uomo intende mandare una lettera in bella grafia con un invito a incontrarsi su una panchina a pochi passi dalla fontana della piazza, lì di fronte al Calice. 

Abituati come siamo a pensare che un'azione simile debba per forza nascondere un secondo fine, sia noi lettori sia i destinatari dei quadri siamo piuttosto diffidenti. Eppure la generosità, l'affabilità e la prudenza di Theo sono disarmanti. Anche chi si reca all'appuntamento per curiosità e pensa di restarci pochi secondi, si ferma invece per un tempo abbastanza lungo da raccontare a Theo cose privatissime. Non c'è una spiegazione razionale: Theo ascolta, e sappiamo quanto sia rigenerante nel nostro presente sempre di corsa trovare qualcuno – meglio ancora uno sconosciuto – che si mostri interessato a noi e disposto a dedicarci del tempo. Il fatto stesso che quell'incontro potrebbe restare un unicum porta tanti a sfogarsi: c'è chi piange per la difficoltà di diventare madre, chi lamenta problemi economici che non gli consentono di garantire le giuste cure alla figlia, chi canta per strada e non riesce a vedere possibili svolte, chi vive senza un tetto sopra la testa, con la sua bicicletta come unica proprietà,... A ognuno di loro Theo rivolge parole di conforto, ma è soprattutto col silenzio che li accoglie e fa sentire comprese le loro storie. E c'è di più: come se fosse una sorta di angelo custode, Theo cerca di migliorare la vita di ognuno di loro

Ma cosa lo muove davvero? Solo pietas e filantropia? Allen Levi lascia intuire qui e là che Theo ha anche un secondo fine: piccole allusioni, prolessi, sequenze riflessive lasciano intravedere un segreto che ha portato Theo a Golden. Allora un dubbio ci viene: che dietro questa sua bontà ci sia una capacità manipolatoria rischiosa? Ma Allen Levi non scrive un romanzo thriller, né vuole toglierci quel conforto che dà la lettura del romanzo. Per quanto le varie domande che ci facciamo trovino tutte una risposta nelle ultime decine di pagine, Theo da Golden non è un romanzo che ci fa correre verso quel finale; vuole essere anzitutto un romanzo che celebra la bontà umana, la solidarietà, il beneficio straordinario che ci dà sentire di essere visti da qualcun altro. Dunque, come Theo vede gli altri, anche noi siamo chiamati a vedere le storie dei vari personaggi, a ritrovarli con piacere anche pagine dopo, proprio come quando ci si incontra per strada in una cittadina dove ci si conosce un po' tutti. 

Poi, certo, arriviamo anche a capire più a fondo chi sia davvero Theo e cosa lo abbia portato lì, ma le singole storie delle persone ritratte hanno tutte un posto d'onore, come se fossero tante vicende racchiuse nella macro-vicenda principale. 

Se cercate romanzi che portano interrogativi o instillano dubbi e inquietudini, Theo da Golden non fa per voi; può invece essere un toccasana, se siete alla ricerca di una narrazione calma, rassicurante, che possa dare ancora un po' di fiducia nell'umanità. La sua scrittura piana, che fa dei dialoghi quotidiani un punto di forza, non toglie niente alla struttura calibrata, limpida e lineare. E le ore passate con Theo sono come una buona coppa di gelato in una giornata torrida: rinfrescanti, dolci, confortanti. 

GMGhioni