Diventare padri non è un traguardo, ma l'inizio di una nuova vita: lo capiscono subito Dan e Jada, che si ritrovano nello stesso ospedale. Per Dan è la prima volta, mentre Jada ha sei figli avuti da compagne diverse disseminati per il mondo e fa quasi fatica a tenerne il conto. E queste non sono le uniche differenze che riguardano i due protagonisti: Dan è uno sceneggiatore ricco ma annoiato, che porta avanti una serie tv tanto di successo da andare in onda da vent'anni; Jada è invece abituato a vivere di espedienti, di piccole e grandi truffe (tra cui il traffico di armi) che gli consentono di andare avanti e mantenere i vizi di droga e alcol suoi e della nuova compagna, la giovanissima Nicola. Tanto è prudente e abituato al benessere Dan, quanto intraprendente e avventato Jada.
Non solo gli ambienti in cui vivono sono profondamente diversi – una bella casa borghese, quella di Dan, e un appartamento piuttosto fatiscente e sporco, quello di Jada – ma anche le motivazioni che li hanno spinti a cercare di mettere al mondo un figlio sono letteralmente opposte: Grace e Dan hanno attraversato un percorso difficile, perché la donna si è sottoposta a cinque anni di FIVET, e Tom è arrivato proprio quando stavano ormai per desistere; per Jada e Nicola, invece, la gravidanza è stata la conseguenza di uno dei loro rapporti non protetti, durante una notte di sballo.
E non può che essere lontanissimo anche il modo di allevare i figli, fin dalla culla: Tom è adorato e i genitori – Dan in primis – fanno di tutto per prevenire qualsiasi trauma e crescerlo con una dieta di cibi sani e biologici; il piccolo Jayden per lungo tempo non ha neanche un nome ben definito, i genitori fumano in casa, imprecano e non prestano attenzione né alla sua formazione né alla quantità di zuccheri che ingerisce.
A rendere ancor più opposti i personaggi ci si mette, infine, il linguaggio: Niven costruisce per Jada e Nicola una lingua diastraticamente connotata, che Marco Rossari ha tradotto in italiano proponendo intercalari continui, modi di dire e abbassando il registro dei loro discorsi e riducendone moltissimo la varietà lessicale.
Fin qui, si percepisce l'ironia caustica a cui John Niven ci ha abituati, mostrandoci due famiglie agli antipodi, che sembrano avere in comune solo il fatto che i figli sono nati lo stesso giorno nello stesso ospedale. L'estremizzazione delle loro caratteristiche li rende in parte caricature, ma Niven sa bene come evitare che i personaggi sembrino solo stereotipi, per cui attribuisce a loro una profondità psicologica più o meno accentuata ma in ogni caso molto coerente con le loro personalità.
Quando però siamo ormai abituati al doppio binario di vite, in una Glasgow altrettanto divisa tra quartieri borghesi con i parchi giochi perfettamente tenuti e periferie scalcinate con i parchetti pieni di siringhe usate e spazzatura, ecco che Niven si gioca un colpo di scena epocale, su cui non ci si può soffermare. Ma è un colpo di scena così improvviso e inatteso da sconvolgere anche chi legge, e non solo i personaggi.
Un destino beffardo arriva impietoso e improvviso, e rivoluziona tutti i rapporti tra i personaggi, abbatte le convinzioni con cui hanno sempre vissuto e rimescola le carte. Ecco allora che sorridiamo di meno, empatizziamo con i personaggi come mai avremmo creduto di poter fare, e la seconda parte del romanzo è proprio occupata dal tentativo di tenersi a galla di alcuni di loro e dall'aiuto inatteso da parte di altri.
Non mancheranno anche nella seconda parte gesti estremi, fuori da qualsiasi morale, disperati ma che, al tempo stesso, strapperanno qualche sorriso, lasciandoci poi meravigliati di quanto si possa provare empatia e straniamento al tempo stesso. Niven fa proprio questo, consegnando con Padri nostri un piccolo gruppo di personaggi memorabili, focalizzandosi su come la paternità possa rivoluzionare due vite diversissime, e come una formula magica non esista mai per essere dei bravi genitori.
Padri nostri è una lettura solo apparentemente scanzonata; ha invece una profondità che emerge all'improvviso, a sprazzi, lasciandoci interdetti e compiaciuti per la bravura di John Niven nel cambiare strada appena pensiamo di aver capito la direzione che sta per prendere il romanzo.
GMGhioni
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