“La zolfatara” di Irene Di Liberto: la nuova saga familiare nella Sicilia delle miniere



La zolfatara
di Irene Di Liberto
Piemme, giugno 2026

pp. 426
€ 19.90 (cartaceo)
€ 13.99 (ebook)

La zolfatara è l’esordio narrativo di Irene Di Liberto, edito da Piemme, che ci parla della potenza di un sogno e della forza che è necessaria per poterlo realizzare. Siamo nella Sicilia rurale di inizio secolo, in un paesino di pietra dell’entroterra dimenticato dal mondo, arroccato su di una collina dove la fame e la miseria spingono i genitori a cedere i propri figli, anche in tenera età, come surfarari nelle miniere di zolfo. I loro corpi gracili e le loro mani minuscole li rendono perfetti per questo lavoro disumano che li occupa per dodici ore al giorno nel buio dei cunicoli sotterranei, curvi sotto il peso dei sacchi di zolfo. Sono i carusi, bambini senza un’infanzia, cresciuti nella fame e nella privazione, destinati a morire con la polvere di zolfo nei polmoni, sotto un crollo o nell’incendio in una delle tante gallerie sotterranee in cui trascorrono la loro vita: in fila scendono per trasformarsi in un esercito di ombre e in fila riemergono accecati dalla luce. Questo solo possono fare, come i loro padri e i padri dei loro padri, anche loro surfarari, schiacciati dalla legge del determinismo sociale:

Sulle spalle curve dei minatori si reggeva il paese. La loro fatica teneva in piedi quasi tutte le famiglie: ogni giorno, tutti i giorni, e, nei periodi di maggior lavoro, anche di notte, si addentravano in quei cunicoli da dove a malapena passava il fiato. (p. 21)

L’unico gesto che li fa riconoscere umani è il segno della croce che a turno si fanno dinnanzi alla statuetta di Maria Santissima Annunziata, protettrice di tutti i surfarari, posizionata in una nicchia all’ingresso della grotta che li inghiotte ogni giorno. «I carusi e gli operai della surfara erano merce spendibile e rimpiazzabile, a basso prezzo. Non uomini». (p. 302)

È qui nella miniera di zolfo che Giovanni trascorre la propria infanzia e la propria adolescenza, con il sogno di potersi affrancare da una vita fatta di dolore e miseria fino a quando un matrimonio combinato lo lega a Teresa e al sogno di lei: diventare maestra e insegnare ai bambini del paese che è possibile sognare un mondo migliore perché «il cibo è una grande benedizione, ma anche la scuola era necessaria come il pane» (p. 90). 

La loro diviene una storia di amore autentico e concreto che si svela a poco a poco:

ciascuno ha il suo modo di comunicare l’amore: chi prendendosi cura dell’altro con gesti concreti, chi preoccupandosi che la pancia dei propri cari sia sempre piena, come il cuore. Per una vita intera Teresa si era assicurata che nessuno, in casa sua, avesse fame o sentisse freddo. (p. 186)

All’interno di questo amore, pur nella miseria e nelle difficoltà, nascono Antonio e Carmelina, in una Sicilia che profuma di gelsomini e zagare, ridotta al solo microcosmo di Castellatani, lontana dai grandi eventi della Storia: è qui che le vite di questi uomini e donne si consumano senza mai vedere il mare. Con tenacia Teresa vuole istruiti i suoi figli, capaci di autodeterminarsi e per loro insieme al marito sfida la fame e la povertà. I figli della zolfatara crescono nell’amore sincero e paziente che dà la possibilità di scegliere il proprio futuro pur con i pochi mezzi a disposizione: andarsene o restare? Partire verso ciò che non si conosce o restare nella propria terra aggrappati alle proprie radici? Partire significa inseguire un sogno di libertà, mettere in gioco tutto rischiando di perdere anche quel poco che si ha e rimanere da soli. Il cambiamento sta tutto in questa scelta dolorosa e difficile.

Sono personaggi profondamente umani a popolare questo romanzo doloroso e ricco di sentimenti che apre una pagina ancora troppo poco trattata della nostra Storia: la tenacia che si oppone a un destino già scritto di chi, pur analfabeta, conosce benissimo l’alfabeto dell’umanità. Non si tratta solamente della lotta per l’esistenza che riguarda le frange più povere, ma della lotta per il diritto di vivere una vita degna di essere chiamata tale, il diritto a tentare di essere felici.

Saranno i figli della zolfatara a realizzare i sogni dei genitori riscrivendo un destino che pareva già segnato tracciando la loro strada nel mondo.

Con una prosa densa e un’attenzione al dialetto siciliano che arricchisce e non appesantisce la trama, Di Liberto scrive una saga familiare in grado di dialogare con il nostro presente: ci racconta del potere della parola, del desiderio di riscatto e della forza dei sogni come motore della vita. Sono gli ultimi della Storia a mostrarci che il cambiamento richiede quel coraggio che nasce dalla consapevolezza di essere umani e di non barattare mai il valore di una vita per un guadagno. Il grande insegnamento di questa storia è proprio questo, non risparmiare la nostra umanità e non giudicare le scelte di chi lotta davvero per un pezzo di pane.

Silvana Maria Baroni