di Irene Di Liberto
Piemme, giugno 2026
La zolfatara è l’esordio narrativo di Irene Di Liberto, edito da
Piemme, che ci parla della potenza di un sogno e della forza che è necessaria
per poterlo realizzare. Siamo nella Sicilia rurale di inizio secolo, in un paesino di pietra dell’entroterra dimenticato dal mondo, arroccato su
di una collina dove la fame e la miseria spingono i genitori a cedere i propri
figli, anche in tenera età, come surfarari
nelle miniere di zolfo. I loro corpi gracili e le loro mani minuscole li
rendono perfetti per questo lavoro disumano che li occupa per dodici ore al
giorno nel buio dei cunicoli sotterranei, curvi sotto il peso dei sacchi di
zolfo. Sono i carusi, bambini senza un’infanzia, cresciuti nella fame e nella
privazione, destinati a morire con la polvere di zolfo nei polmoni, sotto un
crollo o nell’incendio in una delle tante gallerie sotterranee in cui
trascorrono la loro vita: in fila scendono per trasformarsi in un esercito di
ombre e in fila riemergono accecati dalla luce. Questo solo possono fare, come
i loro padri e i padri dei loro padri, anche loro surfarari, schiacciati dalla
legge del determinismo sociale:
Sulle spalle curve dei minatori si reggeva il paese. La loro fatica teneva in piedi quasi tutte le famiglie: ogni giorno, tutti i giorni, e, nei periodi di maggior lavoro, anche di notte, si addentravano in quei cunicoli da dove a malapena passava il fiato. (p. 21)
L’unico gesto che li fa riconoscere umani è il segno della croce che a turno si fanno dinnanzi alla statuetta di Maria Santissima Annunziata, protettrice di tutti i surfarari, posizionata in una nicchia all’ingresso della grotta che li inghiotte ogni giorno. «I carusi e gli operai della surfara erano merce spendibile e rimpiazzabile, a basso prezzo. Non uomini». (p. 302)
È qui nella miniera di zolfo che Giovanni trascorre la propria infanzia e la propria adolescenza, con il sogno di potersi affrancare da una vita fatta di dolore e miseria fino a quando un matrimonio combinato lo lega a Teresa e al sogno di lei: diventare maestra e insegnare ai bambini del paese che è possibile sognare un mondo migliore perché «il cibo è una grande benedizione, ma anche la scuola era necessaria come il pane» (p. 90).
La loro diviene una storia di amore autentico e concreto che si svela a poco a poco:
ciascuno ha il suo modo di comunicare l’amore: chi prendendosi cura dell’altro con gesti concreti, chi preoccupandosi che la pancia dei propri cari sia sempre piena, come il cuore. Per una vita intera Teresa si era assicurata che nessuno, in casa sua, avesse fame o sentisse freddo. (p. 186)
All’interno di questo amore, pur
nella miseria e nelle difficoltà, nascono Antonio e Carmelina, in una Sicilia
che profuma di gelsomini e zagare, ridotta al solo microcosmo di Castellatani, lontana
dai grandi eventi della Storia: è qui che le vite di questi uomini e donne si
consumano senza mai vedere il mare. Con tenacia Teresa vuole istruiti i suoi
figli, capaci di autodeterminarsi e per loro insieme al marito sfida la fame e
la povertà. I figli della zolfatara crescono nell’amore sincero e paziente che
dà la possibilità di scegliere il proprio futuro pur con i pochi mezzi a
disposizione: andarsene o restare? Partire verso ciò che non si conosce o
restare nella propria terra
aggrappati alle proprie radici? Partire significa inseguire un sogno di
libertà, mettere in gioco tutto rischiando di perdere anche quel poco che si ha
e rimanere da soli. Il cambiamento sta tutto in questa scelta dolorosa e
difficile.
Sono personaggi profondamente
umani a popolare questo romanzo doloroso e ricco di sentimenti che apre una
pagina ancora troppo poco trattata della nostra Storia: la tenacia che si
oppone a un destino già scritto di chi, pur analfabeta, conosce benissimo l’alfabeto
dell’umanità. Non si tratta solamente della lotta per l’esistenza che riguarda le
frange più povere, ma della lotta per il diritto di vivere una
vita degna di essere chiamata tale, il diritto a tentare di essere felici.
Saranno i figli della zolfatara a
realizzare i sogni dei genitori riscrivendo un destino che pareva già segnato tracciando
la loro strada nel mondo.
Con una prosa densa e un’attenzione
al dialetto siciliano che arricchisce e non appesantisce la trama, Di Liberto
scrive una saga familiare in grado di dialogare con il nostro presente: ci
racconta del potere della parola, del desiderio di riscatto e della forza dei
sogni come motore della vita. Sono gli ultimi della Storia a mostrarci che il
cambiamento richiede quel coraggio che nasce dalla consapevolezza di essere
umani e di non barattare mai il valore di una vita per un guadagno. Il grande
insegnamento di questa storia è proprio questo, non risparmiare la nostra
umanità e non giudicare le scelte di chi lotta davvero per un pezzo di pane.
Silvana Maria Baroni
