"Scrivo per restare umano" di Muhammad al-Zaqzouq. Un libro che crea vertigine

 

Scrivo per restare umano
di Muhammad al-Zaqzouq
Einaudi, maggio 2026 

Traduzione di Andrea Puglisi

pp. 200
€ 19,50 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)

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Tra il 7 ottobre 2023 e la fine del 2024, Muhammad al-Zaqzouq, scrittore e animatore culturale di Khān Yūnis, Gaza, ha tenuto un diario che oggi è diventato un libro: Scrivo per restare umano.
Non è facile dire di cosa parla senza usare termini retorici o abusati. Potrei dire della paura dei bombardamenti, dello sconforto del perdere i propri cari e del veder distrutte le proprie case, dell'incertezza della notte che viene e porta con sé morte che si somma ad altra morte, della disperazione di madri e padri che non possono tenere al sicuro i figli nemmeno in un abbraccio. 
Non è semplice perché sono ormai cose che tutti pensiamo in cuor nostro di sapere.
Da anni conviviamo con la visione di video e immagini di ferocia tremenda che arrivano da Gaza e dalla Palestina; abbiamo educato il nostro sguardo a tollerarle, a soffermarci il giusto su di loro per poi andare oltre. E quando una nuova immagine ci arriva davanti abbiamo già visto tutte le precedenti e ogni gesto insopportabile - un nuovo bombardamento, gli attacchi a civili inermi, la privazione sistematica di cibo e acqua, i volti insanguinati dei bambini - si aggiunge a tutto quello che abbiamo visto e letto prima. Viene fuori un quadro che, se visto nella sua interezza, sarebbe impossibile da sopportare per qualsiasi essere umano. Per questo noi lo guardiamo a pezzi: non ne tollereremmo l'insieme. 
Ma per le persone che vivono a Gaza, per quelle che sono ancora vive, questo insieme è diventata la loro esistenza e ogni giorno lo affrontano attingendo a risorse che per noi sono difficili anche solo da concepire. Non ci siamo addestrati a cercarle, non ci è fortunatamente richiesto di metterle in atto. 

Di questo scrive Muhammad al-Zaqzouq: della fatica di restare umani mentre un conflitto come quello che c'è in Palestina, causato dagli attacchi unilaterali, spietati e insensati di Israele, accade.
Questo libro è il diario di un anno di paura e di esilio dentro Gaza. Con la moglie ‘Ulā e i tre figli piccoli, Muhammad al-Zaqzouq si sottrae ai bombardamenti e all'avanzata dei carri armati israeliani trovando rifugio di volta in volta presso una rete familiare estesa e ben radicata sul territorio, mentre gli sfollamenti sembrano non avere fine. Il racconto diventa un ritratto della vita a Gaza, dei modi in cui gli abitanti cercano di far fronte a una realtà in cui l’unica certezza è aver perso tutto. 

Scrivo per restare umano è un'esperienza di lettura che crea vertigine. La mancanza di un confine tra vita e morte, unita alla presenza di un tempo diventato impossibile da misurare, in una città che viene rasa al suolo un quartiere e una casa alla volta, crea nel lettore la sensazione di perdere l'equilibrio tantissime volte. Lo stesso autore ammette in più punti di perdere le parole e di non riuscire a piangere e così facciamo noi che lo leggiamo. Siamo paralizzati. 
Il senso di questa lettura, e anche di questo mio contributo, non è condensarne i temi in un riassunto esaustivo e chiaro, dimostrarne il valore letterario.
Posso dire che Muhammad al-Zaqzouq andrebbe letto perché la sua è una potente testimonianza dell'orrore della guerra, un canto disperato che non va disperso e va ascoltato, scritto in in un linguaggio quotidiano, scritto come si pensa quando si ha paura. Ma più di tutto penso che il libro vada letto per educarci a restare umani. Il rischio di perdere la visione d'insieme su questo genocidio è molto alto, ed è una visione che è impossibile ottener per singole immagini sui social media: possiamo solo informarci senza sosta sulla Palestina e la sua gente, leggere e rileggere delle radici di questo conflitto, unire i puntini e discuterne con gli altri, guardando documentari e attingendo a racconti come questo. 
Un processo di educazione costante che ci ricorda che pensiamo di sapere cosa succede a Gaza ma non lo sappiamo, non lo sapremo mai fino in fondo. Possiamo provare ad accostarci rispettosamente a loro, ma dovremo farlo senza sosta. Perché il giorno in cui smetteremo di parlare dei palestinesi e del loro diritto di abitare le terre di cui sono orfani avremo perso umanità e coscienza. 


Ero ancora immerso in un sonno profondo quando, alle sei e mezzo del mattino, cominciò l'apocalisse: missili enormi, in quantità esorbitante e lanciati tutti insieme, fischiavano da ogni direzione. Svegliai mia moglie, poi corsi nell'altra stanza per chiamare i miei tre figli. Vedevo il terrore travolgerli, l'angoscia paralizzarli, e cercavo di tranquillizzarli in ogni modo. I fischi e le esplosioni andarono avanti senza interruzioni per più di mezz'ora, e intanto non facevo che domandarmi che cosa stesse succedendo, una domanda naturale e impellente, ma a cui nessuno, in quel momento, era in grado di rispondere. Lentamente, il fragore dei missili si placò e lasciò il posto al frastuono delle voci della gente, un miscuglio incomprensibile che si spandeva per le strade di Hamad, dove abitato, nel governatorato di Khān Yūnis. Scesi di corsa per le scale, con in testa sempre la stessa domanda: che cosa è successo? (pp. 5-6)

 

Arrivò dicembre. L'anno volgeva al termine, e intanto la guerra continuava a tritare le ossa e rubare la vita, a rubarla anche a chi sopravviveva. Stava devastano non solo i luoghi, ma anche la memoria, le sensazioni, la coscienza e la capacità di andare avanti. Erano passati più di settanta giorni, un tempo che a tutti noi era sembrato contemporaneamente infinitesimale e infinito. Il tempo della guerra non è fatto di minuti e ore. È un flusso continuo di perdita e devastazione, di attesa che arrivi il peggio. È un tempo di gravità e dolore, intriso del sangue e delle urla delle vittime che cadono l'una dopo l'altra in questa commedia di morte, un assurdo circolo vizioso alimentato senza scrupoli dai guerrafondai al potere. Ogni giorno perdono la vita decine di persone. Bambini che dovrebbero essere a scuola, madri che li aspettano affacciate ai balconi e padri che faticano fuori casa per portare loro da mangiare, nonne sedute sull'uscio a pulire lenticchie e a scuotersi di dosso la polvere degli anni, nonni che macinano la loro vecchiaia insieme ai chicchi di caffè che finiranno liquefatti in un bicchiere durante lunghe chiacchierate notturne, e poi ancora adolescenti, una moltitudine di adolescenti che sfiorano per la prima volta lo splendore della vita, ne assaporano il gusto. Tutte queste vite, e molte altre, la guerra le sbrana, le polverizza, deviando il corso naturale dell'esistenza verso un inferno senza fine. (p. 81) 


Non potevamo far altro che stare in quella tenda telefonando senza sosta ai parenti dispersi, mentre noi stessi ci sentivamo alla deriva. Ricordo bene quella notte. Mi sentivo orfano, volevo soltanto che una forza esterna mi facesse perdere conoscenza. Così, dimentico dello spazio e del tempo, avrei visto la mia tragedia ridursi in polvere ed essere spazzata via dal vento. Appena spuntò il sole, uscimmo di nuovo in strada e ricominciammo ad aspettare, ingannando il tempo con chiacchiere e sfoghi di rabbia, camminando avanti e indietro per la via, e sedendoci ovunque capitasse. Ci aggrappavamo alla smania di rivedere i nostri famigliari, all'autoinganno e alla pazienza. Venisse pure la tenda, purché fossimo di nuovo tutti insieme. Arrivò di nuovo la sera, e a quel punto avevamo ormai abbandonato ogni contegno. Sembravamo pazzi, parlavamo da soli e imploravamo ogni potenza visibile e invisibile perché ci facesse rivedere i volti dei nostri cari, tirandoli fuori dal ventre della guerra, come il mare restituisce le barche ai pescatori dopo la tempesta. Erano quasi le otto di sera quando in fondo alla strada comparve mio fratello Hassan con in braccio il figlio 'Alī, e dopo di lui Muhammad, e dopo ancora zia Rajā', con le due figlie. Appena ci videro, la paura che avevano accumulato in quei giorni venne rilasciata tutta d'un colpo [...] Piangevano furiosamente, e noi con loro, ululando gli uni agli altri come lupi feriti, tutti travolti da una sofferenza indicibile. Alla fine, crollammo a terra continuando a piangere. (pp. 132-133)


A cura di Claudia Consoli