Non sente di dover salvare nessuno, non ne è in grado, si sente paralizzato. Ha la vaga speranza di poter creare un nuovo mondo in cui vivere, dove le cose sono perfette. La realtà la conosce, però, ed è sporca, fatta di conflitti. […] gli sembra di rivivere il male negli occhi di Malik, la nebbia di Rio, di respirare l’aria che respirava quella bestia di suo padre. I demoni da affrontare gli si ripresentano. Monia quella mattina ha chiamato di nascosto dalla sua cameretta e ha detto «Venite subito, mi fanno paura». (p. 57)
Cosa accade quando chi dovrebbe proteggerci è il primo a farci del male? È possibile liberarsi dai segni che la violenza ha lasciato di noi e ricominciare a vivere? «La realtà la conosce, però, ed è sporca, fatta di conflitti» (p. 57). Forse è questa la frase che meglio restituisce il cuore de La nebbia di Rio di Sarvish Waheed. Una frase che arriva nella prima parte del romanzo, senza enfasi, ma che riassume tutto il romanzo: le violenze domestiche, i padri assenti o autodistruttivi, le amicizie tenaci, i traumi che continuano a riaffacciarsi quando sembrano ormai sepolti.
La storia prende avvio quando Raja, giovane pakistano cresciuto a Rio Saliceto, riceve un messaggio da Laura. La ragazza è preoccupata perché Giacomo, loro compagno di scuola e suo compagno nella vita adulta, è sparito da ore senza dare notizie. Da questa ricerca prende forma una narrazione che procede su più piani temporali, alternando il presente ai ricordi dell’infanzia di Raja. Attraverso questi continui ritorni al passato, Waheed racconta il senso di estraneità vissuto dal protagonista: i vestiti consumati, l’assenza di videogiochi, vacanze e settimane bianche, la scoperta di abitudini familiari diverse quando entra nella casa di Giacomo, figlio di un banchiere e di una casalinga. Ma soprattutto emerge il confronto con una figura paterna lontanissima dall’immagine rassicurante che Raja vede negli altri bambini. Malik è «il suo segreto più sporco» (p. 165), una presenza brutale, capace di trasformare la casa in un luogo di paura e di violenza per Raja e per sua madre Samina. Dopo essersi trasferito a Reggio Emilia, dove trova lavoro in una cooperativa e tenta di costruirsi una nuova esistenza lontano dalla “nebbia” di Rio, Raja continua a fare i conti con quel passato. Particolarmente interessante è la parentesi del viaggio in Pakistan insieme alla madre: a Lahore il protagonista scopre quanto sia ormai distante, culturalmente ed emotivamente, dal mondo delle proprie origini e quanto sia difficile comprendere la fedeltà che Samina continua a nutrire nei confronti del marito. È qui che il romanzo mostra con maggiore forza come la violenza non distrugga soltanto i corpi, ma alteri anche i legami affettivi e la memoria di chi la subisce.
Raja vorrebbe prendere la madre da parte, dirle che è tutto sbagliato, lei, il loro rapporto ora […]. Vuole prendere sua madre a schiaffi, svegliarla da un sonno che dura da anni, ricordarle le cicatrici sugli stinchi, sulla fronte, ricordarle che è quasi morta, uccisa dall’uomo per cui ora porta il lutto. (p. 131)
La “nebbia” del titolo non è un’immagine narrativa, ma una presenza che avvolge i personaggi e ne condiziona le esistenze, è il nome di un male che si respira e si porta dentro, è il male negli occhi di un padre violento. Nella citazione scelta in apertura, Waheed concentra molti dei temi fondamentali del romanzo: il desiderio di costruire un mondo diverso e l’impossibilità di sottrarsi completamente alle proprie ferite, la tensione tra speranza e disincanto, il peso di una realtà che non concede facili consolazioni.
Ciò che colpisce maggiormente, però, non è tanto la materia narrata quanto il modo in cui viene raccontata. Waheed affronta temi che potrebbero facilmente scivolare nel melodramma, ma sceglie una strada diversa. La sua scrittura è sorvegliata, precisa, capace di evocare la violenza senza indulgervi, e nonostante ciò il dolore arriva come una stilettata nella coscienza di chi legge.
La nebbia di Rio è anche un romanzo sulla solitudine, perché non ci si sa salva se non da soli. Gli amici possono esserci, ma non bastano; gli affetti sono fragili e gli adulti spesso falliscono il proprio compito. Ognuno è chiamato a confrontarsi da solo con i propri demoni. È una visione severa, a tratti spietata, ma che il romanzo restituisce senza cinismo.
Raja non lo sa. Non gli interessa, ha sempre vissuto le cose che gli sono accadute senza farsi troppe domande. Ha sempre pensato che fosse normale, necessario, naturale avere qualcuno che gli parlasse vicino, in attesa della fine dei giorni. Non importa nulla tuttavia, adesso, ora che suo padre è tornato a scombinare le carte in tavola e si è preso il posto da protagonista, ancora una volta con prepotenza. Anche da morto torna a pretendere paure, dubbi, tempo. Ed è ancora nel tempo che Raja rivede sua madre, in quello che sta finendo e in quello che le rimarrà, lei che dice che solo la famiglia è importante, eppure una famiglia, loro, non lo sono mai stati. Raja non ha memoria di cene intorno al tavolo come faceva la famiglia di Giacomo, come Giovanni faceva con Laura. Perché sua madre dica così proprio non lo comprende, non capisce qual è l’archetipo sul quale Samina si stia basando per dire quella cosa. Famiglia disintegrata, semmai. Famiglia abusiva, marito violento, figlio timido, parole strozzate, abbracci non dati. Legami di sangue che tradiscono, padre che strangola la prole, che per poco non uccide la moglie. Pensa a sua madre, nella nebbia del paesino, che cammina verso la fine dei suoi giorni ancora legata a un matrimonio farlocco, senza amore, in cui lei stessa ancora oggi ripone una vana speranza di perdono. La famiglia è la cosa più importante. Che ne sa, sua madre, che oggi parla con la saliva amara, di che cosa sia una famiglia, di che cosa possano essere gli amici. (pp. 94-95)
La nebbia di Rio è un romanzo che non offre redenzioni facili né rassicurazioni e probabilmente coinvolge proprio per questo motivo. Si esce dalla lettura con la sensazione di aver attraversato un paesaggio umano difficile e crudele, ma raccontato con una voce autentica e una notevole maturità narrativa.
Marianna Inserra
