Un cespuglio che viaggia trasportato dal vento, un racconto di autodeterminazione vegetale ironico e profondo


Il cespuglio
di Dario Voltolini
Aboca, aprile 2026

pp. 112
€ 15 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

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Sono disperata perché vedo che il frattale verdastro si è impantanato nel suo ragionamento del cavolo da cui non so se uscirà. Purtroppo a me interessava precisamente la questione del visibile che diventa invisibile, del tangibile che diventa intangibile, del pieno che diventa vuoto, perché così mi sento fatta, così voglio capire come sono fatto, cespuglio senza valore pieno di semi. Spero che si riprenda, magari gli faccio una domanda diretta. Ecco che forse mi viene a galla, ecco che la domanda riguarda il vuoto che sento dentro di me, che ho dentro di me, che è parte di me insieme con le pagliazze e le semenze che si vedono rotolare quando mi muovo - il vuoto no, non si vede. Ma riuscirei a rotolare se non fossi fatta anche (forse soprattutto) di vuoto? Cavolo che marcisci come tutti noi anche se chissà perché tu così intatto insieme con noi capitati qui per caso come me o buttati via come questi altri poveracci, hai qualcosa da immentare sulla questione del vuoto/pieno? (pp. 65-67)

Il bosco degli scrittori è una collana di Aboca che chiede ad alcune delle penne più importanti del panorama letterario italiano di scrivere un romanzo, un racconto o una novella che abbiano al centro un albero. Storie che raccontano il mondo a partire dalla natura, da voci che non siano - per una volta - umane, e che ci permettono di slittare il punto di vista di una narrazione verso protagonisti altri.

Penso ad esempio ad Antonio Moresco con il suo Canto degli alberi, oppure a Raffaella Romagnolo con Il cedro del Libano (vincitore del premio Campiello Natura). Dario Voltolini, reduce da una finale allo Strega 2024 con Invernale, edito da La Nave di Teseo, sceglie di dare voce a un peculiare "tipo di albero", un cespuglio. Forse unico nel suo genere, perché non ancorato al terreno, il nostro bizzarro protagonista ricorda quei covoni di paglia che rotolano silenziosi e un po' inquietanti alle spalle dei pistoleri nei film western, oppure i rotolacampi iconici che segnano un particolare momento di impasse o di disagio o ancora di comicità sottile.

Il cespuglio, e nostra voce narrante, affronta un viaggio: è nella sua genetica, nella sua natura, rotolare altrove, non restare agganciato al terreno come la maggior parte degli altri cespugli e alberi, e per questo ha una notevole libertà di azione, di sguardo, perché può letteralmente viaggiare. Così fa quello di Voltolini: partendo da un deserto americano, rotola portato dal vento - il suo migliore e peggiore amico - incontrando nel suo cammino altri protagonisti vegetali, dapprima un cactus barile, poi un sommacco, delle verdure buttate nell'immondizia, un cavolo romano, un'alga marina, il misterioso Pando - che si autodefinisce l'albero più grande al mondo - e infine un cardo del deserto.

Ognuno di questi vegetali intreccerà col nostro cespuglio una conversazione, a volte frivola, ma per la maggior parte profondamente filosofica.

Ma senza l'ape, senza il colibrì, il pipistrello, il lemure ma soprattutto il vento che arriva dal vicolo come quei due, o da dietro, o dall'alto, io né posso impollinare né essere impollinata come pianta monoica... e poi, dove va a finire il mio seme? lo appena mi si cita il vento mi prende una specie di superbia, di senso di superiorità rispetto a tutte queste piante fisse nel terreno, i sicomori che si sentono tanto fichi, i castagni finti umili, le magnolie che sanno di limonata, tutti quei caffè sputati dalle scimmie o che sperano in qualche bestia che si mangi il seme e vada a cacarlo un po' lontano, io, che loro tanto snobbano, con quel cicaleccio malvagio da comari di provincia di pianura perennemente frusciato nelle fronde al mio riguardo, io perdio mi muovo, mi sposto! E ok che non sono io a decidere dove andare, ma vado, e loro lì, a lasciar cadere quando va bene un frutto che si sfracella per terra richiamando spatasciato schifose mosche e calabroni scemi. (p. 20) 

Tra disquisizioni sull'identità, sulla libertà, sull'immagine di sé, sulla vita e la morte, il cespuglio si domanda anche della sua stessa natura: è un pieno fatto di vuoto, o un vuoto fatto di pieno, e la differenza tra vuoto e nulla qual è? Deve ringraziare proprio il modo in cui è fatto se può muoversi, ma questa sua fisionomia - diciamo così - porta a galla dei quesiti di tipo esistenziale, soprattutto quando si confronta con altri vegetali diversi da lui (o lei, nel testo il cespuglio si riferisce a se stesso sia al maschile che al femminile). 

A raccordare lo spirito pensoso del cespuglio c'è un tono ironicamente caustico: il protagonista paglioso è divertente, spigliato, autoironico, e in molti passaggi fa davvero ridere. Il suo è un sarcasmo famigliare, come se a parlarci fosse uno zio un po' burbero che, sotto sotto, è un cuore di panna. Fa tenerezza nel suo rotolamento, fa sorridere quando dice parolacce, e anche un po' commuovere quando cerca di capire cose più grandi di lui. 

La lingua di Voltolini è stupenda: i sinonimi di cespuglio sono tra i più fantasiosi e divertenti - pagliume, pagliazza, siepazza, algume - e lo stesso principio viene applicato anche alla genesi di altre parole che, mi risulta, non esistono: "ecceteroso", "equoreo", "quarzolina", "fluttuerina". 

Con la sua maschera di caolino con i baffi e il sorriso stirato in su e l’occhio sinistro nervosissimamente chiuso come per sottolineare con esclamazioni quello che diceva, la sua mosca unita folta al pizzetto, la bombata frontale lucida e lampadinesca, il ganglio della forza rossa aveva più superfici una sull'altra di un cavolo verza, potevi svelarlo sfogliandolo all'infinito e non raggiungevi nulla. La maschera era il volto e viceversa, come in un incubo nipponico. Infilò l'ago della sua protervia nel vuoto portatore della forza nera dicendo che lui e come lui tutti loro della forza nera - rizomi! tuberi! - avevano l'estremo gravissimo difetto di sognare in qualche modo il futuro, persino fanciullescamente in modo fascinoso, ma di essere talmente inaderenti al presente, come se questo aspetto del tempo per loro non esistesse, non fosse degno di esserci, che quindi adesso come adesso per forza non potevano davvero pensare di esistere loro stessi! Il vuoto nero tornò in albergo. Poi tornò a casa. Dentro quella storia che le voci cantando hanno raccontato alla bambina che ondeggia insieme alla spiga, che ondeggiava. Che aveva ondeggiato. Che ondeggerà, ma chissà quando nuovamente, benché sicuramente. (pp. 25-26)

A un certo punto del suo viaggio, il cespuglio si ritroverà incastrato a una turbina in una nave-cargo che viaggia verso la Giordania. Tutto il suo discorso con le alghe marine, impossibilitato a muoversi e perciò in ansia, mi hanno tanto ricordato le istanze contemporanee che trattano i temi della libertà, del movimento, di ciò che possiamo o non possiamo fare, autorizzati da poteri che non vediamo e che, però, scelgono al posto nostro (proprio come il vento).

Mi sono molto divertita a leggere Il cespuglio, e mi ha fatto anche riflettere: Voltolini ci instilla il dubbio che, come essere umani, non siamo i soli ad avere la capacità di pensare, di scegliere, e di fare ragionamenti complessi. Se poi a parlare è una fragile palla di fieno e rami, la dolcezza si moltiplica.

Deborah D'Addetta