di Susie Boyt
Bollati Boringhieri, 2026
Ero persa con lei ed ero persa senza di lei; annaspavo, affogavo, affamata, svilita; per questo poi era strano sentirmi acclamare a scuola come la paladina delle teenager sofferenti. C'è chi vive una doppia vita, non è così raro, ma riuscire a essere veramente brava e veramente pessima contemporaneamente aveva del grottesco. (p. 59)
Una madre e una figlia: quanto può essere difficile questo rapporto? Se tra di loro si frappone la dipendenza dalla droga, tutto si complica, ma non per questo Ruth disconosce Eleanor. Anzi. Ruth, protagonista del delicatissimo Ti voglio bene, mi manchi, è una donna forte, abituata ad aiutare gli altri, in quanto insegnante; eppure si sente una madre fallita, perché rifiutata, continuamente allontanata da Eleanor. Lei, madre single che si è dedicata completamente alla famiglia, ha percepito un terribile strappo quando Eleanor ha compiuto tredici anni: si è rotto qualcosa nel loro rapporti, la figlia si è staccata brutalmente da lei, mettendo in crisi ogni convinzione di Ruth, a cominciare da quella di saper parlare con le adolescenti. La guerra quotidiana in casa ha portato sofferenze, accuse, sensi di colpa, e Ruth ha iniziato a camminare in bilico su un filo sottilissimo:
Mi ero abituata a parlare e agire con estrema cautela. Ferita e supplichevole, sapevo che i miei pensieri potevano esplodermi contro. Che fossi contenta di lei o sconsolata poco importava, lei mi trovava comunque insopportabile. Davvero non avevo idea di cosa fosse giusto, e tanto meno accettabile. (p. 47)
Nonostante tutto, Ruth c'è, e nelle prime pagine di questo romanzo – il primo di Susie Boyt tradotto in Italia – troviamo una protagonista ormai avanti negli anni, eppure piena di energia: credere di avere una seconda chance è quello che le serve per crescere al meglio la figlia di Eleanor, Lily. Perché la piccola stia con lei e quale rapporto le leghi ancora a Eleanor, è tutto da scoprire in questo romanzo familiare caratterizzato da una grandissima umanità.
Benché non si parli quasi mai di fede, Ruth può essere vista come l'incarnazione dei valori cristiani: disposta a porgere l'altra guancia in ogni situazione, ad accantonare la sua vita per concentrarsi sulla figlia e sulla nipotina, è un esempio di carità e devozione alla famiglia. Viene però da chiedersi in più situazioni: come può Ruth non esplodere? A furia di continuare a donare sé stessa agli altri, a svuotarsi di parti di sé e ricevendo in cambio ben poco da Eleanor, è sano continuare ostinatamente a restare?Nell'incontro tenutosi il 16 maggio al Salone del Libro di Torino, Susie Boyt ha raccontato a Matteo B. Bianchi proprio questo: essere una madre va oltre, oltre la frustrazione, la fatica, i rifiuti; oltre la razionalità, insomma. Ruth, per quanto sia «una madre a senso unico» (riprendo la felice espressione usata da Matteo B. Bianchi), continua a vedere Eleanor come una persona, non la etichetta come drogata ma la rispetta, e non prova rabbia nei suoi confronti. Impara anzi ad accettarla, si preoccupa per lei ma non la forza più. E quando si vedono, prova a invogliarla a mangiare qualcosa: in effetti, c'è un sacco di cibo in questo romanzo, simbolo di un accudimento essenziale, ma anche di una coccola, perché Ruth cucina sempre qualcosa che possa stimolare l'appetito scarsissimo di Eleanor. E le rare volte in cui Ruth va da lei e le viene aperta la porta dopo lunghissimi tempi di attesa, l'aiuta a ripulire la casa, luogo di passaggio per amici altrettanto disperati. Di tanto in tanto Ruth le allunga denaro, anche se è decisamente sconsigliato, ma non riesce a pensare che la figlia viva in continue privazioni. Non sa cosa pensi Eleanor, né cosa provi. Quella è una parte privatissima, che Eleanor difende con silenzi ostinati, per cui Ruth smette di chiedere.
Come precisa l'autrice, Eleanor non agisce molto in scena, e quando c'è è spesso silenziosa: ha pensato che fosse più potente raccontare la sua assenza e quanto risuona la sua presenza muta in chi la ama. «Volevo raccontare l'equilibrio quotidiano tra tristezza e speranza», dice Boyt, e in effetti questo romanzo ha dei lampi di luce e di gioia, quasi come se il sole filtrasse all'improvviso, in modo del tutto imprevedibile, tra nuvoloni scuri. Lily è senz'altro l'origine di questi sprazzi di felicità: è consapevole fin da piccolissima dei sacrifici che la nonna fa per lei e per Eleanor, e le dona amore incondizionato. Come avrà modo di dire Jean, una collega e amica di Ruth, a proposito di Lily: «Vedo una ragazzina che sa che la vita è una faccenda seria, forse con qualche anno di anticipo per la sua età» (p. 114).
Non sorprende che questo romanzo, pieno di forme d'amore, abbia spinto tanti lettori a scrivere all'autrice, ringraziandola per la storia che ha creato, vero supporto per tanti nonni che, come Ruth, si sono trovati a crescere i nipoti al posto dei genitori.
Ma anche chi non fosse interessato a temi come la maternità o le dipendenze può trovare in Ruth, in Eleanor, in Lily (e nei tanti altri personaggi che entrano ed escono) tante forme di comprensione, di ascolto e di dedizione agli altri. In questo senso, Ti voglio bene, mi manchi è uno straordinario rimedio contro l'egoismo e l'individualismo che talvolta trovano spazio anche tra le mura domestiche.
GMGhioni

