Il freddo di quella sera si sposava perfettamente con la parola che aveva scelto insieme a papà l'estate prima. Era stata un'idea del poliziotto che era venuto all'asilo per metterli in guardia dalle persone cattive, da chi vuole fare del male ai bambini. Il poliziotto aveva suggerito a bambini e genitori di scegliere una parola d'ordine, che solo la famiglia doveva conoscere. (p. 23)
L’internato di Sebastian Fitzek è forse uno dei libri più duri dello scrittore, tratta tematiche non facili e lo fa con la maestria che contraddistingue l’autore tedesco. Il thriller, che è il terzo libro portato dall'editore Fazi in Italia (Dopo Portami a casa e Mimica), con la traduzione di Sveva Lizza, è già un successo e durante Il Salone del Libro, allo stand della casa editrice, in fila, tantissimi lo acquistano con convinzione e sperano di avere l'autografo dello scrittore sulla prima pagina e come sempre Sebastian Fitzek non si nega e accontenta tutti, con la sua disponibilità e il suo sorriso.
Da cosa dipende questo successo? Oltre alla trama, che è assolutamente ben congegnata, a colpire sono i colpi di scena, ben dosati e il grande approfondimento psicologico che lo scrittore dedica ad ogni personaggio. Come sempre l’autore cerca di farci entrare nel cuore degli eventi, proiettandoci fisicamente sulla scena e dando ai lettori la sensazione di guardare dall’interno la vicenda.
Trama. Il libro parla di crimini orrendi perpetrati su bambini da parte di uno psicopatico. Quando finalmente il killer viene catturato e internato in una struttura psichiatrica di massima sicurezza, mancano ancora delle risposte su alcune vittime. Sarà il padre di una piccola vittima a voler tentare il tutto per tutto, fingendosi affetto da patologia psichiatrica per avvicinarlo e farsi svelare la fine toccata al figlio. L’impresa è estremamente rischiosa perché solo il cognato poliziotto può aiutarlo e una volta dentro non sarà possibile provare la sua identità. La connivenza con una donna all’interno della struttura permetterà all’uomo di utilizzare un telefono cellulare con due numeri, quelli dello stesso poliziotto che lo ha inserito nella struttura e quella del notaio che può provare la sua vera identità.
Ovviamente le cose saranno più complicate del previsto e la vicenda assumerà dei risvolti impensabili, che porteranno alla verità, che sorprenderà i lettori, su questo non c'è dubbio. La vera domanda su cui insiste il libro, confermata dallo scrittore al XXXVIII Salone del Libro, in occasione di un’intervista esclusiva, ruota attorno al nucleo della verità, di ciò che siamo disposti a fare per trovare qualcuno che ci è caro o sapere cosa gli è successo.
"Per me il primo impulso arriva quasi sempre dalla vita reale.
Nel caso de "L’internato", tutto è nato da una conversazione con alcuni poliziotti fuori servizio. Stavano parlando di un caso molto noto in Germania, che aveva sconvolto molte persone: alcuni bambini erano scomparsi ed erano poi stati ritrovati morti. I corpi erano stati trovati perché l’assassino aveva indicato alla polizia dove cercarli.
Una volta arrestato, però, l’uomo ha smesso di parlare. I poliziotti dicevano di essere convinti che avesse ucciso anche altre persone, ma non potevano trovare le altre vittime perché lui non rivelava più nulla. Non avrebbero trovato nemmeno le prime se non fosse stato lui stesso a indicare il luogo in cui si trovavano i corpi.
Da lì ho cominciato a pormi una domanda: che cosa farei io, come padre, se mio figlio fosse scomparso e sapessi che un assassino conosce la verità ma si rifiuta di parlare? Vorrei sapere a ogni costo che cosa è successo? Cercherei di avvicinarmi a lui, di farmi dire qualcosa, di ottenere anche il più piccolo dettaglio?
Il romanzo nasce da questa domanda: vuoi davvero conoscere la verità, anche se potrebbe essere la cosa più dolorosa? Oppure preferisci restare nel dubbio, perché il dubbio lascia ancora spazio alla speranza?"
Il confine tra lucidità e follia è spesso sottilissimo. Che cos’è, per lei, la follia? Una perdita di controllo, una deformazione della realtà o talvolta persino un modo diverso di sopravvivere?
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| Sebastian Fitzek e Samantha Viva |
"C’è una definizione famosa secondo cui la follia sarebbe fare sempre la stessa cosa aspettandosi ogni volta un risultato diverso. Ma per me l’aspetto davvero interessante è un altro: è molto difficile stabilire che cosa sia vero e che cosa non lo sia.
Il nostro cervello interpreta continuamente la realtà. Non abbiamo mai accesso a una realtà “pura”, ma solo a una sua interpretazione. Anche cose apparentemente semplici, come i colori o i suoni, possono essere percepite in modo diverso da ciascuno di noi. Io non posso sapere esattamente come un’altra persona vede un colore, né come sente un suono.
Questo rende il concetto di follia molto soggettivo. Proprio perché la realtà passa sempre attraverso il filtro del nostro cervello, diventa complicato dire con certezza che cosa sia normale e che cosa non lo sia."
I personaggi sembrano muoversi come tessere di un meccanismo perfetto, ma allo stesso tempo hanno ferite e voci molto riconoscibili. Quanto lavoro autonomo fa sulla psicologia di ciascun personaggio prima di inserirlo nell’ingranaggio narrativo?
Ci sono alcune domande fondamentali che mi pongo per ogni personaggio. La prima è: qual è la sua motivazione? Che cosa vuole ottenere? Che cosa sta cercando di raggiungere?
Poi mi chiedo quale maschera indossi. Ogni personaggio mostra qualcosa di sé, ma spesso nasconde qualcos’altro. La maschera è ciò che usa per proteggersi, per presentarsi agli altri o per evitare di affrontare una verità.
Infine mi interessa capire come cambia durante il viaggio narrativo. Alla fine del romanzo indossa ancora quella maschera? Oppure è costretto a perderla, a rivelarsi, a confrontarsi con ciò che cercava di nascondere?
Per me il viaggio interiore del personaggio è più importante del viaggio esterno. La trama conta, certo, ma ciò che rende davvero vivo un personaggio è il suo cambiamento."
Lei è uno scrittore molto conosciuto in Germania, ritiene che ci sia differenza tra quello che si aspettano i lettori tedeschi e quello che le chiedono i lettori italiani?
"In realtà non vedo grandissime differenze. Penso che ogni lettore, in fondo, voglia essere sorpreso.
A volte le persone entrano in libreria e chiedono un libro simile a qualcosa che hanno già letto e amato.
Cercano qualcosa che corrisponda alle loro aspettative. Ma la verità è che spesso i libri che ci restano di più sono proprio quelli che non ci aspettavamo.
Tutti abbiamo avuto l’esperienza di un libro che magari abbiamo evitato per un po’, o che non eravamo sicuri di voler leggere. Poi gli abbiamo dato una possibilità e siamo rimasti sorpresi, chiedendoci perché non lo avessimo letto prima.
Credo che i lettori cerchino proprio questo: essere sorpresi. In Germania forse il rapporto è un po’ diverso, perché i lettori conoscono meglio tutta la mia opera e hanno letto più miei libri. Ma alla fine il punto è lo stesso: bisogna scrivere un libro che interessi davvero anche all’autore.
Se scrivi un libro solo perché pensi che possa funzionare, ma non perché interessa davvero a te, allora manca qualcosa. Il lettore lo sente."
Intervista e foto a cura di Samantha Viva. Si ringrazia l'Ufficio Stampa di Fazi per la disponibilità.



