Storia e geografia dei delitti che hanno insanguinato Milano
di Giuseppe Paternò Raddusa
Utet, febbraio 2026
pp. 240
€ 20 (cartaceo)
€ 11.99 (e-book)
Giuseppe Paternò Raddusa, scrittore e sceneggiatore, autore del podcast di successo Demoni urbani, da cui è anche stato tratto un libro, realizza un’opera interessante e molto dettagliata, che ha la valenza di un vero e proprio atlante ma lo stile narrativo di un romanzo thriller.
Ritmo incalzante e stile affilato per segnalare luoghi e persone; seguendo le linee guida di questo manuale si incrociano i destini dei criminali e delle vittime e si tracciano i segni che hanno spinto verso il male la città, con varie fasi e vari moventi, economici o contingenti.
Si parte dalla “Mala”, raccontandola attraverso gli eventi che si snodano da Largo Zandonai, con il folle inseguimento della banda Cavallero del 25 settembre 1967, dopo la rapina al Banco di Napoli, si prosegue con Piazza Vetra, luogo dell’esattoria civica assaltato da Renato Vallanzasca e i suoi, nel novembre del 1976. Si arriva infine al ristorante la Strega di via Moncucco, il 2 novembre del 1979, luogo della strage voluta dagli uomini di Epaminonda per prendere il potere della droga, strappandolo a Francis Turatello e diventare il capo indiscusso, il Tebano che con i suoi Indiani ha messo a ferro e fuoco la città, per poi pentirsi e mandarli tutti in galera, finendo i suoi anni sotto la protezione dello Stato e con una nuova identità.
Vallanzasca, Epaminonda, Turatello e le loro bande non sono figure da leggenda urbana, ma ingranaggi di una stagione feroce, dove il carisma criminale è sempre inseparabile dalla brutalità, dal sangue, dall’interesse economico.
Seguendo le vicende che si snodano per i capitoli, non in un ordine strettamente cronologico, ma privilegiando l’approccio urbanistico, che ha trasformato man mano le periferie, spesso riqualificate o i quartieri, che cambiano volto e reputazione, oppure cristallizzando alcuni nomi e contesti con etichette che restano senza possibilità di redenzione, diventano visibili le fasi che hanno permesso la nascita di vari fenomeni criminali e una certa trasversalità del fenomeno, che non può lasciar spazio a categorizzazioni sociali facili.
Milano nel corso del tempo ha conosciuto molti fenomeni criminali e tutti, senza distinzione di ceto, hanno coinvolto le varie fasce della città meneghina, sicuramente in base a possibilità, stato sociale o motivazione variabili, ma la fascinazione del male non ha predestinazione.
Inoltre questo libro indaga nel tempo nello spazio la mappa di un fenomeno che pur approdando a Milano è lo specchio del malaffare italiano. Così da quella che un tempo era considerata periferia ci si sposta nei luoghi della Milano bene, perché anche in coloro che hanno in mano i salotti più lussuosi della città e fanno parte delle famiglie industriali più in vista, la bilancia tra vizi e virtù pende dalla parte dei primi e non mancano i cultori del crimine o gli esecutori di rapimenti e assassinii.
Da Corso Magenta, passando per l’Idroscalo e arrivando in via Corridoni la musica non cambia, che sia con pistola o coltello, anche nel mondo blasonato ci si sporca le mani di sangue; proprio quando la prima e sanguinosa stagione dei crimini per il controllo della città sembrava finita, ecco che gli anni Ottanta portano nuove mode e nuovi modi di entrare in collisione con il male.
Nel 1984 le mani sulla città le hanno messe anche altri personaggi oltre agli yuppies: agenti di cambio, stilisti, fotografi, imprenditori e seduttori che ormai si fanno chiamare “playboy” cavalcano un nuovo immaginario: quella di una città che si erge, scintillante e frenetica, come nuova capitale d’Europa. (p. 55)
Poi ci sono i Cold Case, che hanno lasciato una scia di sangue e misteri, senza arrivare mai a nessun colpevole e lasciando parenti e amici nella frustrazione dell’irrisolto. Ne viene ricordato uno del 1948 in Viale Zara e due degli anni Settanta, che proprio per la loro efferatezza hanno colpito l’opinione pubblica dell’epoca. Nati da un disagio, da una doppia vita o dalla furia di chi non accetta un diniego o non vede di buon occhio una relazione omosessuale, lasciano presto spazio all’oblio “Sul palcoscenico di una città che non è più la stessa, e che pare allergica ai ricordi” (p.119).
Non mancano i delitti a domicilio, per spartirsi eredità o lasciti, per sporcare ancora di più la fama di quartieri come Quarto Oggiaro con femminicidi travestiti da improbabili suicidi, come quello di Graziella Girgenti o per iniziare il lungo iter di un serial killer malato di “troppo amore” nei confronti delle sue vittime.
Mostri da prima pagina e delitti politici chiudono questo atlante in cui il crimine non è mai solo questione di periferie degradate o destini al margine. Il capoluogo lombardo, più di altre città, ha costruito la propria identità sulla velocità, sull’efficienza, sulla capacità di ricominciare. Ma proprio questa corsa in avanti rischia di lasciare indietro i fantasmi. Il libro di Paternò Raddusa ha il merito di rallentare il passo, di fermarsi davanti ai luoghi e chiedere loro conto di ciò che hanno visto. Il lettore è trascinato dentro i fatti non perché il crimine venga reso seducente, ma perché diventa comprensibile nella sua rete di cause, luoghi e conseguenze.
Milano, nelle pagine di questo libro, non è solo la capitale dell’operosità, della moda, della finanza o della modernità italiana: è anche un archivio di ombre, un luogo in cui il male ha cambiato veste, ma non ha mai smesso di cercare nuove forme per manifestarsi. Raccontarlo significa allora restituire alla città non solo i suoi crimini, ma anche la responsabilità di ricordarli.
Samantha Viva
