La rabbia delle regine sconfitte: “Figlia dell’ultimo re” di Ornella Albanese




Figlia dell'ultimo re
di Ornella Albanese
Mondadori, marzo 2026

pp. 324
€ 20 (cartaceo)
€13,99 (ebook)

Figlia dell’ultimo re di Ornella Albanese affonda immediatamente il lettore dentro una dimensione di storica, quasi fiabesca. La caduta della dinastia sveva non viene raccontata attraverso il linguaggio distante della cronaca storica, ma attraverso il corpo e la mente di Beatrice di Svevia, figlia di Manfredi, costretta a vivere la disfatta politica come una lenta cancellazione di sé. Ornella Albanese sceglie una protagonista femminile spesso relegata ai margini della grande narrazione medievale e la trasforma in una figura potentissima. Beatrice non è soltanto una principessa imprigionata, è una giovane donna cresciuta dentro il trauma della sconfitta, educata al potere e poi privata improvvisamente di tutto: libertà, famiglia, futuro. Il romanzo colpisce soprattutto per il modo in cui la prigionia viene resa concreta, fisica, quasi sensoriale. Beatrice perde progressivamente il rapporto con la propria immagine, come se il tempo e l’isolamento la stessero consumando dall’interno: 

Capì cosa stava accadendo quando du troppo tardi. Scattò in piedi, ma la sua lunga treccia era già nel pugno di quella donna, recisa da un fulmineo colpo di coltello. «Maledetta!» Urlò. 
I lunghi capelli che piacevano tanto a suo padre. 
Hai capelli d'oro di una principessa, le diceva. (p. 79)

Il taglio dei capelli ai danni di Beatrice è un momento di catarsi, mostra tutta la perdita della sua identità, come un avvenimento metaforico e concreto che sancisce la perdita della sua libertà e della sua identità. I capelli diventano l'ultimo residuo della principessa che è e che non sarà più dal momento della reclusione. Quando la treccia viene brutalmente tagliata, Ornella Albanese descrive, tramite quel gesto fisico, una mutilazione simbolica della personalità di Beatrice. 

Abbassò lo sguardo sulla sua testa chinata. Aveva lunghi capelli di un biondo così chiaro che era difficile notare i pochi fili argentei. 
Sollevò il viso e le parlò:«Non immaginavo che foste ancora viva, mia signora.»
I suoi occhi avevano un'intensità che la colpì. «Alzatevi» gli disse, con lo stesso tono cortese che aveva udito da suo padre, tanti anni prima, in situazioni simili. «Chi siete?» Le sembrò di essere in una strana bolla di irrealtà. (p. 107)

Albanese, con la sua scrittura, raggiunge una forza impressionante proprio perché resta essenziale, trattenuta, mai melodrammatica. Tratteggia Beatrice come una creatura che ha appena compreso che il carcere non le sta soltanto togliendo il presente, ma anche tutte le vite possibili che avrebbe potuto vivere. La grande qualità del romanzo sta nel suo equilibrio continuo tra ricostruzione storica e introspezione psicologica. Il Medioevo evocato da Albanese è duro, violento, dominato da giochi di potere feroci, ma non perde mai la propria dimensione umana. Gli ambienti, i tessuti, le celle, la luce delle torce, gli abiti e persino il silenzio delle stanze diventano parte integrante della narrazione emotiva. Anche le figure storiche che attraversano il romanzo non appaiono mai decorative, ad ognuno viene concesso il suo spazio, il suo scopo e il suo senso all'interno del romanzo. Quando Beatrice incontra il vecchio falconiere legato alla memoria di Federico II e di suo padre Manfredi, il passato sembra riemergere improvvisamente dalle rovine della storia. 

Beatrice è sopravvissuta, ma il mondo ha quasi smesso di considerarla reale. Molto interessante è anche il modo in cui Albanese lavora sulla percezione del nemico. Per anni Beatrice ha immaginato gli Angiò come incarnazioni assolute della crudeltà e della potenza. Quando finalmente si trova davanti il principe angioino, però, qualcosa si incrina: 

«Mi hanno preparato alla vostra visita» disse il principe. Aveva la voce sottile e acuta, simile allo strillo di un gabbiano. «Ma certo non all'orrore che colgo nei vostri occhi». (p. 147)

È un momento fondamentale perché il romanzo mostra come l’odio costruisca il modo in cui i pregiudizi crollino davanti alla realtà concreta degli esseri umani. La rabbia di Beatrice attraversa tutto il libro, ma Albanese evita di trasformarla in un semplice motore narrativo eroico. È una rabbia che consuma, che deforma, che accompagna la protagonista fin dall’infanzia.

Eppure proprio dentro quella collera nasce lentamente una nuova consapevolezza di sé.
La sua crescita passa attraverso umiliazioni, ricordi, desideri di vendetta e improvvisi spiragli di tenerezza. La scrittura di Albanese mantiene sempre una forte eleganza narrativa senza perdere intensità emotiva. Il linguaggio è limpido, ricco di immagini evocative, senza eccedere, non diventa una prosa lirica. Ogni dettaglio è misurato, soprattutto quando riguarda il corpo femminile, continuamente controllato, osservato o punito dal potere. 

Figlia dell’ultimo re riesce così a riportare al centro una donna dimenticata dalla grande storia ufficiale e a trasformarla in una figura contemporanea. Beatrice di Svevia diventa il simbolo di tutte le identità costrette al silenzio, di tutte le vite sospese dentro una prigionia politica, familiare o emotiva. Rendendo, così, la storia di Beatrice umana andando oltre la mera ricostruzione storica, riportando alla luce prima di tutto la donna. 

Alessia Alfonsi