di Orazio Labbate
NNE, gennaio 2026
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D’altronde, noi tutti, discendiamo dalla crescente oscurità dei luoghi natii e dei loro membri, pertanto, u sacciu, proviamo struggimento davanti a compari prepotenti, sgarbati e viziati da disposizioni corporali animalesche. (p. 118)
È possibile che le proprie radici
e la terra da dove si proviene, che nell’infanzia ci ha nutriti e plasmati fino a renderci
ciò che siamo, resti così tanto impressa in noi da negare qualsivoglia tentativo di allontanamento ma, al contempo, rendersi leggibili anche tra le pagine di ciò che
scriviamo – anche quando sembra che tutto sia ormai dimenticato – ? La risposta
sembra affermativa per Orazio Labbate, classe ’85, nato e cresciuto a Butera,
nella Sicilia meridionale, palcoscenico dell’autore dentro e fuori le pagine di
Chianafera, suo ultimo romanzo e candidato al Premio Strega da Alberto
Casadei.
Oltre l'unica finestrella c'è l'immenso patrimonio del buio della campagna attorno a Riesi. (p 11)
Il romanzo si apre ex abrupto con un Orazio Labbate, «giovane uomo inquieto» (p. 73), rinchiuso nel manicomio della Madonna della Catena e in condizioni penose: è ferito, cieco e non ricorda perché si trovi lì.
Ci arrivai da solo, di notte, ne sono sicuro, perché folleggiava l'oscurità, più di quella della sera che è meno alta di sprezzo verso gli uomini, giacché a volte si fa bianca e tenera come il dentino traballante di una bimba. Giungevo da Butera con pochi vestiti, marginato e reietto alla vista, condito di una vistosa cicatrice all'occhio sinistro e un grappolo di capelli corvini cùrti. (p. 17)
Ma è tra queste mura che prende l’avvio
un romanzo pastoso, che lascia il lettore invischiato nella sua materia come
una sostanza appiccicosa, come la sostanza di cui sono fatti gli incubi, i
sogni febbrili che fanno svegliare di colpo, nel cuore della notte, sudati e sconvolti. E non si sa, è difficile da capire, se di un incubo si tratti o se è la realtà quella che vive l’Orazio
protagonista del romanzo, fondendo un gusto psicanalitico a un andamento gotico con una trama che, non seguendo la struttura classica del romanzo contemporaneo,
si muove attraverso simboli e archetipi.
All'interno del manicomio, in una
Sicilia in bianco e nero, tra figure enigmatiche come il custode Zino e il
falegname Stracquadanio, grazie all’aiuto di un diario di famiglia – potente come
un vero e proprio aiutante magico preso in prestito dal mondo delle fiabe –, regalatogli proprio dal falegname nelle
vesti – si potrebbe dire – di Caronte, Orazio cerca di risalire la china per tornare
a capire la realtà e la sua verità, lontano da ricordi deformati e distorti. Così grazie a questo diario, Orazio comprende la sua missione: deve compiere un parricidio, anch'esso ovviamente simbolico, per annientare il Padre e la Madre, intesi come
entità binarie e mostruose, simili al dio romano Giano, che intrappolano l'anima in cicli eterni di colpa e
inaridimento per spezzare, finalmente, la condanna secondo cui le colpe dei padri
ricadono, e sempre ricadranno, sui figli. Così Orazio incontra il sé di un’altra epoca nel
tentativo di crescere, uccidendo i propri genitori, la Medusa che ci inchioda,
in una vera e propria catabasi allucinante negli inferi del proprio passato. Il tutto proprio a Chianafera, luogo mistico che sorge ai piedi di Butera – che, alla lettera, significa piana della fiera – , rievocato da Chiara Nightingale, suo
vecchio amore.
I miei genitori, ricordo un po’ meglio, avevano un rapporto ipnotizzante con i miei nervi: esaminavano l’anima con decisiva malignità, come fossi un semplice sacco di farina che sale torreggiando verso il mulino a notte fonda. A me loro apparivano anime provvisoriamente composte in figure umane, consumati dai reami anteriori di Dio, rovinati e vecchi, panciuti di angoscia. Figuravano, tuttavia, nella mia immaginazione, altresì, come due esseri non distinti, personificavano un unico panico, un’unica oscurità. (p. 63)
Il romanzo si configura quindi
come un'autobiografia proiettata nella dimensione del mito, dove l'approdo all'età adulta non
avviene per via cronologica, ma concentricamente attraverso il sacrificio e il confronto
violento con i fantasmi del passato e della famiglia, spezzando, finalmente, il ciclo di questo eterno ritorno dell'uguale che altro non è che un trauma generazionale mai veramente guarito. E simbolico è anche il
suo essere cieco: i profeti, i cantori nell’antichità, come Tiresia o Omero, lo
sono sempre e deve esserlo anche lui per raccontare un’autobiografia mitologica, dove la cecità e l’amnesia diventano metafora di una frattura interiore, di una
coscienza che ha perso il contatto con le proprie radici.
Mi bastava un occhio, uorbu io da una parte, per riversarci dentro la tenebra oblunga che mi attendeva. (p. 71)
In un romanzo come Chianafera,
che si ama e si odia allo stesso tempo, niente è lasciato al caso, neanche la
lingua, che mescolando l’italiano più colto a dialettalismi puri, si fa
metafora di un nucleo atavico, quello afferente alla sfera familiare, in uno
stile barocco e viscerale come solo i racconti che parlano del proprio intimo
sanno fare e molto lontano dall’immaginario classico della sua regione, la
Sicilia, raccontata in modo sempre troppo bidimensionale. Ne emerge un libro perturbante e feroce, perfetto per chi ama opere in grado di stupire e sovvertire i canoni classici
della narrativa.
Corinna Angelucci
