La nave di Teseo, 2026
pp. 270
€ 20,00 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)
È stato grazie a una bambina che ho conosciuto Mauro Covacich: Fiona era la protagonista silenziosa, renitente e quasi inaccessibile, dell’omonimo romanzo, uno di quelli che ho più amato nella produzione dell’autore. Ritrovarlo ora qui, con Lina, innesca strani cortocircuiti nella mia mente.
Anche perché la storia preferita della piccola è quella del lupo e
la gallina, della zuppa di sasso che
unisce e poi malinconicamente congeda, narrata e illustrata da Anaïs Vaugelade, con cui l’autore
conversava al festival Tocatì di Verona, in un ormai lontano 2018.
In Lina e il sasso, già
si intuisce, si può ritrovare il gioco
di specchi a cui Covacich ha abituato i suoi lettori, pur in un cambio
inconsueto di prospettiva. Tutto è infatti riferimento,
allusione, gioco inter- e intratestuale.
C’è, tra le pagine, un personaggio graziato dalla malattia, un
tempo uno «scrittore con gli addominali»
(p. 39), che appare ormai appesantito dalla
vita, spento, e non si sa scriva
ancora, o se il suo non sia solo un richiudersi, in casa quanto in sé stesso;
c’è però anche un io autoriale, che
fa capolino a tratti e dialoga col lettore, che si presenta non solo distinto dal personaggio, ma fallibile, parziale, solo in minima
parte in grado di accedere alla sua interiorità o di controllarne l’agire («Max non mi è facile capirlo, non riesco a
entrare nella sua testa. Talvolta mi sembra l’incognita con cui si conclude il
suo nome», p. 43). Esiste dunque una
essenza intima, autonoma, del personaggio che esula da quella del suo
creatore. O forse il personaggio non ha creatore, esiste di per sé, e ciò che
si può fare è solo affiancarlo,
guardarlo non dall’alto ma da vicino, nel suo procedere a tentoni. O, magari,
al contrario, l’autore è la voce che parla da dentro il personaggio e lo spinge
ad agire contro se stesso, la «forza
oscura», il «suggeritore invisibile»
che gli “[mette] in testa [le] parole»
(p. 253, 254), e che all’ultimo però lo lascia solo, senza assumersene la
responsabilità, per vedere fin dove può arrivare – dove lo condurrà il suo inquieto andare.
In Lina e il sasso c’è
anche la periferia romana, lo «sprofondo» (p. 67) con il suo impasto di vita e degrado, la varietà umana brulicante e spesso scontenta
che la abita.
E poi le donne, che
nell’opera di Covacich sono (o diventano) sempre protagoniste. La compagna di
Max, Elena, e l’ex compagna, Carlotta. Carlotta, che lui ha lasciato dopo quindici
anni e che consuma un’età non più giovane inseguendo i piaceri del suo corpo, riscoperto
vibrante e senziente, strumento di
ancoraggio a un mondo che corre a una velocità diversa dalla sua; e Elena,
che si trova accanto un uomo che non riconosce e che non la guarda più, che non
ha il coraggio di dire a se stessa la propria insoddisfazione, ma che vomita
ogni giorno, letteralmente, il suo malessere. Ci sono anche la madre di Elena,
ormai su quel confine incerto tra la
malattia e la morte, in cui la vita balugina ancora, a tratti più intensa
che mai, e Lina, intorno a cui tutto ruota. È lei, l’elemento nuovo, o forse
antico. Lina è irriducibile a qualsiasi categoria o definizione. Lina sfugge all’etichetta
che la vorrebbe prigioniera, Lina è la più sana di tutti (o forse è l’unica a
esserlo). Lina innesca, accende. L’energia
che la anima le appanna gli occhiali, la scompiglia tutta. È un po’ innocente, un po’ profetessa.
Lina insegna, senza volerlo, l’amore e lo sguardo. Per questo la sua
sola presenza riscuote coloro che la circondano. Max, che ha con lei un
rapporto eletto, che la madre un poco invidia, la accompagna a casa da scuola e
fa diventare il breve percorso un viaggio
di crescita e scoperta. Condivide con lei ciò che ha imparato a sua volta
nell’osservare il reale senza
pregiudizio.
Lo scrittore, fuori e dentro il romanzo, è il filtro del mondo, un ritrattista che tratteggia a parole e canta il poema di un’umanità marginale,
in bilico tra disperazione e ricerca di
senso. Il suo ruolo è portare alla luce ciò che è nascosto, immergersi – e chi
abbia letto il libro saprà quanto fondamentale è questa operazione – nella
melma del mondo.
Anche Elena è a suo modo così, sfiorata dalla rivelazione, fragile, ostinata; sente che qualcosa è a portata di mano, una verità che stenta a palesarsi, un segreto che per una qualche misteriosa forma di giustizia dovrebbe, prima o poi, palesarsi. Lo cerca quindi nel corpo ferito di sua madre, negli occhi rotondi di sua figlia, ma anche nei segnali che forse il cosmo le invia attraverso canali inaspettati – senza venirne mai a capo.
Ci sono mele che durano un'eternità e avvizziscono piano piano nella fruttiera. Elena osserva quella povera cosa malata che tiene tra le dita. Sulle prime si è sentita ingannata, ma dentro di lei una voce le dice che si stava sbagliando. Prende un altro morso dalla parte sana, mastica piano. Poi addenta in profondità, ricacciando indietro le lacrime. Non piangerai mica per una stupida mela? Manda giù senza nemmeno provare disgusto. Il marcio è meno granuloso, in bocca sembra melma di fiume. Guarda nella pancia del frutto, ma non c'è niente, anche stavolta nessun segreto. (p. 129-130)
Com’è difficile non fare ripetizioni scrivendo, perché la parola vita ha pochi sinonimi esatti, e quanta ce n’è, in questo come in tutti i romanzi di Mauro Covacich. Allo stesso modo, o forse proprio per questo, il romanzo genera un sottile senso di fastidio, quasi di rabbia – penso più nella lettrice che nel lettore. Si salva infatti solo chi vuole salvarsi, sembra dire il testo, ma troppo spesso la salvezza ha la forma del compromesso. E non ci sono eroi, non ci sono vincitori, solo piccoli, minuti, esseri umani. La rivincita che l’autore concede ad alcuni sta nella forza di ribellarsi alle attese, di spezzare il fluire inane delle giornate, ma è una rivincita che non può che essere notturna, segreta.
Lina e il sasso è un romanzo che ruota intorno
a un mistero indecifrabile e indecifrato. Cosa può vedere Lina, che gli altri
non vedono? Come Tiresia, forse dietro le lenti spesse dei suoi occhiali lei è
l’unica che ha accesso al vero. Perché anche lo scrittore, come già si diceva,
non ha più il controllo, è agito da forze altre – su un doppio piano, interno
ed esterno alla narrazione. Che cos’è
dunque il sasso? Il segno della comunione, o della solitudine? Del peso da
portare, come una condanna, o di una leggerezza dello spirito? Incarna la
speranza che crea comunità, che include contro ogni aspettativa, o ciò che è
refrattario a ogni forma di quieta stabilità? Il sasso resiste alla cottura,
alla tentazione di farsi boccone. Il sasso è
il buono, e il cattivo, del vecchio lupo, che alla fine di ogni serata deve
rimettersi in moto, risprofondare, con il suo fardello, nel suo oscuro,
ineluttabile vagabondare.
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