«Una vaga inquietudine [...] si è sistemata tutt’intorno e non mi ha più lasciata»: l'inquietudine, l'evanescente confine tra realtà e immaginazione nella novella di Yolaine Destremau


Le finestre bloccate
Yolaine Destremau
Berta edizioni, gennaio 2026

Traduzione dii Marta Giusti

pp. 100
€ 10 (cartaceo)

La mia personale passione per la forma breve non è certo un mistero, non sulle pagine di CriticaLetteraria o delle altre riviste con le quali collaboro, non nei miei gruppi di lettura, nei corsi e laboratori che gestisco, nei contenuti social. Se la critica militante di questi quindici anni e più di mestiere culturale ha portato a qualcosa di concreto è aver contribuito ad abbattere qualche stereotipo e pregiudizio sul racconto a cui mi sono avvicinata parecchio tempo fa e che non mi ha più lasciata andare. Sia chiaro, io amo il romanzo o, per essere precisi, io amo la letteratura; ma nella forma breve ci sono un mistero, una potenza letteraria, una cesellatura della parola che spesso mi lasciano senza fiato e quando riemergo da pagine di questo tipo penso a che fortuna abbiamo noi lettori di racconti e a quanto si perde chi per pregiudizio o fraintendimento se ne tiene a distanza. 

E ora, nella mia personalissima selezione di testi brevi e potentissimi, entra un libretto pubblicato a inizio anno da Barta edizioni, Le finestre bloccate, della scrittrice Yolaine Destremau, uscito originariamente in francese nel 1998 e ora nel catalogo della casa editrice pisana, accanto ad altri cinque titoli dell’autrice. E se l’obiettivo dichiarato di Barta è quello di «pubblicare quello che vorremmo leggere», senza troppe distinzioni di genere e forma, letteratura alta e popolare, con Destemau per quel che mi riguarda siamo decisamente nel campo dei libri che voglio leggere e di questa autrice, cresciuta tra Africa del Sud, Argentina, Cognac e che vive ora tra Parigi e Lucca, ho bisogno di scoprire ogni parola, ogni narrazione, tanto è stata forte la malia suscitata da Le finestre bloccate.

Un testo breve, una novella per la precisione, forma letteraria dalla ricca tradizione tanto in Francia quanto nel nostro Paese e forse un poco meno maltrattata rispetto al racconto puro, più facile da veicolare per gli editori, narrazione più distesa – almeno in certi casi – e dunque guardata con meno sospetto da tanti lettori. Eppure. Eppure la novella rientra perfettamente nel campo del racconto, quella è la postura del suo autore e come tale è con gli strumenti della narrativa breve che vi ci dobbiamo addentrare. E Le finestre bloccate è un esempio magistrale di novella, delle potenzialità della forma, del rigore che richiede, del ruolo del lettore, del modo in cui stiamo dentro le storie. Dunque nel testo di Destremau si rincorrono domande a cui non è possibile trovare risposta certa, non esplicate tra le pagine almeno, e una tensione costante che si fa via via sempre più forte, l’eco del thriller psicologico di Patricia Highsmith – altra autrice di cui consiglio di non perdersi i racconti – e Daphne du Maurier, a cui l’opera di Destremau è legata dal fil rosso dell’inquietudine, del perturbante, delle ambiguità e da una prosa lirica e misurata insieme, ammaliante. 

Le finestre bloccate si muove su due piani temporali, il presente narrativo dell’apertura e della conclusione, e il passato della parte centrale e più corposa; undici anni intercorrono tra l’uno e gli altri ed è in quel passato che troviamo le ragioni della condizione del presente, la disabilità della protagonista con cui si apre la storia. Le prime pagine della novella brillano di una prosa che racconta la sofferenza di una madre che fatica ad accettare l’innaturale inversione di ruoli nella cura, il suo corpo letteralmente a gravare sulle braccia della figlia – dodicenne – nello spostarsi dal letto alla sedia a rotelle e compiere gesti che a seguito di un terribile incidente avvenuto anni prima non è più in grado di effettuare in autonomia.

Tutta la mia sofferenza è lì, concentrata in questo istante, se pur così breve, un macigno di puro dolore. Non l’avevo messa al mondo perché lei mi sostenesse, ma per essere io ad accompagnarla, proteggerla, nutrirla, consolarla, per rendere bella la sua vita, per svanire poi, il giorno del suo distacco. (p. 9)

Immediatamente vado a un’altra novella, in cui il tema della disabilità e della cura famigliare ha un centro differente ma in cui si intreccia una simile grazia letteraria, Buchi neri, di Alessandra Sarchi, tra le penne più raffinate del panorama italiano contemporaneo: era uscita lo scorso anno per Industria e Letteratura e mi colpiva l’eleganza lieve della prosa di Sarchi a tessere i fili di una storia che scavava nelle pieghe dei personaggi, negli sguardi marginali, le zone grigie, i sentimenti scomodi. Similmente dunque a quanto faceva Sarchi, Destremau allinea le parole per indagare quelle pieghe, scavando nell’oscurità dell’essere umano, le ambiguità, le distorsioni del reale, e consegnando al lettore una storia in cui il confine tra reale e ossessione è sempre più sfocato. Undici anni prima di quel presente narrativo e dell’incidente, Lucile, la protagonista e voce narrante della storia, è appena diventata madre e vive, con il compagno e la bambina di poche settimane in un appartamento nel cuore di Parigi. Un matrimonio che ha contorni sempre più evanescenti, mentre distanza e solitudine si insinuano tra loro:

Si comincia così, si omettono piccole cose, pensieri irrilevanti, gioie minime, piaceri minuscoli, perché non se ne ha il tempo. Non ci si rende conto che è l’inizio della solitudine, poi ci si abitua a tacere eventi più importanti. Credevo fosse prerogativa delle vecchie coppie, ma il nostro silenzio poco a poco si è ispessito come il loro. E poi arriva il giorno in cui non puoi più venirne fuori, e si decide che va bene così. Ci se ne fa una ragione, ci si convince di essere piuttosto felici, si confonde la realtà con il proprio desiderio. (p. 49)

È uno scavo nelle pieghe e nelle ombre di una relazione, la figura di Paul, il marito, sempre più lontana. Destramau magistralmente evoca inoltre le complessità del materno, del rapporto simbiotico tra Lucile e la neonata, della dipendenza e la cura e, soprattutto, la frammentazione dell’io e quella sensazione di lucidità che sembra venirle meno, giorno dopo giorno, lo scostamento dalla realtà, i sensi che percepiscono una strana e invadente inquietudine.

Una vaga inquietudine, furtiva, una dissonanza è entrata dalla finestra, leggera, danzante, come se niente fosse si è insinuata, si è sistemata tutt’intorno e non mi ha più lasciata. Il mondo esterno mi richiamava e posava un velo, leggero, danzante, su quel paesaggio chiaro, sui giardini profumati, e sulla mia bella sicurezza. Era l’inizio della caduta degli angeli ribelli. (p. 27)

Il domestico, luogo ideale del perturbante, si restringe in una stanza, ai piani alti dello stabile in cui Lucile vive con la famiglia, e che diventa il suo luogo segreto, dove poter scrivere, lavorando al nuovo progetto scelto, sul tema degli angeli. E visto che i libri aprono finestre e questa recensione è costellata di riferimenti ad altre storie, sul tema del materno e della scrittura la mente corre subito a Le città di carta di Dominique Fortier, uno dei numerosi esempi che si potrebbero fare intorno alla scrittura femminile e la maternità. Ma tornando alla novella di Destremau, dicevamo dell’inquietudine: è una sensazione sottile che si insinua nelle stanze, nella storia, nella percezione del lettore, guidati dalla narrazione in prima persona. Ecco, ancora una volta, tutta l’ambiguità di un narratore inaffidabile, funzionale in questo caso per inabissarsi nelle pieghe della storia, nella solitudine e distanza in cui la vita matrimoniale di Lucile si trasforma, nell’ossessione, nella nebbia che ne avvolge i pensieri e i gesti. E perderci con lei in uno spazio sospeso tra realtà e immaginazione, il confine sfumato tra minaccia concreta e pericolo creato dalla mente della protagonista. Figure ambigue e lettere anonime spingono dunque Lucile ad abbandonare la casa e fuggire con la bambina in campagna, dalla sorella Marthe e dalla sua famiglia. Uno scenario che contrasta con il quotidiano notturno e a tratti claustrofobico della sua vita parigina ma che, come si vedrà, cela altre ombre, altri pericoli.

Naturalmente non svelerò al lettore i risvolti della trama – perché questo è in qualche modo anche un racconto di trama – ma lo invito ad addentrarsi con attenzione nella storia, lasciarsi ammaliare da una scrittura lirica, evocativa, in cui l’oggettivazione a due pare rafforzare ancora il dualismo che attraversa la vicenda, inoltrarsi nelle ambiguità del testo, indagarne le ellissi, le scelte formali e narrative. Non troviamo, dicevo, risposte certe in questa storia, ma moltissime domande, dalle quali lasciarsi pervadere mentre seguiamo il corso dei pensieri di Lucile, la sua fuga, l’inganno, il terrore di un pericolo imminente. Cento pagine, bastano a Destremau e a chi lavora con la forma breve, per costruire una storia la cui eco è senza dubbio molto più ampia.

Debora Lambruschini